L’ultima riforma della scuola, la buona scuola, neanche fosse un gelato, aveva riaperto il tema della necessità di dotare le scuole di piani di studio adatti a rispondere alle esigenze del mondo del lavoro. Si era capito che ciò che manca è un mezzo per comunicare tra scuola e impresa, quindi mentre si attende l’invenzione di un telefono adatto a tale tipo di indicibile comunicazione, le scuole sono state munite di lavagne multimediali, calcestruzzo e olio di gomito.
Lo stesso vale per l’università, dopo la polemica sorta l’estate scorsa sull’utilità delle facoltà umanistiche, a BBU ci siamo chiesti se davvero l’unica soluzione sia quella di iscriversi tutti a economia e comprare i soliti calcestruzzo e olio di gomito o se invece basterebbe cambiare i piani di studio e fornire agli studenti competenze che possano riempire un curriculum a fianco del B1 in inglese, la patente B e alla buona capacità di rollare sigarette.

Mentre attendiamo la versione alla fragola della buona scuola per l’università, scopriamo che qualcuno ha già trovato il modo per far comunicare università e aziende, è il ricercatore confermato Andrea Zucchelli che insegna costruzione di macchine automatiche e robot a ingegneria meccanica. Per fare conoscere la sua iniziativa il professore, d’ora in poi lo appelleremo con il titolo che usano gli studenti dei suoi quattro corsi, ha organizzato un workshop (noto anche come seminario) a cui abbiamo partecipato.

Università e impresa, quale collaborazione possibile
Il professore Zucchelli con uno dei gruppi di studenti

L’incontro consisteva nella presentazione, da parte degli studenti, tutti rigorosamente in giacca e cravatta o giacca e decolté, dei loro progetti realizzati nell’ambito dell’esame del professore. Tali progetti erano volti all’ideazione di macchine automatiche, dal trasportatore di mele, all’impacchetta dadi da brodo fino alla macchina per fare le lasagne, commissionati non dal professore ma dalle aziende aderenti all’iniziativa. In questo modo lo studente è stato messo di fronte alle esigenze e alle tempistiche del mondo del lavoro (nessuna sessione estiva per recuperare) ricevendo in cambio la stipulazione di rapporti con le aziende stesse che potranno portare a tirocini, progetti di tesi o posti di lavoro.
Il rapporto si rivela fruttuoso anche per l’azienda, oltre a sei paia di braccia e sei cervelli utilizzabili gratuitamente per un intero semestre, essa promuove ricerca e sviluppo, due ambiti difficilmente gestibili all’interno di un’impresa, ma necessari per incrementare la propria competitività.

Lo scopo è quello di fare incontrare due aspirazioni differenti, l’innovazione e le leggi del mercato. Se infatti da un lato il professore stimola gli studenti a pensare soluzioni creative, dall’altro i tutor dell’azienda (non scriverò: noti anche come istitutori), che affiancano gli studenti durante il corso, premono per arrivare a soluzioni concrete subito spendibili all’interno del piano aziendale.

Da questa collaborazione tra aziende e università di crea quindi uno scambio di punti di vista che permette allo studente di entrare in contatto con il mondo del lavoro realizzando, forse per l’ultima volta, progetti originali e sperimentali (dato che dopo gli toccherà sgobbare per realizzare cose noiosissime come macchine per impacchettare dadi da brodo).
L’idea è nata dalle precedenti esperienze didattiche e professionali del professore Zucchelli, ex assegnista di ricerca, ha potuto sperimentare in prima persona questo tipo di collaborazione, creando inoltre una rete di contatti che sfrutta la specificità del territorio bolognese per la presenza di aziende specializzate nel settore.

Oggi l’esame del professore Zucchelli è a tal punto collaudato che sono le imprese a cercare il primo contatto con l’università, prova ne sono la partecipazione di grandi aziende come GD, IMA e Marchesini e i risultati a cui sono giunti gli studenti. Ora, premesso che epanalessi ed epanadiplosi sono davvero poco utili per orientarsi a ingegneria, se non per constatare la comodità dei banchi rispetto a quelli in cui si sedettero Pascoli e Pasolini, e che la dialettica dei futuri ingegneri era tutto eccetto che pascoliana (usavano parole come “discretizzazione” e “pioggia di ventose”) sono certa che l’aver brevettato il proprio progetto sia un ottimo risultato per il gruppo di studenti del trasportatore di mele.

Nessun telefono dai super poteri, ma un’idea semplice a dimostrazione che la commistione tra pubblico e privato non è sempre nociva, orientata al profitto di pochi a discapito di molti, ma può anche essere virtuosa. Del resto se volessimo seguire il consiglio di William Mark Felt, troveremmo solo assegni di ricerca per neolaureati e il rinfresco al termine del seminario.
Speriamo che anche al trentotto si decidano a fare qualche telefonata.

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