Questo articolo è stato scritto da Eugenia Liberato e Liliana Papandrea.

Questo pomeriggio siamo stati al Career Day, la giornata organizzata dall’Alma Mater Studiorum presso i padiglioni della fiera di Bologna, per permettere ai propri studenti, laureandi e laureati, di incontrare le aziende e candidarsi per i posti di lavoro messi a disposizione dalle aziende stesse. Per cercare di capire come funziona BBU ha partecipato alla giornata in veste di studente laureando in cerca di lavoro.

Dopo esserci iscritti sul sito e stampato il codice a barre che ti permetteva di entrare al padiglione 31, una selva di banchetti. Uno per ognuna delle 95 aziende partecipanti, in cui dipendenti giovani e accattivanti ponevano domande taglienti a file filose di studenti.
Dopo un colpo d’occhio sulla situazione, ci mettiamo anche noi in fila, fra giacche stropicciate, tacchi timidi e trucco pesante. Non ci eravamo immedesimate proprio bene.

Cosa fanno due umaniste al career day
Per svolgere i colloqui con le aziende era necessario munirsi di curriculum vitae, diligentemente redatto e caricato sul sito al momento dell’iscrizione, di nulla importanza il giorno stesso. Il mio all’incirca diceva questo:
Ciao, sono Liliana, mi sono laureata l’estate scorsa alla triennale di lettere moderne e attualmente sono iscritta alla magistrale di Scienze Storiche. Ho tantissime capacità e competenze trasversali, parlo l’inglese, so dire “bonjour” in francese. Ho svolto diverse attività lavorative, tra cui la cameriera, l’allenatrice, l’insegnate e attualmente scrivo in un fighissimo blog di studenti universitari. Faccio volontariato da circa un anno, prego fate pure quello che più credete dei miei dati personali secondo il decreto legislativo numero 196.
Sul sito dell’evento avevo individuato quattro aziende che sotto l’area “scuole d’interesse” avevano la dicitura “Lettere e Beni culturali”, anche se i profili ricercati non corrispondevano al profilo di un umanista. Esempio: amministrazione, gestione d’impresa, marketing e vendite, progettazione e produzione.

Eugenia, in fila con me, non aveva nemmeno il curriculum. Dopo un’iniziale situazione di disagio per l’eleganza imbarazzante dei pretendenti davanti (dietro, di fianco, sotto, sopra), muniti di cartellina plastificata piena zeppa di fotocopie del CV, accompagnate dall’impressione che alla coop continueremo solo ed esclusivamente a fare la spesa, ci rendiamo conto di quanti alberi fossero morti inutilmente quel giorno. Le imbarazzate, per altro, eravamo noi. La leggerezza con la quale avevamo preso la situazione ci faceva sentire in colpa, probabilmente perché rassegnate all’idea che tra 95 aziende partecipanti 4 cercano umanisti, come magazzinieri o cassieri.

La prima azienda con cui faccio il “colloquio” è Coop Alleanza, quella che tutti conoscete come coop. Questo non basta a frenare il desiderio della dipendente di raccontarmi com’è nata Coop Alleanza (questa sarà la parte più consistente della conversazione). Terminata la storia della genesi, mi rivolge tre domande: “Vedo che sei ancora iscritta all’università, quando pensi di laurearti? Visto che stai ancora studiando, a quale tipo di contratto punteresti, tempo pieno, part-time o tirocinio? Vedo che sei laureata in Lettere, a quale area vorresti puntare all’interno dell’azienda?” Infine conclude con: “Visto che siamo una grande azienda, storicamente costituitasi non abbiamo bisogno di figure nell’ambito dell’amministrazione -leggi uffici- tanto meno nella comunicazione, stiamo però cercando personale nel settore vendite -leggi cassiere. Comunque se proprio vuoi puoi iscriverti sul sito tramite l’apposita interfaccia.”
Quindi la prossima volta che vedete un cassiere frustrato alla coop leggetegli qualche sonetto e sono sicura che diventerà disponibilissimo e potrete chiedergli quanti punti avete accumulato.

Cosa fanno due umaniste al career day
Dopo la coop sono passata a Umana, sostanzialmente un’agenzia interinale, chi meglio di loro potrebbe aiutarmi nella ricerca di un impiego. Questa volta le domande sono un po’ più tecniche: “Dove abiti? Parli l’inglese? Sai usare il pacchetto office? Hai la patente? Vedo che stai ancora studiando, che tipo di contratto stai cercando? Sei laureata in Lettere, ti andrebbe bene qualsiasi tipo di lavoro?” E conclude con: “Puoi iscriverti sul sito tramite l’apposita interfaccia, questo sarà il modo migliore per trovare offerte di lavoro il più possibile vicino a dove abiti”.
Entrambi i colloqui non sono durati più di tre minuti ciascuno, in entrambi ho lasciato loro un curriculum -su cui prendevano appunti!- con cui avrei potuto fare una bellissima barchetta o un drago.

Cosa fanno due umaniste al career day
Eugenia, giorni prima, aveva ricevuto una mail dalla Decathlon Italia sull’account universitario dove l’azienda dichiarava di aver trovato il suo profilo interessante e, amorevolmente, la esortava a presentarsi allo stand il giorno fatidico. Bene, un’ottima (l’unica) ragione per metterci nuovamente in fila. Dopo essersi rammaricata per non avere nessun foglio di presentazione alla mano (rincuorata dalla giovane dipendente con un “non serve a niente, tranquilla”, tremendamente sincero), la prima domanda, di Eugenia: “Scusi, la mia curiosità nasce spontanea in seguito alla mail ricevuta dall’azienda (vedi sopra): cosa può mai fare uno studente di Lettere Moderne dentro alla Decathlon?”. È stato divertente vedere la giovane lavoratrice provare a dare una risposta elaborata che significasse “niente”, senza dire “niente”, ma volendo dire solamente “niente”. Il solito consiglio finale: “iscriviti sul sito tramite l’apposita interfaccia”.

A cosa sia servita questa giornata proprio non saprei dire; di certo i nostri studi umanistici non facilitano la ricerca di un lavoro, ma a cos’altro serve questa giornata se non per facilitare gli studenti più in difficoltà nella ricerca? Entrambe le ragazze con cui ho parlato mi hanno detto in modo gentile e molto mal celato che per me non c’erano possibilità all’orizzonte. Siamo state inglobate da una serie di false promesse e da un’aria decisamente pesante. La convinzione, negli occhi dei nostri colleghi, era disarmante. Se ci fosse stato un traduttore di pensieri, sarebbe stata la giornata mondiale del “chi se frega”. Ogni azienda avrebbe gareggiato per accumularne il più possibile. L’impressione generale era quella che le quattro aziende con la dicitura Lettere e Beni culturali nelle aree d’interesse siano state supplicate dal rettore pur di far sembrare che anche per gli umanisti ci fosse qualche possibilità. Per il prossimo anno propongo di organizzare due eventi separati: il career day e l’unemployment day. Il secondo solo per i fanatici del sonetto e/o degli origami.

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