Guerra e Postmodernismo

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guerra globale

L’arte influenza la vita più di quanto la vita influenzi l’arte.

Riferendomi a questo breve aforisma di Oscar Wilde, volevo portare alla luce una questione delicata come la guerra nella sua più sottile evoluzione di carattere culturale. Non a caso il clima di forte tensione e di allarmismo che si vive oggi è strettamente legato ad un’evoluzione di pensiero e artistica che ha influenzato, in maniera molto evidente, i conflitti e il loro avanzamento nel tempo.

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Il mondo che ci raccontano, unito e in pace non è che una bella storia di questi tempi, la verità è che nel nostro vivere, la frammentazione sociale è talmente tanto accettata da darsi quasi per scontata.
L’infausto momento di parlare di quello che significa guerra è arrivato, perchè nessuno pensi che questa non sia stata colpita dalla rivoluzione postmoderna. L’esistenza di un vero e proprio diritto che gestisce le regole della guerra sembra perdere valore di giorno in giorno, la regola di ritenere ogni nemico uguale in guerra è un’idea dimenticata da tempo. Lo stesso significato della divisa dei soldati e del campo di battaglia è andato perdendosi nella freneticità del nostro mondo senza più confini.
Perchè sono proprio i confini che determinano l’identità nazionale, come le bandiere.
Un soldato, nella prima guerra mondiale, aveva ben chiaro cosa significasse in quel momento la guerra che lui combatteva, una lotta circoscritta tra eserciti in un territorio circoscritto, le cui uniformi stesse erano fatte per essere riconosciute nell’ ambiente.
La devastazione era presente solo nel luogo della battaglia, la regolamentazione imposta dal diritto prevedeva che non esistesse l’annientamento totale di uno stato, solo la sconfitta in battaglia.
La seconda guerra mondiale, invece, vedeva il cambiamento di stile e un primo modo di pensare postmoderno, in cui il territorio iniziava a diventare dinamico, spostandosi insieme alle trincee, che si contrapponevano ancora in una terra di nessuno. Le uniformi degli eserciti cambiano per adattarsi meglio al luogo di combattimento, la visibilità in battaglia significa morte, il mimetismo diventa un modo per cercare di attraversare il lembo di terra che separava le trincee per sconfiggere il nemico.
L’annientamento del nemico iniziò a prendere piede attraverso l’ideologia nazista e le sue varie conquiste, prima della disfatta per mano degli alleati e di tutti quelli che contribuirono a estirpare quella piaga dalla vecchia Europa ancora divisa.
Arrivando ai giorni nostri, in cui l’Unione Europea vive e mantiene solide relazioni commerciali e sociali con gli altri stati, il postmodernismo arriva e colpisce per mano delle persone che più di tutte le altre odia il vivere culturale dell’occidente.
Un vecchio principio sociologico sosteneva come la divisione sociale non faccia che aumentare nelle persone il loro estremismo.
La cultura musulmana estremista ha preso e fatto proprie le idee di dislocazione territoriale della guerra tanto da iniziare a riformarle nel loro significato più profondo. L’ IS e le varie cellule terroristiche che sostengono la loro causa hanno preso coscienza del vivere una realtà di lotta di totale frammentazione, dove il luogo di combattimento non è più fisso in un punto o serrato dietro una trincea, ma sparso in tutto il mondo, totalmente diviso e operante in piccoli gruppi.
Questo genera terrore e insicurezza generale, la caduta di ogni certezza umana.
La domanda che ci si pone in maniera spontanea a questo punto è : Tutto questo è colpa nostra?
Le risposte possono essere svariate e con differenti livelli di populismo, ma il punto del discorso arriva con il fatto che questo demone del terrorismo è un prodotto della cultura occidentale, non perchè lo abbiamo voluto o lo abbiamo cercato, ma per via che l’idea di combattere con un esercito frammentato o volatile fa paura.
Molta più paura di quanto posso farlo un esercito schierato davanti ad un altro esercito, pronto per la guerra in un territorio designato senza civili. La divisione sociale pertita dall’arte e dal pensiero delle grandi menti dell’occidente arriva a questo: Un luogo in cui i confini non sono netti e la cui luce del pieno possesso della nostra terra crea ombre più lunghe dietro ad angoli più stretti