La Bologna del fumetto: Giuseppe Palumbo

Sosteneva Giorgio Bassani che per disegnare bisogna essere molto cattivi, perché si tratta di smontare il mondo e poi ricostruirlo poi con infinita pazienza. Seguendo questa logica, Giuseppe Palumbo sarebbe forse il cattivo dei cattivi, il mastermind. Lui infatti non solo ricostruisce il mondo, ma spesso ne rappresenta uno cinico, folle o spudorato.

Sì, più cinico, folle o spudorato di quanto il mondo stesso riesce a essere.

La carriera

Palumbo nasce a Matera a metà anni Sessanta, e inizia la sua attività di disegnatore verso l’inizio degli anni Ottanta.

Sono tempi floridi per l’arte sequenziale, e la sua pubblicazione del 1984 “Sul dorso di Atlante” gli procurò l’opportunità di Zio Feininger, corso post-laurea di fumetto e arti grafiche organizzato a Bologna per circa un decennio.

Sono i tempi in cui nascono riviste come Cannibale, Frigidaire e Cyborg, le riviste in cui il fumetto inizia a occuparsi di cronaca, politica, letteratura, filosofia, arte, fantascienza, cyberpunk in un modo impegnato o satirico, spesso entrambi.

In questo contesto nascono i primi due characters di Palumbo. Il primo è Tosca la Mosca, protagonista di una serie a fumetti edita da Phoenix che scinde genere erotico e science fiction.

Il secondo e forse più famoso, nato proprio su alcune delle riviste sopra citate, è Ramarro. Un antieroe dalle tendenze masochistiche che si combinano con il suo superpotere, un fattore di guarigione che gli permette di annullare i danni che subisce.

Ad inizio anni Novanta Palumbo entra nell’orbita della Bonelli lavorando a “Martin Mystère” e attorno al nuovo millennio arriva a collaborare con l’Astorina su “Diabolik”, ridisegnando il primo numero del Re del Terrore. Come dice lui, un’offerta che non si poteva rifutare.

Nel frattempo sono venute le pubblicazioni all’estero (Grecia, Spagna, Giappone, Francia) e l’apertura dello studio grafico Inventario, sito proprio a Bologna.

Un personaggio a tutto tondo del fumetto, insomma, Palumbo.

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