A VOCE ALTA, di Bernhard Schlink

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A voce alta

In una decadente Germania del secondo dopoguerra, con le macerie per le strade e nelle anime si intreccia la storia autobiografica di Bernhard Schlink.
Michael ha quindici anni e porta sottobraccio i libri di scuola e le inquietudini tipiche della sua età. In seguito ad un malore conosce una donna e ne rimane colpito fin da subito. La palese attrazione tra i due trova sfogo già al secondo incontro quando, senza neanche conoscere i rispettivi nomi, il ragazzino diviene uomo tra le sue braccia.
Scoprirà in seguito che Hanna è una bigliettaia del tram e ha vent’anni più di lui. Per vivere appieno il suo amore giovane, non ha bisogno d’altro. Ama come si ama alla sua età, in modo puro e disinteressato, senza guardare al passato né tanto meno al futuro.

Tra le quattro mura della casa della donna, si consumano i loro corpi e gli occhi di Michael che obbedisce felice alla volontà di Hanna di ascoltare a voce alta la lettura di svariati romanzi. Lui è il suo amante, il suo lettore, il suo ragazzino. Anche per lei non esistono passato né futuro, c’è il presente di quella boccata d’aria fresca che sono l’entusiasmo e la gioventù innocente di lui.
Michael è innocente come tutti i suoi coetanei che non hanno vissuto la guerra e che nelle lotte generazionali rimproverano ai genitori accondiscendenza se non addirittura complicità col nazismo. Eppure tali rivendicazioni gli sono estranee. Tutto gli è estraneo, ad eccezione di Hanna e della loro storia clandestina. Per questo quando improvvisamente lei sparisce a lui non rimangono altro che ricordi e un cuore infranto. Un cuore incapace di ricostruirsi negli anni, per sempre segnato dal ricordo della donna.
La storia di cuori si inchina alla storia dei popoli quando da studente di giurisprudenza inizierà a seguire un processo e vedrà Hanna tra le imputate. La sua Hanna. Scoprendo così un passato a lui ignoto, con lei arruolata nelle SS e accusata non di avergli spezzato il cuore, ma di qualcosa di ben più grave. Eppure con l’innocenza del suo amore adolescenziale, prova a scoprire la verità dietro la sentenza e svelando le ampie sacche d’ipocrisia del secondo dopoguerra.
Quella che nella prima parte del libro è solo una travagliata storia d’amore, assume nel finale toni imprevedibili. Molte le similitudini con La banalità del male della Arendt, in entrambi i testi la casacca di aguzzino sta stretta ai protagonisti. Chi è il colpevole? Il mandante oppure l’esecutore? Seppur senza il coinvolgimento emotivo di Michael, al lettore risulta difficile esprimere un giudizio netto nel confronti di Hanna. Tuttavia, non c’è nessuna assoluzione né revisionismo, i morti continuano a chiedere giustizia. Una giustizia a volte lontana da quella cercata dai vivi nelle aule di tribunale. Tale differenza è la colonna portante di “A voce alta” e un’interessante chiave di lettura della Storia così come la conosciamo.