Ara Malikian a Bologna, ritmi mediterranei ed eclettismo musicale in scena al Teatro Duse

Dopo una miriade di concerti nei teatri e negli stadi di mezzo mondo, Ara Malikian, talentuoso violinista libanese di origini armene, arriva al Teatro Duse portando in scena uno spettacolo potente ed eclettico

 

 

 

 

Teatro Duse, Bologna. 22 novembre 2017

 

Le aspettative per questo evento erano altissime sin da quando è apparso nel palinsesto della stagione autunnale del Duse. E di fatto, platea e tribune sfiorano il tutto esaurito.

Il secondo concerto nel Bel Paese inizia una manciata di minuti dopo le 21:00 e il sipario si apre su un palco calato in un’atmosfera buia, dalla quale esce un ensemble di sette elementi che esordiscono con una breve intro rock a tinte classiche. Di nuovo buio, ma stavolta la luce soffusa illumina dall’alto e introduce lentamente e silenziosamente il protagonista indiscusso della serata, Ara Malikian.
Adesso il palco è suo e l’attenzione è tutta su di lui. Che dà subito il la allo spettacolo: Ara e il suo violino sono un tutt’uno di energia e simbiosi, entrambi dominano la scena.

 

Un iniziale momento lirico anticipa quello più rock, si parte subito in carica, senza esitazione.
Ara e gli altri due archi che ha al suo fianco si corteggiano l’uno con gli altri, in quella che è quasi una danza di spade. Dialogano insieme al violoncello e al contrabbasso, mentre il tamburo indiano e la batteria rispondono insieme alla chitarra. La forza espressiva sale vertiginosamente.
Il vulcanico artista è esploso e la sua musica inonda il teatro, travolgendo e catturando gli spettatori sin dalla prima nota.

 

Nel suo italiano stentato misto alla sua “lingua adottiva”, lo spagnolo, e con quel suo porsi da bambino timido, a voce bassa e con una tenerezza che lo rende quasi goffo, il Paganini armeno si svela a parole al pubblico bolognese usando gli elementi giusti con i quali riesce subito empatia.
La prima pausa dall’ esecuzione del lungo repertorio corrisponde al racconto della genesi del suo nuovo tour, ‘La Increíble Gira de Violín’. Cadenzata lungo tutto il concerto, la storia del suo strumento ha effettivamente dell’ incredibile.
Come il musicista spiega al pubblico, il suo violino apparteneva al nonno Grigor, armeno emigrato in Libano in fuga dalla guerra nel suo Paese nel 1915. Ce lo descrive come un signore troppo serio e poco dedito al sorriso, seppur uomo di spettacolo in quanto ballerino.
È il momento di iniziare con il sound delle origini e lo fa con l’esibizione di un motivo di una danza armena rivisitata, che mette subito in evidenza la ricercatezza, l’eleganza e la sinuosità tanto nei movimenti del corpo quanto nei giri di accordi che intraprende con lo strumento.


Così, la star del violino ne approfitta per portare avanti il concerto con continui crescendo, riuscendo persino a danzare, caricandolo e rendendolo specchio dell’ alchimia stilistica e dell’eclettismo musicale di cui è orgoglioso diffusore.
L’apparenza infantile nel parlato si alterna e riesce a trovare un equilibrio perfetto con il suo essere un mostro da palcoscenico. E questa faccenda sa gestirla in un modo originale e tutto suo.

 

Non tralasciando nulla al caso, Ara continua a presentare la sua storia intrecciata a doppio filo con quella del suo violino, alternando aneddoti di vita vissuta e spiegando al contempo la nascita dei brani eseguiti subito dopo.

La storia del nonno lascia momentaneamente spazio a quella dei suoi quattro anni in Germania, vissuti tra malintesi linguistici, prime esperienze musicali, incontri e confronti, mettendo in gioco la storia del personaggio di sua invenzione, Alfredo Ravioli, prima di presentare al pubblico uno dei suoi cavalli di battaglia, ‘Broken Eggs.
Un espediente , questo, che usa nuovamente per tre volte consecutive.
Partendo da una situazione con un liutaio che lo avvicina ancora di più a Paganini, passando per la dicotomia Bach-Led Zeppelin avuta in famiglia, fino ad arrivare all’ esperienza in Inghilterra durante la quale ha avuto modo di sentire dal vivo quelli che poi sarebbero stati i Radiohead, il violinista coglie l’occasione per presentare altri tre brani.

 

 

 

Nella stessa sera e su uno stesso palco, Ara Malikian riesce magistralmente a portare e fondere in uno stesso repertorio Paganini, i Led Zeppelin e i Radiohead, attraverso l’esecuzione e la reinterpretazione della Campanella, di Kashmir e di ‘Paranoid Android’ in un personalissimo omaggio al suo passato, al quale annette persino ‘Life on Mars’ di David Bowie e la sua ‘Bourj Hammoud’, nome del quartiere di Beirut in cui è nato e cresciuto.
In questa parata di omaggi al mondo della musica internazionale, Ara Malikian raggiunge l’acme nella commistione di generi e di stili. Il pubblico è in visibilio, si alza in piedi e applaude per parecchi minuti.

 

L’artista, che ora come non mai è una cosa sola con l’uomo, continua su quella scia e racconta del suo voler essere un tempo John Travolta. Voilà, altro personaggio, altro omaggio, altra rivisitazione. Stavolta tocca a ‘Misirlou’, canzone sulla quale balla lo stesso Travolta nella famosa scena di ‘Pulp Fiction’ di Tarantino.

Il concerto si avvia verso la fine, e Ara riprende la storia del nonno e quindi quella del violino. Narra del genocidio che si consumava negli anni in cui visse, che si salvato proprio grazie al violino che è ora con lui sul palco.
All’ apice del momento più lirico del live, passato e presente finalmente si avvicinano e si abbracciano: Ara e il nonno sono figure simili e diversi al tempo stesso, messe sullo stesso piano di una storia che sa di emigrazione e sofferenza, di salvezza e di vita.

Ecco che la storia sfocia nella musica, il violino di Ara intona una sinfonia dedicata ai rifugiati e ai migranti di tutto il mondo in fuga dalle guerre. Il legame col presente vissuto da Ara si materializza in riflessioni attuali e nel successivo nuovo ricordo musicale di Paganini, suo idolo indiscusso.

 


La fine del concerto è vicina, è quindi il turno di ringraziare il pubblico e il suo calore. Dopo l’ennesimo ed energico inno classico-rock, Ara scende lentamente dal palco e arriva in platea mentre il suo violino intona una sinfonia di Bach e la regala ai presenti.

L’uragano Ara Malikian si riconferma per l’ennesima volta in una stessa serata più energico che mai, il frutto delle oltre due ore di repertorio è un concerto riuscito alla perfezione.


Quelle del violinista armeno si presentano come sonorità ancestrali che abbracciano quelle contemporanee, in un gioco di richiami e sinfonie ricercate che parlano di migranti e delle loro paure, di viaggi e speranze, ritmi mediterranei che evocano carovane e notti stellate nel deserto.
Quello di ieri sera sul palco del Teatro Duse è stato uno spettacolo con una duplice funzione, la riconferma della versatilità e del genio di un grande performer e una entrata trionfale di un artista talentuoso e versatile entrato dalla porta principale nei cuori del pubblico italiano.
Signore e signori, Ara Malikian.

Salvo Bruno

Salvo Bruno

Emigrato della East Coast calabrese, spesso una combo di immaginazione, passione e un pizzico di autostima mi invoglia a buttare su carta qualche racconto. Se mi va, ne schizzo anche un fumetto. In veste di universitario, studio le lingue. Amo Internet, il sushi, la buona musica e gli eventi live tanto quanto odio il fumo e l’ignoranza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *