Arrampicate sugli Specchi

“Ecco una parola che aborro, quell’oggetto spaventoso! Non ne ho più avuto uno da quando ho smesso di radermi. Eppure mi è bastato menzionarlo per accusare un brutto colpo che ha interrotto il flusso del mio racconto (provate a immaginare cosa potrebbe seguire a questo punto – la storia degli specchi); e poi, come se non bastasse, ci sono quelli curvi, i mostri fra gli specchi: un collo nudo, per quanto esile, si allunga improvvisamente verso il basso in una voragine di carne, incontro alla quale da sotto la cintola si protende un’altra nudità rosa marzapane, per fondersi in una cosa sola; uno specchio curvo denuda il suo uomo o comincia a schiacciarlo, ed ecco che viene fuori un uomo-toro, un uomo-rospo, sotto la pressione di innumerevoli atmosfere di specchio; oppure si viene stiracchiati come un impasto per il pane, e poi strappati in due.”

(Vladimir Nabokov – Disperazione)

Esistono pochi simboli di tali e tanti significati quali lo specchio. Significati spesso in contraddizione tra loro – regola valida per ogni simbolo tanto importante, efficace, ambiguo. Al centro di leggende, fiabe, o anche di parole altamente intellettuali usate ogni giorno, in ambito accademico e non: infatti in origine gli specchi erano usati anche per studiare gli astri celesti, da cui l’aggettivo “speculare”, dal latino “speculari” (osservare, guardare). E che galleria di specchi magici nella storia dell’umanità! Ciò che risalta immediatamente è la funzione attribuitagli nel passato di oggetto puro e riflettore di purezza – che fosse in Cina, in Africa, in Giappone, che si trattasse di taoismo o buddhismo. Nell’induismo è Yama, il Deva della morte, a servirsi di uno specchio del Karma nel Giudizio finale.

Sempre impiegandolo in funzione celeste, una tradizione narra che Pitagora lo usasse per scrivere sulla superficie lunare – c’è chi dice adoperando il sangue; altri invece credono potesse leggervi il futuro dopo averlo rivolto verso la luna. L’attribuzione di queste pratiche non riguarda soltanto il filosofo greco ma anche le famigerate Streghe della Tessaglia. Antesignano dell’oggetto è il riflesso nell’acqua di cui Narciso si innamora, gettandosi nel fiume e uccidendosi per afferrare la propria immagine non avendola riconosciuta come sua, mentre altre versioni fanno risalire il gesto ad una presa di coscienza dello stesso Narciso che, vedendosi impossibilitato ad amare sé stesso come vorrebbe, si annega. Dalle lacrime di un pavone tutti gli esseri sono stati creati: il mito persiano sufi dedicato alla Creazione dice che Dio diede vita al Pavone quale Spirito e fece contemplare la sua immagine nello specchio dell’Essenza divina. Tale fu l’emozione del pavone nel vedersi che pianse (o sudò), e da queste gocce salate scaturirono tutti gli esseri. Da Platone e dai padri della Chiesa l’anima viene paragonata allo specchio. Questi andavano coperti alla morte del proprietario perché l’anima poteva restarvi imprigionata, secondo una credenza popolare dell’Europa occidentale: da qui potrebbe discendere anche la famosa immagine di Dracula quale essere soprannaturale che non può riflettersi negli specchi. Perché non ce l’ha, l’anima.

C’è una storia curiosa contenuta nel gigantesco classico della letteratura cinese del XVIII secolo, “Il sogno della camera rossa” di Ts’ao Hsueh-ch’in (in Italia purtroppo ad oggi ne esistono solo traduzioni parziali). Nel capitolo XII si racconta della malattia d’amore di Chia Jui, umiliato dalla bellissima e crudele signora Fieng-Chieh che non ne vuole sapere di lui e lo punisce dell’innamoramento con l’illusione di ricambiarlo per poi respingerlo. Chia Jui, che “al pensiero di non avere Fieng-Chieh per forza si sentiva i crampi alle dita”, chiama in casa un mendicante taoista capace di curare le malattie dell’anima. Questi regala a Chia Jui uno specchio fatato a doppia faccia “di Vento-e-Luna” raccomandandogli di guardarne sempre il rovescio se vuole guarire; il rovescio riflette al terrorizzato Chia Jui l’immagine del suo teschio. Ma le proibizioni sono fatte per essere infrante, come gli specchi; e se rompere uno specchio vuole dire nelle superstizioni locali sette anni di guai, per Chia Jui guardare il diritto contravvenendo alle raccomandazioni del mendicante è un passo quasi naturale verso l’abisso che lo porterà alla morte. E così, Chia Jui scopre che al lato diritto lo specchio rimanda l’immagine della bellissima Fieng-Chieh; non solo: Fieng-Chieh lo invita a raggiungerla. E Chia Jui obbedisce, più e più volte, letteralmente “penetra” nello specchio, si abbandona alla lussuria, incurante dei moniti del rovescio speculare a rimandargli insistentemente il teschio, la morte nuda preannunciatagli più volte. Fino a quando Chia Jui, dopo l’ennesimo passaggio erotico attraverso l’oggetto, viene bloccato da due uomini che lo incatenano. Docile, Chia Jui dice che li seguirà, ma almeno gli lasciassero portare lo specchio con sé. Verrà ritrovato morto il mattino successivo “sul lenzuolo macchiato”.

borges libro dei sogni specchiJorge Luis Borges amava molto questa storia, tanto da citarla spesso (nel “Libro di sogni”, nella “Antologia della letteratura fantastica”); per l’argentino, che aveva lo specchio tra i simboli feticcio della sua opera insieme al labirinto, alla rosa, alle tigri e alla biblioteca (in fondo, tutte la stessa cosa), la storia dello Specchio di Vento-e-Luna “il cui titolo è una metafora erotica, è forse l’unico momento della letteratura in cui il piacere solitario viene trattato con malinconia e non senza una certa dignità”. Fu sempre Borges a raccogliere l’ennesima leggenda mitologica cinese sugli animali negli specchi nel celeberrimo “Manuale di zoologia fantastica”: esseri imprigionati dall’Imperatore Giallo e condannati a ripetere pappagallescamente gli atti degli uomini fino a quando un giorno l’incantesimo si romperà ed essi “gradualmente, non ci imiteranno. Romperanno le barriere di vetro e di metallo, e questa volta non saranno vinte”, scaraventandosi a orde nel nostro piano di realtà.

È sempre di Borges la celebre frase attribuita a un eresiarca dell’immaginaria (?) Uqbar secondo cui “gli specchi e la copula sono abominevoli, perché moltiplicano il numero degli uomini”. E lo sapeva bene Orson Welles, visto che giocando sulla labirintite da casa degli specchi ha dato al finale de “La signora di Shangai” quel sapore indimenticabile e ha mostrato quanto possa essere schizofrenico, abominevole, crudele il gioco di riflessi e rifrazioni anche solo visivo.

Ma altro esempio cinematografico notevole può essere ricondotto al capolavoro definitivo “Film”, il corto del 1964 sceneggiato dal genio Samuel Beckett e diretto da Alan Schneider. Qui il protagonista anonimo, un Buster Keaton solcato dalle rughe del tempo, cerca per tutta la durata della vicenda di sfuggire all’occhio, l’occhio controllore, l’occhio della telecamera che lo segue e pedina insistentemente. Nella fatiscente camera dove si barrica (cacciando via gatti e cani, chiudendo le finestre con tende sbrindellate), egli teme e copre più di ogni altra cosa lo specchio quasi fosse un pericolo mortale.

L’immaginario comune attorno a questo oggetto, il fascino esercitato su religioni, filosofie, letterature e arti di ogni parte del globo, non poteva non essere assorbito anche dalle scienze novecentesche. E come chi ne ha fatto un simbolo di superficialità e vanità, come chi lo ha reso sospetto e inquietante serbatoio di pulsioni nascoste e doppelganger, così la psicanalisi se ne servirà come mezzo determinante per illustrare il rapporto del soggetto con sé stesso.

La teoria dello specchio di Jacques Lacan è il contributo più famoso alla psicanalisi e alla teoria del narcisismo freudiano del filosofo francese. In parole povere il bambino, tra i sei e i diciotto mesi, ancora privo della padronanza motoria, del linguaggio e quindi del tutto dipendente dalla madre, guardandosi allo specchio si approprierà della propria immagine in quanto sua. Questo si verificherà attraverso delle fasi ben distinte. Il bambino si percepirà come frammentato mentre allo specchio vedrà l’immagine completa di sé; il tutto con la presenza determinante della madre, con cui il bambino incrocerà lo sguardo di conferma che sì, nello specchio è proprio lui a riflettersi. Per riconoscersi è necessario quindi che il soggetto debba oggettivarsi nell’immagine speculare, vedere il bambino nello specchio come sé e allo stesso tempo come l’altro. Il suo corpo diventerà così il principio di ogni unità che percepisce gli oggetti, ma allo stesso tempo avvertirà l’alienazione che lo accompagnerà per tutta la vita.

La teoria dello specchio ha avuto molta fortuna, al punto che anche studiosi di cinema come Christian Metz l’hanno utilizzata come spunto per le proprie riflessioni sul rapporto tra cinema e spettatore: perché che cos’è lo schermo cinematografico se non un riflesso dello spettatore stesso, capace di identificarsi con ciò che scorre sulla superficie riflettente? Ma c’è un tabù da non toccare affinché ciò accada: sullo schermo passerà qualunque immagine, tranne l’effettivo riflesso del corpo dello spettatore stesso. Immagino un film capace di rimandare in tempo reale, senza preavviso, l’immagine dell’ignaro soggetto rilassatosi con un paio di scatoloni di popcorn; immagino il suo fastidio qualora accadesse qualcosa del genere, il suo imbarazzo smorzato in risatine, il modo in cui arrossirà, la sua rabbia feroce: vestito di tutto punto in un abbigliamento informale, si vedrà improvvisamente nudo e non potrà mai sopportarlo, non entrerà mai più nella sala cinematografica, ammesso che riesca a guardare ancora schermi da quel momento in poi senza provare moti di rigurgito o fastidio tali da distogliere lo sguardo.

E in fondo, che cos’è stato il già citato “Film” di Beckett se non lo smascheramento definitivo dell’impianto cinematografico in tutte le sue componenti di intermediazione con lo spettatore? Alla fine, il protagonista scopre che l’occhio che lo pedinava era il proprio. Si vede di fronte a sé capendo di non potersi sfuggire. Ma quell’occhio/specchio che riflette sé stesso è anche quello dello spettatore. Dopo questo “Film” il cinema poteva fermarsi: aveva già il proprio inconsapevole epitaffio.

Nabokov disperazione specchiConvinto detrattore delle teorie lacaniane è il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, che nel primo volume (Bolle) della imponente trilogia Sfere più volte si scaglia contro quella che definisce crudamente “una brillante costruzione erronea, elaborata sulla base di valutazioni false, eccessive e patetiche”. Per Sloterdijk, assertore di un rapporto con il Sé formatosi addirittura già in forme intrauterine e successivamente interfacciali, l’errore di Lacan si riscontra prima di tutto sul lato storico: “Bisogna del resto notare che […] prima del XIX secolo la maggior parte delle case europee non possedeva degli specchi, così che […] il teorema di Lacan, che si dà arie di dogma antropologico valido per qualsiasi epoca, sembra essere senza oggetto”. E ancora, nel capitolo 2 (Tra i volti):

“Gli specchi in vetro che si utilizzano correntemente non esistono che dal 1500 circa – furono dapprima fabbricati sotto il monopolio veneziano. Sostanzialmente, c’è stato bisogno di attendere il XIX secolo – e nel mondo industrializzato non ha preso piede prima della metà del XX secolo – perché parti consistenti della popolazione consistessero di specchi. Solo una cultura satura di specchi ha permesso che si imponesse l’apparenza secondo la quale lo sguardo nel proprio riflesso realizza, per tutti gli individui, la situazione originaria di rapporto con il Sé. […] Il teorema tragicamente ibrido di Lacan sullo stadio dello specchio quale formatore della funzione dell’Io non può più coprire la sua dipendenza dall’equipaggiamento cosmetico o ego-tecnico della casa nel XX secolo – con grande danno per tutti quelli che si sono lasciati accecare da questo miraggio psicologico. Il mito di Narciso non deve essere letto come indice di una relazione naturale dell’essere umano con il proprio volto riflesso attraverso lo specchio, ma come allusione all’inquietante e inabituale carattere dell’esordiente riflessione facciale. […] Se Narciso ha voluto abbracciare il suo volto riflesso sull’acqua, è anche, in ogni caso, perché non era ancora per lui il proprio volto; la sua stupida caduta nell’immagine dimostra che fino ad allora qualunque volto gli fosse dato di vedere non era che il volto di un altro”.

Per Sloterdijk dopo l’antichità europea e asiatica inizia il regime dell’uomo individualista, dei soggetti “caduti nel regno dello specchio, cioé della funzione riflessiva che si completa da sé”. È la storia nuova di un’umanità che si illude immediatamente di potersi completare e conoscere da sola, senza bisogno di altro che del proprio riflesso, dominando la propria immagine davanti allo specchio – e malignamente, si potrebbe dire, Sloterdijk non fa sconti, non illude, lanciando frasi come ami da pesca; ad esempio, parlando della finzione dell’autonomia ricevuta dall’individuo di fronte allo specchio, aggiunge tra parentesi: “e davanti ad altri media ego-tecnici, soprattutto il libro, quello da leggere e quello da scrivere”.

La stoccata finale di Sloterdijk a Lacan è convincente e vale la pena riportarla (dall’Excursus 9 intitolato “Da dove Lacan inizia a sbagliare”):

“Per Lacan, ogni lattante è fatto a pezzi da incurabili situazioni di annientamento. La psicosi è la propria verità e la propria realtà, ineluttabilmente e dall’inizio. Egli si precipita nel mondo, impotente e tradito, come un corpo già fatto a pezzi, e che può appena preservare la coesione dei propri frammenti. La verità sarebbe che la frammentazione precede la globalità e che l’ultima parola ricondurrebbe sempre a un’originaria psicosi. Per una tale entità fondamentalmente dissociata, che fermenta nel suo smarrimento […] l’immagine di sé nello specchio agirebbe […] come liberatrice di un sentimento di sé insopportabile”.

E ancora:

“Lacan si è consacrato molto presto a un dogmatismo della psicosi originaria che, per motivi propri, era legato a interessi non psicoanalitici, bensì cripto-cattolici, surrealisti e parafilosofici. Per la sua tendenza e la sua tonalità, lo straordinario teorema dello stadio dello specchio – come formulato da Lacan – è una parodia della teoria gnostica della liberazione tramite la conoscenza di sé. Secondo il suo modello problematico, si rimpiazza il peccato originale con l’illusione originale, senza che si sappia mai chiaramente se l’illusione sia qualcosa che sarebbe meglio conservare o superare”.

RIFRAZIONE FINALE

Attraverso lo specchio alice

In “Attraverso lo specchio” di Lewis Carroll, a un certo punto Alice dice alla sua gattina “Ti piacerebbe abitare nella Casa dello Specchio, Kitty? Chissà se ti darebbero il latte anche lì? Forse il Latte dello Specchio non è buono…”. Martin Gardner, nell’edizione annotata del libro, ci fa gentilmente sapere che se Alice, attraversando lo specchio, avesse effettivamente bevuto il latte, sarebbe esplosa insieme al latte non appena lo avesse toccato, in quanto il latte sarebbe formato di “antimateria”. Ma una anti-Alice dall’altro lato dello specchio al contrario lo avrebbe bevuto e nel caso fosse stato prodotto da una anti-mucca sostanziosa e nel pieno della forza lo avrebbe anche apprezzato, questo anti-latte.

A conferma che a giocare perversamente con lo spettro di Alice non sono stati (soprattutto, barbaramente) i freudiani, ma anche i matematici e gli scrittori puri (Nabokov amava i romanzi di Alice ma prese spunto anche dal povero infamato Lewis Carroll per creare il pedofilo – o efebofilo – Humbert Humbert di “Lolita”).

Alice piace così tanto che Alan Moore ne da due ritratti (speculari, visto che siamo in tema): uno in Lost Girls, il fumetto porno scritto con Melinda Gebbie, dove Alice è una piacente signora lesbica che ha vissuto vari abusi, dove il bianconiglio si trasforma in un vecchio con panciotto che approfitta di lei drogandola e la Regina di Cuori una sorta di maitresse sacerdotessa di un vero e proprio lesbosario (vedi: harem), in realtà istituto di correzione femminile.

Ma Moore cita ancora Alice nello stupendo “Almanacco del nuovo viaggiatore”, contenuto nel secondo volume de “Le avventure degli straordinari gentlemen”; qui Alice viene citata solo come A.L., dal nome della vera Alice Liddell che ha ispirato il personaggio di fantasia. Dapprima viene raccontato della sua sparizione e della sua ricerca per 4 mesi; poi la la bambina viene ritrovata zuppa d’acqua, semi-morta di freddo nel prato dove era scomparsa, e racconta della sua avventura durata per lei solo un pomeriggio. Ma la parte interessante viene ora:

“Anche se la bambina si ristabilì, le sue imprese ebbero due seguiti che si conclusero meno felicemente. Il primo ebbe luogo nel 1871, quando finì ancora una volta nello sbalorditivo territorio da lei scoperto, questa volta durante una visita di famiglia al decanato del College di Christ Church, a Oxford. Se dobbiamo credere al racconto, lo specchio collocato sul caminetto del decanato iniziò a manifestare proprietà non completamente dissimili da quelle del singolare buco in cui la bambina era capitombolata sei anni prima e questo le permise di passare nel mondo sotterraneo e antirazionale da lei descritto. Anche se il periodo passato nell’altro mondo parve alla bimba di durata molto più lunga, questa volta erano trascorsi poco più di sette minuti prima che la piccola riemergesse dallo strano portale che tremolava sopra il caminetto e che si chiuse subito dopo. Ora la bambina portava la scriminatura dei capelli dal lato opposto della testa e, a un esame più approfondito, fu chiaro che la posizione dei suoi organi si era rovesciata. In seguito a questa trasposizione, A.L. non poteva più tenere giù o digerire il cibo normale e iniziò lentamente a indebolirsi, fino a morire alla fine di novembre di quell’anno”.

Insomma, a passare attraverso lo specchio ci sono sempre delle conseguenze incontrovertibili, metaforicamente o meno. Prendere coscienza: la persona che si sta pettinando dall’altra parte non siamo mai stati davvero noi, o potremmo non esserlo più da un momento all’altro.

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