Atlante del fallimento

“[…] e che cos’è un’isola se non un paese dai confini più chiari di quelli d’ogni altro?”

(Elias Canetti – La provincia dell’uomo)

 

Il mondo in palmo di mano: è bello pensare che sia la promessa, sebbene fantastica, di un libro, di ogni libro. Ancora meglio come esempio sarebbe il mondo a portata di bottone, e qui vengono in mente le fantomatiche stanze del Potere in cui il Potente squadra da cima a fondo l’enorme pannello di tasti da premere affinché il mondo non vada a scatafascio – o ci vada, a farsi friggere nell’armageddon da sempre atteso/sperato. Forse è l’illusione generalizzata della società contemporanea, questa del mondo contenuto in una scatolina da tenere in pugno: infilare tutto (di) noi stessi nello smartphone è pratica consueta. D’altra parte, durante la Guerra Fredda è celebre l’immagine del telefono rosso nella base di Offut, Nebraska, dal quale era possibile comandare il lancio della bomba H qualora la situazione fosse precipitata. Ne da notizia Juan Rodolfo Wilcock in “Fatti inquietanti”: “L’incaricato della base di Offut è un generale americano; egli può dare l’ordine di prendere il volo, ma quello di attaccare e di far cadere la bomba lo può dare soltanto una persona, il presidente degli Stati Uniti. Nel centro di controllo, quindici metri sotto terra, c’è una serie di orologi che segnano l’ora di Tokio, Guam, Londra, Omsk e Mosca. Ce n’è anche uno rosso, come il telefono, fermo sull’ora 00.00: quest’orologio rosso si metterà in moto soltanto nell’istante in cui scoppierà la guerra.” Sembrano esempi distanti ma in realtà confluiscono entrambi nello stesso proposito: che è quello di controllare il mondo microscopico o macroscopico delle nostre esistenze solo con un dito, compulsivamente, che a farlo sia il Presidente o il cittadino.

schalansky remote island atlanteEd è lo spettro dell’utopia raccontato da Judith Schalansky nell’ “Atlante delle isole remote” a darci quella vecchia impressione di controllare nel palmo di mano porzioni di mondo che non pensavamo potessero esistere; ad illuderci di sfuggire all’Occhio del Grande Fratello, mentre il nostro Occhio scruta chi di questa aspirazione ha fatto, spesso, missione di vita. Libro (libriccino nell’edizione tascabile da me letta) che intercetta un’altra vecchia aspirazione umana: quella di “scoprire” isole sperdute e atolli dimenticati, progetto oramai impossibile nel mondo odierno setacciato da google maps. Creare da sé il proprio angolo di paradiso lontano da tutti: smartphone, telefoni rossi, tamburi di guerra o qualunque clan societario; fondarne di nuovi, se necessario. Ma ci sono anche abitanti indigeni alle prese con colonizzatori o semplici lavoratori di metà stagione che per guadagnare qualcosa passeranno sei mesi al buio in condizioni estreme.

Graficamente l’Atlante delle isole remote si presenta benissimo, come un vero atlante in miniatura di curiosità, colorato, pieno di dati sulle isole; isole su cui la Schalansky, ci informa già nel titolo, non ha mai messo piede e mai ce lo metterà (“Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò”): tentativo di sognarle sulla carta e preservarle nella fantasia documentandosi a dovere su altri testi. Qualificabile in quanto operazione nostalgica del libro come oggetto fisico e delizia grafica, l’Atlante delle isole remote non elenca la storia e la geografia dettagliata di ogni territorio ma descrive brevi segmenti aneddotici, dandoci quindi un ritratto veloce, indiretto, quasi sempre sfumato e parziale di ciò che dispiega in veloci pennellate: Schalansky vuole per esplicita ammissione fare letteratura con la cartografia. Ma se l’Atlante sembra fatto per sognare, stupisce come in un libro tanto azzurro e fantastico siano la desolazione, il mistero e la disfatta a regnare incontrastati dall’inizio alla fine. Leggiamo di avamposti sovietici immersi nel gelo, di strane epidemie (St. Kilda) o disastri naturali, di eden che si trasformano in inferni (Floreana), di Napoleone a Sant’Elena, dell’isola del “Robinson Crusoe” originale ovvero Alexander Selkirk, o di bambini che in sogno imparano lingue parlate in luoghi dove non sono mai stati (Rapa Iti). Ogni destino è segnato dalla solitudine (Solitudine è il nome di una delle isole), difficile imbattersi nel contrario. Detto in maniera concisa: sono pagine per nulla consolanti di un libro crudele che ci racconta di un mondo in avaria attraverso cataloghi di desolazione, elenchi di smantellamenti, mappe nautiche di naviganti sognatori risvegliatisi naufraghi nel mare del proprio dolore.

“Furono trasportati, alti poche decine di piedi su un mare aperto e ostile seminato di isole di roccia nuda e nera, disabitate e spoglie. «Un giorno» ragguagliò Miles Blundell, «ai tempi dei primi esploratori, ciascuna di queste isole, per piccola che fosse, ricevette il suo nome, tanto stupefacente era la loro abbondanza nel mare, e tanto grati a Dio erano gli scopritori di ogni sorta di approdo…ma oggigiorno, i nomi van perdendosi, questo mare scivola nuovamente nell’anonimato, ciascuna isola emerge come uno scuro deserto fra i tanti.» Quasi che, sbattezzati, gli isolotti sparissero uno a uno dalle carte nautiche, e un giorno anche dal mondo illuminato, per riunirsi all’Invisibile.”

(Thomas Pynchon – Contro il giorno)

atlante micronazioni grazianiL’idea del marinaio che si imbarca all’avventura per scoprire isole che non c’erano sembra anticaglia da libri di storia su Colombo, Magellano o Cook. Ma a chi non sfiora l’idea ancestrale di fuggire via e trovare un’isola disabitata da occupare secondo proprie leggi, solitamente libertarie (ovvio, se sei il solo abitante di un’isola tutte le leggi saranno stilate e modificate su misura secondo il capriccio dell’unico redattore/fruitore delle medesime)? Al riparo dalle maglie che diventano reti che diventano gabbie di un Padre Padrone oppressore che ti sfinisce a forza di complicazioni fiscali, impedendoti di esprimere quelli che consideri tuoi diritti? O magari, per protesta, crearsi una nazione fai­da­te direttamente nel giardino di casa sfruttando cavilli legali? O ancora: prendere possesso della terra di nessuno disabitata tra Egitto e Sudan e farne il regalo perfetto per la propria bambina dichiarandola principessa del Nord Sudan? È quello che racconta Graziano Graziani in “Atlante delle micronazioni” (Quodlibet).

Che cos’è una micronazione? Secondo le parole dell’autore nell’introduzione, riprese da Wikipedia, una micronazione è “un’entità creata da una persona, o da un piccolo numero di persone, che pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, ma che tuttavia non è riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali”. A differenza delle isole descritte dalla Schalansky, nel libro di Graziani scopriamo situazioni di gran lunga più variabili, spesso goliardiche, in misura minore tragiche – non mancano nemmeno queste. La goliardia nasce da iniziative apparentemente folli e pompose, dichiarazioni di indipendenza che non interessano a nessuno o vere e proprie autoproclamazioni celebri. Non a caso il libro si apre con il precedente storico dell’ “Impero degli Stati Uniti”: il 17 settembre del 1859 Joshua Norton, imprenditore ritrovatosi senza un soldo a causa di investimenti a dir poco sfortunati in carichi di riso, si autoproclama Imperatore degli Stati Uniti con una lettera inviata ai principali quotidiani di San Francisco. Norton magari non verrà riconosciuto ufficialmente quale imperatore, eppure la sua fama aumenta a dismisura. Il passo da scemo del villaggio a mascotte di San Francisco è breve, così come sorprendente è il rispetto che susciterà nei propri concittadini in vita e in morte, consegnato alla leggenda come primo e unico imperatore che gli Stati Uniti abbiano mai avuto (trentamila persone parteciparono al funerale). Mark Twain, ci informa Graziani, ne prenderà ispirazione per un personaggio de Le avventure di Huckleberry Finn e avendolo incontrato (Twain abitava vicino alla pensione di Norton) lo descriverà uomo tutt’altro che folle bensì colto, visionario ma soprattutto convinto del proprio ruolo; lo stesso farà Robert Louis Stevenson, e per arrivare a tempi più recenti è molto sentito e commovente la raffigurazione che ci fornisce Neil Gaiman nella serie a fumetti di Sandman (numero 31, Three Septembers and a January”, poi compreso in “Favole e riflessi”). Partire da Norton, personaggio celebre eppure a suo modo ancora oggi di nicchia, è il modo giusto per svelare un mondo nuovo.

“Atlante delle micronazioni” è suddiviso in 11 capitoli a seconda del tipo di micronazioni esaminate da Graziani. Pur avendo meno velleità poetiche e molta più essenzialità sul versante grafico, risulta più interessante del lavoro della Schalansky. Forse perché l’ambito micronazionalista è ancora poco esplorato e pieno di possibilità, non ultima l’esplosione del web negli anni 90 che ha dato il via all’approdo digitale e successivamente alle autoproclamazioni 2.0, ma anche per vicende italiane da noi poco conosciute: ad esempio il Principato di Seborga, vera e propria anomalia storica, ceduto nel 1729 a Vittorio Amedeo II di Savoia; eppure la mancata registrazione di atti ufficiali riguardanti la cessione del principato autorizza i fieri indipendentisti a proclamare la loro ragione. Una nota a margine e fuori dal libro: è notizia recente del colpo di Stato al Principato ai danni del governo di Marcello I (Marcello Menegatto, imprenditore edile residente in Svizzera); il tutto si è consumato senza spargimenti di sangue in quello che si può chiamare un vero e proprio tentativo di golpe digitale attraverso la creazione di un sito web gemello malvagio di quello originale.

C’è un punto in comune con quasi tutte le micronazioni elencate: l’idea di creare un paradiso fiscale, diretta conseguenza ­ o condizione essenziale ­ per un paradiso civile. Il tiranno da cui emanciparsi per creare la propria isola felice può e deve quindi essere lo Stato stesso: il kraken burocratico dai mille tentacoli esattoriali a spremere come un limone la povera preda cittadina che di questo Stato, ovviamente, non si può fidare. Una micronazione nasce sempre dalla protesta, e le proteste possono assumere caratteri artistici: così il principato di Ladonia altro non sarà che una installazione artistica dello scandinavo Lars Vilks (cataste di legno a formare torri); il regno di Elgaland­Vargaland è “uno Stato che si trova negli interstizi degli altri Stati” e i primi territori rivendicati in maniera simbolica sono “la zona demilitarizzata tra le due Coree, la linea blu tra Libano e Israele, la linea di confine tra Messico e Usa, attraverso la quale centinaia di migranti cercano un varco verso il benessere occidentale”; in Irlanda esiste un’isola, Tory Island (in gaelico Oileàn Thoraigh) considerata uno degli ultimi bacini in cui le tradizioni irlandesi e la lingua gaelica vengono ancora tramandate, e dove vive un re artista, Patsy Dan Rodgers, guida di una comunità di artisti; c’è chi come James Thomas Mangan si annette tutto lo spazio celeste meno la terra fondando “Celestia” con chiari intenti provocatori; un’isola a nord­est dell’Australia nell’Oceano Pacifico diventa rifugio per omosessuali e lesbiche in aperta polemica contro le politiche omofobe del governo australiano. L’arte fa capolino anche nella Repubblica di Uzupis con il nume tutelare di Frank Zappa sotto forma di busto a proteggere un quartiere/piccola repubblica di artisti che ha deciso di staccarsi dalla Lituania qualche anno dopo la fine dell’Unione Sovietica; così come nell’ambito delle free town spicca la città libera di Christiania, fondata da una comunità hippie negli anni ’70 nel cuore di Copenaghen e auto­gestita ancora oggi secondo forti principi liberali (droghe legalizzate, alimentazione bio, utilizzo di energia rinnovabile), il che ha causato non pochi contrasti con il governo danese e l’arrivo di fattoni e curiosi da mezza Europa. E molte altre, circa 50, sono le micronazioni presentate in oltre 350 pagine. Significativo che l’ultima sezione sia dedicata alle “Distopie”; forse perché quando si legge di micronazioni truffa che rivelano il loro lato fraudolento, in maniera anche molto esplicita, e di persone che al contrario investono speranze e soldi in progetti digitali mai esistiti ma palesemente farlocchi, ci si convince definitivamente di quanto abbiamo bisogno di credere nella possibilità di un’isola. Celeberrimo il caso del principato di Poyais e del suo cacicco, il generale scozzese Gregor MacGregor; diventa famoso in America del Sud, torna nel Regno Unito nel 1820 e sfrutta la sua fama inventandosi l’esistenza di una regione, Poyais, che non esiste, descrivendone flora e fauna, vantandone la fertilità e il clima. Incontra alti dignitari, aristocratici, frequenta la società più in vista del tempo. La stampa si innamora delle parole e di Poyais, descritta come l’Eldorado.

MacGregor comincia a vendere i diritti della sua terra e le richieste sono tantissime: cadono nella sua rete politici, banchieri, ma anche poveracci che si ritroveranno colonizzatori allo sbaraglio su un pezzo miserabile di giungla. Allettati dalle parole di MacGregor, a cui tra l’altro avevano affidato i propri risparmi cambiati in valuta di Poyais, gli emigranti sbarcano in una capitale, Saint Joseph, dove non c’è nulla se non macerie dell’insediamento messo su un secolo prima; vengono decimati da un clima ostile, dalla malaria e dalla dissenteria, in condizioni igieniche miserabili. E MacGregor? Anni dopo ripeterà la truffa in Francia, verrà creduto per l’ennesima volta: obbligazioni, vendita di passaporti e fama tornano a piovergli addosso; e quando sarà costretto a fuggire per l’ennesima volta – dopo essere stato arrestato, tutte le accuse contro di lui decadono ­ tornerà in Venezuela, dove viene rispettato e stimato, ricevendo il grado di generale e morendo nel 1845 dopo una vita lunga e soddisfacente. È sepolto nella cattedrale di Caracas e il suo nome “compare accanto agli altri liberatori della patria”. Ed è probabilmente l’unico tra tutti gli infelici abitatori di questi atlanti disgraziati che sia riuscito a capire quanto il destino di ogni terra promessa sia la delusione, la pazzia, il sangue e il fallimento: sfruttando il desiderio altrui di creare un proprio globo a parte, ha vissuto senza il coraggio di potersi guardare allo specchio, ma trovando il proprio posto ovunque: nello specchio che rifletteva l’immagine del suo doppio moltiplicando la finzione in modo beffardo avrà visto segnato il simbolo del suo destino.

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