Autore: Eugenia Liberato

SmoKings, di Michele Fornasero

Venerdì 27 Marzo, presso il Cinema Teatro Galliera, ho avuto la fortuna di avere un posto in sala riservato per la visione di un docufilm indipendente davvero interessante: SmoKings, scritto e diretto da Michele...

The Repairman, di Paolo Mitton

“Zio, ma secondo te io sto male?” Se devo scrivere di un film fuori dagli schemi, è possibile che io esca dai margini. Per questo e per altri miei inadempimenti, chiedo perdono. Paolo Mitton...

Gemma Bovery, di Anne Fontaine

Anne Fontaine probabilmente è una delle tante attrici francesi che, ad un certo punto della propria carriera, decide di intraprendere quella da regista. Vi ricordate il film “Tenere Cugine” del 1980? È il primo...

Big Eyes, di Tim Burton

Tim Burton è uno di quei registi di cui, in un modo o nell’altro, devi aver visto almeno la metà dei film. Uno di quelli che magari vai al cinema e ti dimentichi il...

È stata la prima volta, la prima in assoluto. Non sono mai andata al cinema da sola. Ero seduta accanto a innamorati e amici, amici di amici, giacche, sciarpe e borse. E’ vero, questa non sembra l’introduzione a una recensione, ma non riuscirei a scriverla in modo diverso. Mi impegnerò con tutta me stessa a non raccontare l’intera trama del film, ma anche se lo facessi vi invito ad andare a vederlo ugualmente perché ne vale sinceramente la pena. Nel pomeriggio ho deciso di informarmi su questo Xavier, di cui non conoscevo alcun lavoro, e, dopo ieri sera, un po’ me ne rammarico. Un “enfant prodige”, così è stato definito, poiché all’età di 25 anni ha già realizzato 5 film, premiati e apprezzati dalla critica. Assodato il regista, passo al film: trailer e commenti infiniti. Ok, sinceramente e senza pudore lo dico: avete presente il film Thirteen di Catherine Hardwicke uscito nel 2003? Quel film sulla difficile vita sociale di una tredicenne con una madre poco attenta che trasgredisce per racimolare esperienze facendosi amica una ragazza instabile e popolare? Potete riprendere fiato. Bene, sono sicura che la maggior parte di voi non lo avrà visto, non è un capolavoro cinematografico infatti, è un film triste, spicciolo ed esagerato, purtroppo autobiografico. Dopo il trailer di Mommy ho pensato “ecco, un adolescente caso umano che ha un brutto rapporto con sua madre, dove sarà mai l’originalità?”. Cancellate l’ultima frase che ho scritto, oppure tenetela a mente, così sarete piacevolmente sorpresi e carichi di emozione a fine proiezione. Die, Diane Desprès (una bellissima e bravissima Anne Dorval), è una madre single, vedova, una donna che la vita non l’ha presa in discesa, ma a fatica la sta scalando, senza imbracatura. Die ha un figlio, Steve (Antoine-Olivier Pilon), un ragazzo che “ha carisma”, ma che perde le staffe e diventa pericoloso per la vita degli altri e per se stesso. Viene espulso da un istituto di recupero perché ha incendiato la mensa ferendo gravemente uno dei suoi compagni. Diane è una bella donna, vicina alla mezza età, ma provocatoriamente giovane e dozzinalmente sexy. Una ciocca bionda tra i capelli, parolacce e sigarette in bocca a non finire. Single per scelta propria, vedova per colpa di una malattia. Cafona fuori, pulita dentro. Steve è biondo, biondo platino, ha il volto di un bambino innocente, ma dentro di lui alberga a tempo indeterminato una belva furiosa. Con un vocabolario magnificamente maleducato, una catena di medie dimensioni al collo, una longboard, un paio di cuffie, tra una canna e una sigaretta, ora una linguaccia ora un bacio, tra vetri rotti e docce gelide, Steve torna a casa con sua madre. Porta con se vestiti e oggetti, ma ciò che pesa di più per Diane è la sua instabilità emotiva, ovviamente incominciata alla morte del padre, da entrambi infinitamente amato. Steve non può andare a scuola, è pericoloso, è irruento, è senza freni; ma la madre vuole che studi, che si diplomi, che si crei un’opportunità per avere una vita normale, che le dia il tempo per lavorare e per portare a casa il necessario. Kyle. Chi è costei? Subentra nella loro vita balbettando, tra un’implosione e un’esplosione; silenziosa, impacciata, preoccupata, spaventata, rammaricata. E’ un’insegnante in anno sabbatico che, il caso vuole, insegna a ragazzi della stessa età di Steve. Si fa presto anche durante il film a capire che Kyle diventerà la sua insegnante privata. Credo che parlare dei personaggi basti per far immaginare la trama, per cui non continuo, onde evitare di parlarne troppo. Ecco, quello di cui sento il bisogno di parlare è l’emozione, anzi, sono le emozioni di cui il film è praticamente impregnato. Ok, è un adolescente caso umano, c’è una madre incapace di gestire se stessa, figuriamoci un figlio problematico, c’è la timorata del mondo che scopre la vita. Ci sono tutti gli elementi per cui potrebbe essere considerato un clichè. Credetemi: le mie aspettative sono state più che ricompensate. Nonostante una risoluzione particolare, 1:1 (un quadrato con due grosse bande nere ai lati), più che un film, più che degli attori, ho visto 3 persone normali con i loro problemi che fanno dell’amore il rimedio a tutto, a tutto ciò che nella vita gli è stato tolto e gli sarà tolto. Un amore profondo, sincero, doloroso, geloso, pieno di sacrifici, di scenate, di rimedi; un amore stracolmo di amore. Un figlio che ha paura che la madre un giorno smetta di amarlo, ma lui sa che ci sarà sempre; una madre che sa che amerà sempre di più suo figlio e quest’ultimo sempre meno. Un complesso di Edipo a doppia veduta, reciproco. Quando Diane è triste, è preoccupata, è stanca, è rassegnata, Steve è lì: “ci penso io a te”, “siamo una squadra”, “ti amerò per sempre”, “sei bellissima”. E’ toccante quando Die, per calmare il figlio dopo averlo fatto arrabbiare, dopo che lui l’ha quasi picchiata, per tranquillizzarlo parla di se in terza persona; si rivolge a Steve non come Diane Desprès, ma come mamma: “mamma ti vuole bene”, “mamma non è arrabbiata”, “mamma ha paura”. È una madre che non vuole rinchiudere suo figlio, che ha paura che qualcuno glie lo porti via, è una donna la cui unica arma per ogni evenienza è l’amore: “gli scettici dovranno ricredersi”. Le emozioni e la commozione fanno passare in secondo piano il film, nel senso che il susseguirsi di fatti sullo schermo non sono così importanti tanto quanto lo scambio di emozioni che intercorre tra madre e figlio quando ti accorgi che si guardano negli occhi. È un amore talmente potente da riuscirne a carpire i buoni propositi anche una terza persona, estranea, un insegnante ipersensibile e riservata: Kyle. E’ importante questo terzo membro della famiglia, è importante per Die che trova un’amica, un sorriso, un sostegno, un conforto, un contatto; è importante per Steve perché di fronte a se ha una donna che non si aspetta nulla, ma lo aiuta lo stesso. Diane e Steve vogliono entrambi una seconda possibilità dalla vita e, per quanto possano desiderare sempre la felicità e la realizzazione dell’altro, per quanto ognuno desideri per se un futuro (senza nessun aggettivo, perché è già solamente difficile arrivarci), la sensazione è che non potranno mai dividersi. Quando Diane è ferma ad un semaforo, con in macchina Steve e Kyle, immagina il futuro di suo figlio, ne immagina uno normale: diploma, università, fidanzata, matrimonio, un nipotino. Il sogno ad occhi aperti si conclude con un sorriso spezzato. Die si ritrova in macchina e al semaforo, con Steve che le dice che è verde. Diane è una madre che non soffre per l’instabilità del figlio, soffre per il troppo amore che prova nei suoi confronti. E per quanto sia difficile da immaginare, in questo amore non c’è malizia, non c’è sesso: ci sono una madre e un figlio che, cercando di fare la cosa giusta, finiscono sempre per fare quella sbagliata, per farsi del male e per amarsi sempre di più. Diane è una madre vinta dalla paura di perdere il figlio, rassegnata all’idea che l’amore non basta, speranzosa per il futuro. La fine del film lascia un leggero senso di incompiuto, sono rimasta seduta a cercare nei titoli di coda una vera fine. Sapete cosa mi ha detto Xavier Dolan all’orecchio? “Se c’è un po’ di amore in te, allora sai come finirà”. Ha ragione Dolan, io so qual è la fine. E pare che la capacità di amare sia parte di ognuno di noi; ho sentito qualcuno dire che è gratis, è bella, ti ricompensa generosamente, ti toglie quando sei avido. La vera conclusione di questa recensione può essere solo una: andate al cinema a vedere Mommy, sedetevi comodi e cercate di ignorare l’odore dei popcorn e il rumore delle bibite. Si può dire che è un film in 3D? Amore,

Mommy, di Xavier Dolan

“Ma noi ci amiamo ancora, vero?” – “Certo, è la cosa che ci riesce meglio” Mommy, di Xavier Dolan Cinema Galliera, ore 21.00, prima fascia, in fondo a sinistra. E’ stata la prima volta,...

Pasolini, di Abel Ferrara

“How are you, Pierut?” Pasolini, di Abel Ferrara L’ultimo film di Abel Ferrara, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 25 settembre 2014, ripercorre gli ultimi giorni di vita del grandissimo Pier Paolo Pasolini. La...