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Tim Burton è uno di quei registi di cui, in un modo o nell’altro, devi aver visto almeno la metà dei
film. Uno di quelli che magari vai al cinema e ti dimentichi il titolo: il sapere che è opera di Tim e
che, immancabili, ci saranno Johnny Depp e Helena Bonham Carter, basta. Basta e avanza. Basta
perché Johnny è Johnny: tre donne su tre pensano che sia fantastico (non esiste in realtà un termine
per definirlo, non è stato ancora inventato); avanza perché Helena è (era, purtroppo) la protagonista
dei suoi film e della sua vita.
Edward Mani di Forbice, Nightmare Before Christmas, la Sposa Cadavere, Alice in Wonderland,
Batman, la Fabbrica di Cioccolato, Dark Shadows, Big Fish, il Mistero di Sleepy Hollow, Sweeney
Todd, Frankenweenie, Vincent, la Leggenda del Cacciatore di Vampiri. Li avete visti tutti, vero?
La magia dei personaggi così profondi di Tim Burton ci ha tenuti incollati allo schermo dall’inizio
della sua carriera. Pensate ad Edward, a Vincent, a Barnabas Collins, ad Abraham Lincoln, a Jack
Skeletron, a Victor Van Dort. Sono tutti personaggi completamente diversi; alcuni umani, altri no;
vampiri, mostri, presidenti, pupazzi, uomini. Tutti così diversi, eppure tutti così simili. Il filo che
parte da Batman ed arriva a Barnabas (Dark Shadows) è particolarmente evidente: personaggi
all’apparenza forti ed egoisti, ma in realtà timorosi e deboli. Infatti tutti i personaggi di Tim,
nonostante le storie così diverse, sono la stessa persona. E badate bene, perché questa non è una
critica, anzi. È coerenza, sensatezza, realtà. È Tim. Perchè il regista stesso dice: “Quando decidi di
dar vita a un’idea devi veramente ripulire l’anima per poter sentire profondamente qualcosa dentro,
come fosse tuo, e poterlo esprimere”. Quindi insomma, in ogni film il regista mette un po’ di se
stesso, mette quella che forse è la sua parte migliore e spera di farci trovare risposte e sicurezze.
Venerdì sera sono andata al cinema a vedere Big Eyes, l’ultimo film di Tim Burton. Il canovaccio
soprascritto coincide con le premesse (o forse i pregiudizi), lo spirito e le aspettative con i quali mi
sono seduta in terza fila, al centro. Dal trailer, vi dirò, ci avevo capito poco e niente, fortunatamente.
La mia curiosità verso questo film è nata da diversi commenti che ho sentito e letto, ma un
aggettivo in particolare mi ha convinto: pretenzioso. Un film di Tim Burton pretenzioso: e qual è la
novità? In realtà di novità ce ne sono due: è una biografia e non ci sono Johnny ed Helena.
Tim che mette in scena una storia vera. E i mostri, le forbici, gli scheletri, i cadaveri e i cieli cupi
dove sono? Chi è Margaret Ulbrich? Perchè ci sono “occhioni” dappertutto? Ma quella è la Amy
Adams di American Hustle? Tante domande alle quali il trailer, anche dopo averlo visto cento volte,
non risponde.Partendo dal principio, provo a spiegarvi senza spoiler chi è Margaret: è nata nel Tennessee nel
1927, nome di battesimo Peggy Doris Hawkins (P.D.H., sigla che durante il film troverete). Con un
divorzio alle spalle e una dolce figlia da mantenere, con la passione per una pittura particolare che
la rende un’artista dei sentimenti, Margaret decide di sposare Walter Keane (Christoph Waltz), un
uomo affascinante e reduce da passati soggiorni medio-lunghi nelle periferie parigine impregnate
d’arte e, pertanto, un mezzo artista. Margaret è una donna estremamente sensibile e corruttibile, che
ama suo marito e venera sua figlia. È una donna che dipinge, che nella vita cerca di andare avanti
tramite quella che è la sua passione. I suoi quadri, monotematici, dispongono di una forte carica
emotiva poiché rappresentano dei bambini con dei grossi occhioni, “due grosse frittelle”. È
convinta, giustamente, che gli occhi siano lo specchio dell’anima, attraverso i quali è possibile
esprimersi sinceramente. E cosa c’è di più puro dello sguardo di un bambino? Walter è un bugiardo
con carisma, un uomo ossessionato dal denaro e dalla fama. Infatti, pur di essere considerato un
grande artista dai suoi contemporanei, per 10 anni fingerà di essere lui l’artefice di quei bambini,
barcamenandosi tra scuse e furberie. È quando verrà venduto il primo quadro di Margaret che
Walter intraprende la via della menzogna e, approfittando del nobile e debole animo della moglie,
ve la trascinerà fino allo sfinimento.
Questo è, in soldoni, il trailer. Vi assicuro che, vedendo il film, i personaggi vi risulteranno
psicologicamente più interessanti di quello che posso aver scritto. Margaret è una donna introversa
e genuina, Walter è un uomo estroverso e costruito, che non conosce pietà o risentimento, che pur di
raggiungere i propri scopi farebbe qualsiasi cosa. Tutt’ora mi chiedo come due persone così diverse
si siano trovate nella vita. Margaret mente a se stessa tanto quanto il marito fa, sempre con se
stesso, per 10 lunghi anni. Per quieto vivere e perché “era pur sempre mio marito”, contribuisce alla
realizzazione di quello che, alla fine del film, non appare più come un uomo, ma come un povero
malato.
Mentre P.D.H. troverà il coraggio di reagire e di buttarsi alle spalle una vita fatta di finzione e di
sottomissione, Keane non troverà mai la pace. É un uomo che ha mentito talmente bene da essersi
convinto delle sue stesse menzogne.
Dopo averlo visto ho interpretato il perché del pretenzioso che gli era stato cucito addosso. È una
storia sui limiti dell’assurdo, una storia che risulta originale solo perché vera. Sinceramente se fosse
stata un artificio di Tim Burton la delusione sarebbe stata parecchia. E infatti, ecco perché
pretenzioso: perché pretende di essere al pari dei film passati sopracitati. Pretende di essere
pretenzioso. Perché dico questo? Perché in una scena del film, poco prima della fine della prima
parte, viene inserito l’elemento fantastico tipico di Tim Burton. Quell’elemento onirico e cupo che di
solito è il motore dell’intero film. In una storia come questa è, paradossalmente, un pugno
nell’occhio perché si insidia dentro la testa il pensiero che forse non stiamo guardando una cosa
realmente accaduta. Si, in poche parole, la scena dove Margaret, arresasi alla frustrazione, vede le
persone intorno a lei con gli occhi grandi come nei suoi quadri, è inutile. Non da al film niente di
più e niente di meno.
Si, insomma, la storia non è questo gran capolavoro di originalità. Senza sapere che cosa e chi stai
vedendo probabilmente riesci a capire quale sarà la fine. Non è, per così dire, una trama all’altezza
del Tim Burton che è sempre piaciuto all’opinione comune, di quello che probabilmente egli stesso
ci ha sempre fatto vedere. In questo film, a differenza di ciò che ho detto sopra, del regista non c’è
niente. La sensazione che ho provato, seppure questa volta molto più profonda e istantanea, è simile
a quella che ho provato quando ho visto il film Big Fish, seppure non fosse una vera e propria
biografia.

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Il vero motivo per cui sento di aver comunque speso bene quelle due ore è stato per lei: Amy
Adams. E chi se la sarebbe aspettata un’attrice così versatile e convincente? Ho recentemente
scoperto che ha vinto il premio come “Best Actress in a Musical or Comedy” ai Golden Globes del
2015. Meritatissimo. Amy, come anche precedentemente nel film American Hustle – L’apparenza
inganna, ha dato prova di una bravura che va oltre i personaggi stessi. Ciò che mi ha colpito
profondamente è la sincerità ed anche l’umiltà con cui è apparsa sullo schermo, per raccontare la
storia di una donna che tutt’ora vive. La stessa passione che quest’attrice esprime nel recitare, è la
stessa di Margaret nel dipingere. Alla fine del film compare una foto dove Amy è insieme alla vera
Margaret Ulbrich: come se fosse un viaggio nel tempo, entrambe sono la vera Peggy Doris
Hawkins. Una parte del discorso di Amy Adams ai Golden Globes 2015 (è in inglese, ma
comprensibile) recita: “It’s just so wonderful that women today have such a strong voice. And I
have a four and a half year old and I’m so grateful to have all the women in this room, you speak to
her so loudly. She watches everything and she sees everything. And I’m just so so grateful for all of
you women in this room who have such a lovely, beautiful voice…Thank you so much.”
Grazie ad Amy sappiamo che Margaret Ulbrich ama dipingere tutti i giorni con la stessa costanza e
con lo stesso amore di quanto già faceva in passato. Una grande attrice per una grande donna: Tim
Burton, in questo, è stato perfettamente pretenzioso.

Per la recensione si ringrazia il Cinema Galliera – via Giacomo Matteotti, 27 (Bologna)

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