Grande successo per l’ultimo album del gruppo indie folk statunitense Bon Iver, “22, A Million”, che conquista anche la critica.

Marina Calivi

Bon Iver, "22, A Million"
Bon Iver, “22, A Million”

Se c’è una cosa che, più di ogni altra, traspare divorando le dieci tracce che compongono il terzo lavoro in studio del gruppo indie folk statunitense, quella è senza ombra di dubbio l’imprevedibilità. Avevamo conosciuto il camaleontico Justin Vernon, leader indiscusso della band, attraverso il capolavoro d’esordio For Emma, Forever Ago (2008), caratterizzato da una cifra introspettiva e decisamente naturalistica; pochi anni più tardi, era tornato prepotente, viscerale, con l’omonimo Bon Iver (2011), che già lasciava assaporare ed intravedere nuove sperimentazioni e possibili cambi di rotta. Quale strada avrebbe potuto percorrere nei successivi lavori era, di sicuro, un interrogativo postosi dalla critica e dagli ascoltatori più affezionati, curiosi di esplorare e conoscere a fondo l’identità così ben stratificata del cantautore originario del Wisconsin. Congetture, ipotesi, previsioni: 22, A Million aggiunge un nuovo, straordinario tassello nell’opera dei Bon Iver, fondendo con disinvoltura due anime non necessariamente in contrasto, come il puro folk incontaminato e le sperimentazioni digitali. In questo viaggio in cui l’ascoltatore rischia di perdersi a più riprese, è proprio la voce di Vernon a far da guida: che sia effettata, o di una naturalezza disarmante, è certamente lei l’assoluta protagonista.

Copertina criptica, simboli e numeri astratti, testi di non facile interpretazione: gli ingredienti giusti per il cambiamento sono qui, tutti a portata di mano, ma capitolo dopo capitolo non è difficile scorgere rimandi profondi ai suoi precedenti lavori. Si parte con l’emblematica 22 (OVER S∞∞N): l’atmosfera è calma, accogliente, mentre il falsetto di Vernon ripete ossessivamente un “It might be over soon”, quasi a sottolineare la precarietà dell’esperienza che attende l’ascoltatore. Si fa in tempo a riaprire gli occhi, a riprender fiato, che la traccia successiva lascia completamente di stucco: 10 d E A T h b R E a s T potrebbe benissimo rappresentare un tipico pezzo da dancefloor, orecchiabile ed elettronico; siamo, insomma, molto lontani dal suono puro e vergine di Flume, prima traccia dell’album d’esordio. La rivoluzione operata da Vernon non è, tuttavia, un’assoluta novità: nella penetrante 715 – CRΣΣKS tornano alla memoria i giochi ad effetto di Blood Bank, mini ep rilasciato dai Bon Iver nel 2009, ed è subito un meraviglioso pugno allo stomaco. Altro episodio riuscito è senz’altro 666 ʇ, dall’andamento irregolare e pervaso da influenze soul-ambient. Quasi a chiudere il cerchio, la traccia finale regala un tuffo nel passato: 00000 Million sa di porto sicuro, di abbracci familiari, di solitari tramonti in riva al mare.

Testa o cuore? Istinto o razionalità? Nonostante la scrittura dei Bon Iver ci lasci, a fine ascolto, con questo interrogativo, 22, A Million rientra a pieno titolo nei piccoli gioielli d’autore, da preservare con cura.

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