Coming over, you’ll watch all the key-plans. You’ll crush em’ daughter, same direction as me. Full death race again, we can start a new day.. ‘cause one thing I’ve learned is that you should never look back. Back again, back again..the time land’s ending there.. Fragments of wonders, I think we should act soon our ages.. Surrender on your bed, baby you’re the beauty, my spell. Colors on your shoulder: I know I’ll never forget it. Your hands of pure shape, I love you so much and more. Back again, back again, the time land’s ending there.

 

(River – She Runs)

 

Qualche settimana fa due eventi di per sé irrelati hanno collegato due città emiliane, Bologna e Carpi. Uno di portata discreta, l’altro di portata apparentemente minimale, ma che ha avuto una sorta di peso sulla mia vita. Toni Servillo riceveva la honoris causa nelle discipline AMS, facoltà tra le più controverse dell’area umanistica, direttamente dalle mani di un altro umanista, Ivano Dionigi, presto ex-rettore dell’Alma Mater. A Carpi, città recentemente oggetto dell’interesse della nazione e non solo come modello della new economy renziana e per avere, a soli 70.000 abitanti, una squadra di calcio in serie A, un neolaureato del DAMS pubblica a sue spese un EP (lo trovate disponibile su Youtube, SoundCloud e in copia cartacea) dal titolo River. Chiamiamolo River, anche se al secolo porta quello triplice di Francesco Federico Pedrielli.

 

Mentre ascolto a ripetizione le cinque tracce della sua anima contenute nell’EP, mi interrogo sull’opportunità di scrivere un articolo in proposito di un’impresa appena avviata, che lo coinvolge nei celebri ventiquattro/sette, e che potrebbe sembrare una banale sponsorizzazione di like alla sua pagina e al suo prodotto. Non è così, e vi chiedo fiducia: River è anzitutto un caro amico, ed è con soggezione che ne scrivo, perché si tratta di andare a toccare i punti nevralgici della sua persona, della sua vita e dei suoi sogni. Inoltre ho pensato che se su un blog di informazione studentesca non si parla delle delicate, acerbe e compromissorie vicende post-laurea degli studenti Unibo, allora mi chiedo che cosa ci stia in collaborazione a fare. Non intervisterò ogni studente ed ex-studente dell’Unibo, tranquilli, solo quelli che si stanno buttando in cose enormemente più grandi di loro, con il coraggio e l’incoscienza che contraddistingue le persone che stimiamo.

Cover EPNon sono un critico musicale, quindi non entrerò nel merito dell’album, non è mio obiettivo parlarne, e anzi credo che parlarne tecnicamente farebbe torto a  chi, dopo l’articolo, volesse ascoltarlo. Preferisco entrare nell’aspetto esistenziale della sua esperienza di giovane musicista, sperando di essere di aiuto a chi stia covando l’aspirazione di darsi alla musica, specialmente con un progetto di solista.

Ho esordito con Toni Servillo perché è un grandissimo artista, un talento mondiale, ma partorito qui, nella nostra terra, e che esporta in tutto il mondo la grande cultura del teatro napoletano, e lo fa col consumato mestiere dell’arte, con il semplice ausilio di ogni giorno della vita, fin dagli albori gesuitici delle recite in oratorio, dedicato all’apprendistato delle tecniche della recitazione, della cultura italiana ed europea, dell’instancabile dedizione a un progetto di vita che con scommessa vincente lo ha portato alle stelle. Proprio Servillo, attore che pochi non amano, elogiava il lavoro prezioso di una facoltà come il DAMS, e noi vogliamo sperare che non fossero solo parole cerimoniose e politiche. Ho di recente imparato che se non rapportiamo l’esempio dei grandi ai tentativi dei piccoli non ci faremo mai largo nel mondo, per coronare i nostri intenti, una volta dismesse le vesti dei semplici sognatori. Per questo voglio collegare queste due figure, pur diversissime. Per cogliervi una traccia comune. La dedizione all’arte.

 

Raccontaci un podi te. Cominciamo dalla scelta di intraprendere una carriera solista.

 

E’ semplice: a un certo punto della mia vita di musicista ho capito che non ne avevo più di suonare nelle band, e che per esprimermi necessitavo di stare sul palco da solo, benché la mia cronica timidezza abbia sulle prime generato più di una difficoltà. Ma al ventiduesimo concerto da Ottobre, più o meno uno a settimana, ho cominciato a sentirmi del tutto a mio agio, anche grazie all’incredibile feedback che sto ottenendo. Non me l’aspettavo, ed è bellissimo per me. Diciamo che una band è come una donna, devi scendere a continui compromessi. La mia creatività si esprime di più in solitaria, e a una donna collettiva ne preferisco un’altra, la ragazza con cui sto, Matilde.

 

Nei concerti suoni solo il tuo EP?

 

Ovvio che no. Tra cover e brani miei ho 20 pezzi. Ma l’EP ha assunto la prospettiva di un concept. E’ un’atmosfera unica, un mood generale.

 

Generalmente malinconica, mi pare di capire.

 

Con le parziali eccezioni di Darker e Relentless sì. C’è molto della mia vita finora, e non è stata mai una passeggiata. Sono un tipo tormentato e sensibile, l’allegria per l’allegria è per me inconcepibile.

 

E ora come stai?

 

Molto meglio che in passato. Complice anche la sfibrante routine a cui sono costretto.

 

Parlacene. Che vita fai?

 

Quello del musicista esordiente e possibilmente emergente è un impegno esistenziale. Psicologicamente devi rimanere concentrato, non puoi elaborare mille progetti, fare mille cose. Io stesso sono partito dalla chitarra e ora non la suono quasi più, se non per accompagnarmi. Sono un cantautore, ma nei retroscena degli eventi musicali, anche su larga scala, mi è stato detto più volte di concentrarmi sul canto, che l’estro chitarristico è come se sminuisse la tua voce. Ho cominciato a suonare che volevo fare il rocker, con Iron Maiden, Guns e Trivium a guidarmi. Ora passo le mattine a fare imbarazzanti esercizi di canto, a tirare giù pezzi che potrei imparare a cantare. E’ una fortuna che sia diventato bravo a suonare quando ancora c’era tempo. Ora l’impegno è tutto vocale. Ma ti dirò, dopo le prime difficoltà, ora non mi viene nemmeno più di prendere in mano la chitarra se non quando necessario. E in un futuro non mi dispiacerebbe avere un turnista e cantare e basta.

 

Quindi molto tempo lo dedichi alla voce. E fai altro?

 

L’aspetto più consistente della mia attività è gestire Internet, l’apparato dei social. E’, di fatto, lavoro non pagato. Anche se non pubblichi nulla di nuovo devi controllare i canali, la pagina Facebook e i vari account di siti web come SoundCloud. Posso assicurare che è una gestione difficoltosa, specialmente quando fai tutto da solo.

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

 

Quest’estate sponsorizzerò l’EP, e poi volerei a Londra, se non ottengo riscontri positivi qui. Londra è la culla del cantautorato europeo, e io canto in inglese.

 

Ecco, questo è un aspetto non scontato della tua opera. Come mai linglese?

 

Perché sono influenzato dalla musica anglosassone, non da quella italiana, benché apprezzi tantissimi artisti del nostro Paese. I Verdena per esempio, o Colapesce. Risalendo all’indietro, De André e Bersani. Penso che artisti come i Verdena siano molto più vicini alla gente che non i vari Lorenzo Fragola e Mengoni. E i Verdena non sono su alcun piedistallo, nonostante il grande seguito che hanno. Purtroppo, o perlomeno caratteristicamente, in Italia ci si aspetta musica italiana, e non credo di essere personalmente tagliato per produrne di mia e originale. In realtà, proprio X-Factor ha aperto a una sorta di mercato inglese in Italia, Fragola e Madh per esempio presentano nei loro album vari pezzi in lingua. Ma non sono gli unici, gli About Wayne sono bravissimi e cantano in inglese.

 

Mi sembra dunque che tu abbia un rapporto delicato coi talent.

 

Abbastanza, sì. Di fatto sono l’unica strada per emergere. Che ti piaccia o no. Ovviamente se vuoi avere un nutrito seguito, se vuoi rimanere di nicchia è un altro discorso. Dato che il mercato è saturo, i talent operano una selezione utile. Bisogna capire che tutto è in funzione di Internet e televisione. Ci sono, come dicevo, realtà distaccate, come i Be Forest, ma dipende da cosa uno vuole. Molte band eccezionali sono state lanciate dal web, gli Arctic Monkeys da MySpace per esempio, oppure c’è l’imbarazzo di un Justin Bieber con Youtube.

 

Quindi per avere un contratto discografico

 

Devi avere già un buon seguito. Molto semplice. I produttori non producono più il musicista originale, mettono solo a disposizione l’apparato industriale. Questo probabilmente per mancanza di soldi da investire su progetti comunque di per sé rischiosi. La base di fan ti assicura una caduta molto più sicura. I talent creano in due mesi un seguito enorme, se lo rapporti alla difficoltà di crearsene uno proprio a suon di concerti e autosponsorizzazione. Pensa solo al fatto che Fragola era disco d’oro ancora prima della fine dello show.

 

Ma questo non rischia di impattare negativamente sui contenuti musicali?

 

Dipende, ancora una volta, dal contesto in cui vuoi inserirti. Se si tratta del sistema underground è possibile che tu abbia più potere decisionale sulla tua musica, anzi di fatto è quello che si vorrebbe esplicitare col concetto di “underground”. Ma io penso che sia commerciale anche quello. Un musicista di nicchia, se si porta dietro un buon seguito, arriva a guadagnare bene lo stesso. Secondo me la vera pecca del sistema è puramente di mentalità: è passato il concetto, naturalisticamente proprio, che la gavetta non sia più necessaria. Quando invece è il concetto più antico del mondo. La tv è instantanea, non ti dà e non vuole darti la percezione di un percorso faticoso che vi sta dietro. Oggi è il Nulla a vendere. La cultura serve a poco ormai.

 

A proposito di questo, cosa ti ha dato il DAMS?

 

Una base fondamentale, che è la cultura umanistica. La penso con David Foster Wallace, il celebre adagio di
“Questa è l’acqua”, il valore della cultura come percorso di “scelta delle cose a cui pensare”. Io la modulo col semplice concetto psicologico di “attenuare la presunzione”. Poiché ci sono tre modi di fare ed essere un musicista. La popstar, quella che trasgredisce dove gli altri non possono trasgredire, e che in base a questo gossip vende. Poi c’è la musica accusata di fare politica, come spesso accade per i Ministri o Caparezza. E poi ci sono figure che sanno stare a
metà, e penso all’insospettabile Francesca Michielin, uscita dai talent, ma in grado di comunicare un’immagine accettabile di artista-popstar: frequentemente lei richiama al dovere della riservatezza. Può darsi che sia solo un’esigenza personale, e che non riflette uno stile di vita del musicista, ma di fatto essendo una figura pubblica la prendo a modello. O fai il buffone o fai il musicista. In un momento in cui appartenere a un’ideologia è abbastanza improbabile, io mi riservo di essere riservato. Ho già paura di dire la mia ora che non sono nessuno, figuriamoci un domani in cui purtroppo sarò costretto a farlo, qualora mi vada bene.

River

 

Ragionando in questi termini, ti sei dato una scadenza? Nel senso, John Hamm, lattore protagonista di Mad Men, prima di ottenere quellingaggio si era ripromesso di abbandonare le sue velleità entro una certa data. Tu come la vedi?

 

Non ho una scadenza concreta, ma ci penso. Cioè, penso di essere nel momento giusto e non voglio avere rimpianti a trent’anni. E lo sarebbe, un rimpianto, anche solo aver chiuso facendo il turnista. Io voglio proporre cose mie, voglio dare qualcosa al mondo, non farmi andare bene quello che il mondo può avere più o meno in serbo per me. Certo è che qualora non trovassi un seguito, sarei obbligato a trovarmi un impiego nel mondo musicale, è la strada più ovvia. Ma solo dopo aver tentato una carriera originale. Alcuni partono proprio facendo i turnisti, a me non interessa.

 

Hai comunque già lavorato nella tua vita.

 

Sì, ho fatto l’operaio, anche per pagarmi l’EP. Ma lavorare non è un problema. Il problema è che alla gente non importa nulla della musica.

La dimensione del concerto è quella più colpita. Io propongo cose mie, ma ai concerti continuo ad andare con grande interesse e passione, sia dei miei coetanei o “colleghi”, sia di quelli già in qualche modo arrivati. Ci vado anche per imparare, sono il mio specchio, anche se non faccio confronti.

 

Sostanzialmente, rimpiangi epoche e culture come la Beat Generation in cui la musica aveva il significato di un possedimento collettivo, una controcultura reale, in cui identificarsi anche ideologicamente.

 

Esattamente. Certe volte spero che ai miei concerti ci sia uno scrittore ad ascoltarmi al tavolino, come Pynchon nei locali jazz a fine anni Sessanta. Era un circolo virtuoso, ci si influenzava a vicenda. Vorrei stringere rapporti di amicizia con tutti quelli che sono nella mia situazione, non un lupo solitario interessato solo ad ascoltare la sua musica. Spesso invece è così, e non aiuta ad andare avanti. L’indifferenza non aiuta nulla.

 

E cosa potresti dare a questo ipotetico scrittore, appartenente alla tua stessa civiltà artistica?

 

Ho un personaggio, e lo vesto quando salgo sul palco. Negli anni, fin dall’infanzia, ho modellato me stesso in base a ciò che vedevo e che mi colpiva, anche se si trattava di un Marty McFly che suona sul palco. Poi ho consolidato questo interesse, quando ho visto cosa erano capaci di fare con le emozioni Iron Maiden e John Mayer. Mi piace l’effetto che hanno sulla gente e su di me, e voglio tentare di replicarlo. Per questo faccio di tutto per ottenerlo, prendo tutto e accetto tutto quello che generosamente mi viene offerto. Ho partecipato a vari contest, e collaborato con chi me lo chiedeva. Per ora la soddisfazione più grande, oltre all’EP, è stata la selezione per il Premio Daolio. Il rischio più grande per me è la dipendenza da social, da like, e da vetrina. Invece il momento della creazione è bellissimo, poiché avviene quasi casualmente, e lo corri a registrare sul cellulare, o sul computer. Se ti faccio vedere il telefono è pieno di riff.

 

In ogni caso, nonostante le ovvie difficoltà, mi sembra che questa vita ti piaccia.

 

Sì, faccio questo dalla mattina alla sera e riesco a far collimare tutto. Lavoro su ciò che mi viene commissionato per le collaborazioni, ascolto musica continuamente e affino le mie corde vocali. Mi impongo l’attività fisica, ma la mia routine è tutta per la musica. Non potrei fare altro.

 

Le mie domande si esauriscono, non mi va di sprecare il suo tempo prezioso per altre investigazioni. Non posso non notare, mentre mi parla, una certa preoccupazione, ma so ricondurla alla sua intelligenza. Una bellissima vignetta di Altan dice:

Ho paura.

Ottimo, significa che sei ancora vivo.

 

Fare questa vita è difficile, e mi pare di capire, anche bello. Soddisfacente, e soprattutto – cosa fondamentale a questa età -, aliena da qualunque lamento. A chi mi vorrà credere, e che ricordi, non ho mai sentito una parola di autocommiserazione da parte di River. Quindi, non posso che chiudere l’intervista, e consigliarvi di prendervi 19 minuti e ascoltare ciò che ha da dire.

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