Riuscire a catalogare un film del genere non è semplice, forse perché non segue un andamento lineare o forse perché è un’opera così grande che non riesce a rientrare in nessuna categoria.
Bronson racconta la vita del carcerato più pericoloso e costoso d’Inghilterra Michael Gordon Peterson, meglio conosciuto come Charles Bronson, appunto. Sul motto di “i wanted always to be famous” il regista Nicolas Winding Refn ha costruito un film immenso e intricato che mette letteralmente al centro del palcoscenico la storia di un personaggio complicato e controverso che, in qualche modo, di sé ha fatto parlare.
bronson refn

La cosa che colpisce di più, molto più delle scene di violenza spietata, è l’espressività di Hardy che nella gran parte del film è un clown dalle mille facce che racconta gli aneddoti paradossali e reali della sua vita in un teatro di fronte a una platea. Il tutto è reso più affascinante da una colonna sonora di sotto fondo cucita su misura. Come potete immaginare la violenza è la madre di questo capolavoro: è la malattia dalla quale Bronson non riesce a scappare, il piedistallo che lo renderà uno degli uomini più discussi della storia britannica. È anche un modo per sottolineare i comportamenti più o meno discutibili che le istituzioni hanno adottato con i detenuti più impegnativi. I colori, le luci, i suoni e i silenzi non ti permettono di distogliere lo sguardo.

Bronson è un film bello, forte e magnetico. È un’opera che racchiude in un equilibrio perfetto la brutalità e l’arte, l’animale e l’artista, la follia e la razionalità.
Il teatro e il carcere sono due luoghi messi sullo stesso piano dove Charles Bronson è il protagonista assoluto.
Complimenti a Refn e a Hardy che, in questo caso più che mai, si merita un grandissimo “bravo e bello”.

 

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