Omaggio a Bud Spencer

Quando avevo sedici anni e i miti esistevano ancora, non volevo la maglietta di Che Guevara, volevo la maglietta di Bud Spencer. La posa era la stessa, e quindi era chiaro che appoggiavi la revoluciòn e avevi visto almeno I Diari della Motocicletta, ma era anche diversa (non c’era il Basco) e quindi era altrettanto chiaro che su di te Andy Wharol non aveva avuto effetto e la macina serigrafica capitalista non aveva ancora fatto del tuo petto la sua bandiera. Questo pensavo, o meglio, sentivo con puro ardore adolescenziale, ma la maglietta non la comprai mai, principalmente perché nei negozi non si trovava e ignoravo l’esistenza di E-Bay.

Negli anni successivi accantonai l’idea della maglietta, occupato da altri problemi più pressanti; la tempestosa navigazione di un delta Bolognese. Tuttavia, come ogni bambino nato prima dell’avvento di Internet, avevo interiorizzato i grandi classici di Bud Spencer e Terence Hill, gentilmente offerti in prima visione da Rete4, che li riproponeva a intervalli regolari insieme alla saga di Fantozzi per l’addomesticamento serale delle famiglie. Allora certo non pensavo a queste sottigliezze (vere o false che siano), mi limitavo a sdraiarmi sul divano coi miei genitori e a godermi le abbuffate di Occhio Alla Penna, le risse di Altrimenti ci Arrabbiamo e i tricks di Terence Hill in Continuavano a Chiamarlo Trinità.

Vi ricorda per caso qualcosa? Pensateli con un completo nero e un paio di occhiali da sole.

Solo intorno ai vent’anni avrei indagato a fondo e scoperto il suo passato di precoce studente universitario, bibliotecario a Buenos Aires, segretario all’ambasciata dell’Uruguay, pilota di aerei, costruttore della Panamericana, nuotatore – fu il primo italiano a scendere sotto la barriera del minuto nei cento metri e olimpionico di pallanuoto – autore di canzoni e attore. Nella sua carriera ha recitato in cinquantadue film, diciotto dei quali con Terence Hill (Mario Girotti), e sei serie TV. Con l’eccezione di Lo Chiamavano Trinità, che segna il passaggio dagli Spaghetti-Western ai Fagioli-Western (certe mestolate di fagioli e ghigne impastate di sudore sembrano provenire direttamente dalla macchina di Leone), e forse di Cantando Dietro Ai Paraventi di Olmi, non vi sono grandi capolavori nella sua filmografia, ma questo lo sappiamo benissimo. Lo sanno tutti, anche i bambini. Soprattutto i bambini.

I film di Bud sono semplici, ironici e tranquillizzanti come fiabe. A volte cedono alle ridicolaggini, alle forzature, ma sono sempre onesti. Non hanno grandi pretese e lo dichiarano subito allo spettatore. Quello che vedi è quello che è: botte, abbuffate, qualcuno da salvare, comicità fisica, un’avventura esotica e una beffa finale guarnita di morale. Lo stesso Bud sembra recitare (lo ha sempre ammesso candidamente) come se passasse sul set per caso, e funziona a meraviglia.

Certo, ha in parte aperto la porta al trash, ma come il Paolo Villaggio dei primi tempi, ne è stato vittima inconsapevole, senza colpe. Forse i due non sono poi così distanti: entrambi attori comici, entrambi conosciuti coi nomi dei loro personaggi, entrambi mangiatori impenitenti, entrambi con Olmi a fine carriera. Forse la caratteristica fondamentale di Bud Spencer è, come per Fantozzi, racchiusa tutta in quel volto diventato icona: Villaggio ha avuto bisogno di inventarlo, di contorcersi in smorfie improbabili, tirare “oscenamente” fuori la lingua e gonfiare le guance, roteare gli occhi, rattrappirsi di fronte a Ughina. Carlo Pedersoli non ne aveva bisogno, quel perenne sguardo a fessura da BullMastiff era la sua espressione, semplicemente.

Forse Leone l’avrebbe odiato ancora più di Clint Eastwood. In fondo, non fumava nemmeno il sigaro.

Ciao Bud.

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