CALCIO: IMPRENDITORI CINESI ACQUISTANO TUTTO

I grandi imprenditori cinesi rivoluzionano la visione tradizionale dello scenario sportivo europeo.

Marco Pagano

I grandi capitali cinesi investono anche nello sport.

I grandi capitali cinesi investono nel mondo del calcio.

Un fiume di soldi in entrata e in uscita. I capitali cinesi stanno invadendo tutti i grossi mercati occidentali e gli effetti sono evidenti anche nel panorama sportivo: calcio e basket, pallavolo e formula uno sono monopolizzati dall’entrata in scena di facoltosi magnati, cresciuti all’ombra della Grande Muraglia. Una rivoluzione culturale, prima ancora che sportiva: i cinesi portano con sé un nuovo modo di intendere lo sport, una visione aziendalistica in cui ogni società rappresenta un gioiello che produce fatturato e attira la platea mediatica.

L’Italia sta imparando a conoscere questi nuovi personaggi e ad adeguarsi al loro modo di fare: due delle più grosse società italiane, con più trofei in bacheca e con una gloriosa storia recente alle spalle, hanno lasciato il passo all’arrivo di nuovi capitali orientali. Forze fresche, indispensabili per poter competere ancora sui grandi palcoscenici mondiali: e così Milan e Inter, squadre della più grande metropoli italiana, Milano, hanno assistito al trapasso dei loro presidenti storici, innamorati e tifosi delle loro creature, in favore di gruppi asiatici. Il Milan è stato rilevato, dopo un’epopea targata Berlusconi durata trent’anni e ricca di successi nazionali e internazionali, da un gruppo di investitori cinesi, rappresentato da Han Li, che ha rilevato il 99, 93% della società per una cifra complessiva di 740 milioni. L’ex Presidente del Consiglio resta nel consiglio d’amministrazione nelle vesti di presidente onorario. L’Inter è stata rilevata da un colosso asiatico di proprietà di Zhang Jindong, presidente del gruppo Suning Commerce che opera nel campo della vendita di prodotti elettronici ed elettrodomestici. Sono questi gli esempi più eclatanti di un nuovo fenomeno che vede gli imprenditori, cresciuti nella terra dei dragoni rossi, alla conquista della ribalta sportiva mondiale.

Ma il bel Paese è solo l’ultimo stadio di un processo di rapida espansione dei cinesi che, approdati anche nel calcio inglese, hanno rilevato Aston Villa, Birmingham e Wolverhampton; in quello spagnolo: Granada (società che apparteneva alla famiglia italiana dei Pozzo) e quote azionarie dell’Atletico Madrid; e in quello francese: Sochaux e Nizza (società quest’ultima dove è da poco giunto il fenomeno mediatico Balotelli). La colonizzazione sportiva cinese nasce dalla volontà del governo di Pechino di trasformare il proprio Paese in una potenza calcistica: a tal proposito, una recente riforma ha introdotto il football come materia d’insegnamento obbligatoria in 20mila scuole elementari e medie entro il 2017. Un investimento complessivo da 850 miliardi in dieci anni che avrà, come risultato, quello di rendere il calcio uno “sport di massa”. Il tutto supportato dai grossi investimenti privati degli imprenditori cinesi, che studiano nei grandi paesi occidentali le maggiori tradizionali calcistiche per farne tesoro in patria.

Ed è proprio il calcio cinese che in questi anni ha fatto da calamita a grandi campioni alla ricerca di faraonici contratti: è il caso di Lavezzi, idolo partenopeo per anni e passato anche all’ombra della Torre Eiffel, di Gervinho, visto alla Roma e Guarin, ex Inter. Il nome più eclatante resta però quello di Marcello Lippi, commissario tecnico campione del mondo con l’Italia ai Mondiali di Germania del 2006 ed ex allenatore, tra le altre, di Juventus e Inter. Lippi approda per la prima volta in Cina nel 2012, ingaggiato dalla società del Guangzhou, e in tre anni sale subito alla ribalta per i trofei conquistati in altrettante stagioni: tre campionati, una coppa della Cina e una Champions League asiatica. Dopo un anno di pausa, il tecnico di Viareggio torna in Oriente come CT della nazionale cinese, ferma al numero 84 del ranking mondiale Fifa, e potrebbe inoltre vestire il ruolo di consulente della società del Guangzhou e aggiungere al suo favoloso emolumento un surplus di 15,5 milioni annui. Cifre esorbitanti, fuori portata per il nostro calcio che, nel frattempo, ha visto emigrare sulle orme di Lippi anche Fabio Cannavaro, capitano di quella nazionale campione del mondo nel 2006, e Ciro Ferrara.

Non solo calcio, ma anche basket: l’avvento nel 2002 nel più grande panorama cestistico mondiale, l’NBA, del gigante cinese Yao Ming calamita l’attenzione mediatica cinese su questo nuovo sport, finora ritenuto minore. La stella di 2,29 m, la cui carriera finirà bruscamente nel luglio 2011 a causa di una lunga serie di infortuni ed operazioni alla gamba sinistra, contribuirà a far crescere il movimento nazionale, attirando numerosi investimenti nel Paese. È l’inizio della globalizzazione del basket, che sbarca in Oriente portando con sé star del basket americano, che finora non avevano mai attraversato l’oceano: Steve Francis e Stephon Marbury sono gli atleti che inaugurano questa nuova tendenza.

La strada sembra segnata: l’invasione cinese assume tratti sempre più significativi e l’Italia, terra di tradizioni sportive e di grandi atleti, in un periodo storico ed economico difficile, si ritrova a leccarsi le ferite a causa di problemi strutturali: mancanza di impianti sportivi, di programmazioni serie a lungo raggio e di investimenti privati aprono un solco profondo in cui la cultura e il denaro cinese si inserisce facilmente.

 

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