DAI PALCHI ALLE BAGUETTES. La curiosa storia di Oberdan Cappa

Da manager di importanti artisti fino al mestiere del panettiere, Oberdan Cappa spiega come a volte cambiare rotta e reinventarsi sia la cosa migliore.

 

 

Foto da ilfattoquotidiano.it

 

Immaginate di essere un giorno il direttore di produzione di una multinazionale che opera nel campo dei live, di essere collaboratore di importanti artisti e che, dopo anni di lavoro ben remunerato passati a macinare chilometri in autobus e salire e scendere da un palco all’altro, innamorandovi di un altro lavoro decidiate di abbandonare tutto e darvi anima e core proprio a quella vostra nuova passione, pur sapendo che in tasca avrete molti meno spiccioli. Di sicuro, amici e familiari direbbero che state dando di matto.

Ecco, la storia dell’uomo di cui stiamo per parlare è andata esattamente così.


Il nome del protagonista starebbe alla perfezione addosso a un eventuale personaggio di Star Wars. In realtà
Oberdan Cappa (al secolo Mario) non ha nulla a che vedere con spade laser e galassie lontane. Con la divisa da panettiere si materializza un ragazzotto dall’aria scanzonata che si incammina verso la metà di secolo ma che in realtà dimostra almeno dieci anni in meno.
Di sicuro a vederlo nessuno immagina che, in quel laboratorio a vista dove si impasta e si sfornano prodotti da forno con il metodo di cento anni fa, ci sia una persona che ha collaborato con artisti come
Caparezza, 99 Posse, Ron, Neffa, Malika Ayane, James Senese, Fabri Fibra e molti altri per oltre vent’anni e che è stato produttore di molte band indipendenti con la sua Kappa Distribution, una delle etichette indipendenti più importanti nell’organizzazione dei live e ancora in attività grazie al fratello Leo.


Giustamente ci si chiede: perché questo cambio di rotta?

Il mondo della musica è cambiato” – ci spiega.
“Dagli anni Novanta, quando ho iniziato, fino a una decina di anni fa era tutto diverso in meglio, era diverso tanto l’ambiente musicale quanto il mercato, come la gente che ci bazzicava dentro. Da un po’ di anni invece avvertivo dei cambiamenti dovuti a mille fattori, l’influenza dell’arrivo di internet, il
crollo delle vendite nel mercato discografico e altri motivi per cui quel mondo iniziava a starmi un po’ stretto. Essendo stato inizialmente tour manager poi direttore di produzione nel circuito indipendente rap e hip-hop in Italia, non nascondo il mio debole per la scena artistica indie e alternativa, decisamente meno formale e più divertente di quella di gruppi e artisti di alto livello con cui ho lavorato in seguito.
Nonostante tutto ho mantenuto i contatti con molti, artisti e non.


Ho avuto l’onore e il piacere di lavorare con moltissimi, ma penso che
pochi siano all’altezza di Caparezza, che tra l’altro è un mio carissimo amico. E per altezza, intendo anche quella fisica! Nella confusione musicale creata dai vari talent show, verso cui non nutro troppa simpatia, lui è uno che ha talento vero e sicuramente spicca. Ha iniziato avendo tanto da dire e ne ha ancora adesso. Anzi, a dire il vero penso proprio ne abbia ancora per molto tempo”.

 

E l’approdo all’idea di dedicarsi al nuovo mestiere?

“L’idea di entrare nel mondo della panificazione è nata quasi per caso, quando un giorno mia moglie portò a casa un libro sul pane fatto in casa. Iniziai a leggerlo e ad appassionarmi, per poi fare stage e corsi specializzanti e finire per aprire insieme alla mia socia il Molino Urbano a febbraio 2016, dove io e gli altri ragazzi utilizziamo la pasta madre invece del lievito di birra e la tecnica del freddo. Per intenderci, ci vogliono 18 ore a pagnotta anziché le classiche tre ore di lievitazione, ragione per cui anche i ritmi di lavoro sono diversi da quelli di altre panetterie.
Il valore aggiunto dei nostri prodotti da forno sta nel fatto che usiamo farine di produttori locali, decisamente migliori anche da digerire rispetto a quelle raffinate. È come se fossimo tornati indietro con questa tecnica “vintage” di panificazione, ma la qualità risente di tutto questo.
È stato un ottimo passo, assaggiare per credere”.

 

Foto da ilfattoquotidiano.it

 

Ci parla poi dei suoi primi anni a Bologna da fuorisede.

“All’inizio, prima di entrare nel vortice di quello che sarebbe stato il mio lavoro, mi ero iscritto a Giurisprudenza. Peccato solo che abbia capito a pochi esami dalla laurea che non era quello che avrei voluto fare.
All’epoca c’era un gran bell’ambiente, qui a Bologna. Non voglio fare il nostalgico, ma si viveva davvero bene, soprattutto musicalmente. Adesso quell’atmosfera che si respirava è scemata, è cambiato tutto anche in quel senso lì, mi rallegra però che la città abbia mantenuto quello spirito underground che la caratterizzava anche ai miei tempi”.

 

Continua: “La cosa buffa in tutti questi anni è che i miei genitori, un po’ integralisti in fatto di mentalità, hanno sempre voluto che mi laureassi e mi vedevano già a sgobbare in qualche ufficio. Si sa, in una famiglia numerosa come la mia, un figlio laureato fa curriculum. Poi va beh, il destino è stato diverso e fatto sta che non hanno mai capito cosa facessi veramente” scherza.

 

Mi ricordo che mia madre in particolare, quando mi chiamava, mi diceva che era sempre in difficoltà quando le sue amiche nel nostro paesino giù in Calabria le chiedevano cosa facessi.
Alla fine però mi sono laureato davvero in Scienze Politiche, giusto qualche anno fa. Mia madre forse non ci crede ancora”.


Rifaresti le scelte che hai fatto finora?

Certamente. Anche se la mia vita non è più un passare tanti mesi fuori casa o salire e scendere da un palco o un pullman, sono davvero contento così. Avrei continuato ancora per anni, ma sicuramente ne avrei risentito parecchio. Ho voluto reinventarmi facendo altro e con la consapevolezza sicuramente meno zeri sul conto corrente, e va bene così. Cambiare fa bene”.

 

Salvo Bruno

Salvo Bruno

Emigrato della East Coast calabrese, spesso una combo di immaginazione, passione e un pizzico di autostima mi invoglia a buttare su carta qualche racconto. Se mi va, ne schizzo anche un fumetto. In veste di universitario, studio le lingue. Amo Internet, il sushi, la buona musica e gli eventi live tanto quanto odio il fumo e l’ignoranza.

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