Dj Fabo mette fine al suo inferno di dolore. Non l’ha salvato l’Italia ma il suo coraggio

Una duplice lotta quella di Dj Fabo: contro una condizione fisica che ha spazzato via tutto ciò che la vita può offrire e contro uno Stato che non ha mai dimostrato di essere in grado di adempiere ai propri doveri di tutela e garanzia dei diritti della persona.

Dj Fabo
Nessun’altro meglio di Fabo poteva ricordarci quanto la vita sia in grado di stupirci e di regalarci emozioni uniche. Dopo aver girato il mondo e sfruttato al massimo ogni istante della sua esistenza, ha lasciato questo mondo con una raccomandazione rivolta ai tre amici che lo hanno accompagnato: “Non prendetemi per scemo, devo chiedervi un favore: mettete sempre le cinture”. Come ognuno di noi Fabo amava la vita, ne ammirava le opportunità, ne assaporava lo spirito e mai avrebbe rinunciato a questa irripetibile possibilità.

Poi il tragico incidente, perché la vita sorprende di continuo anche se le sorprese non sempre sono gradite, tant’è che qualche volta diventano drammatiche. Così fu per lui, quella sciagurata notte del 13 giugno del 2014, quel tragico incidente ha spezzato definitivamente i sogni, i desideri e le aspettative di Fabo. In un attimo il destino ha spento la luce; l’ha privato della cosa che amava di più e non gliel’ha mai più restituita.

“Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione non trovando più il senso della mia vita ora”. Con queste parole Fabo motiva la scelta di chiedere di incontrare la morte che l’ha raggiunto il 27 febbraio 2017 attraverso una procedura di suicidio assistito, in Svizzera.

Ebbene sì, in Svizzera, perché nel nostro paese il libero arbitrio ha un campo di applicazione ridotto e in questo ambito non trova spazio, dunque la parola eutanasia risuona come un sussurro del peccato. Un tabù e si sa, i tabu in Italia non si esorcizzano. Qui si sceglie di starsene con le braccia conserte scuotendo la testa in disaccordo, dinanzi alla sofferenza di coloro che sono stati abbandonati dalla vita e dimenticati dalla morte.

Noi di BBU ci siamo sentiti toccati personalmente dalla vicenda di Fabo, per questo abbiamo voluto dare il nostro contributo esprimendo alcune opinioni personali nel merito, nell’obiettivo di sensibilizzare le coscienze dei nostri lettori e di creare un dibattito costruttivo in difesa dei diritti umani.

Il diritto alla vita credo sia fondamentale per ogni essere umano, ma non il semplice esercizio di un’azione costante che è il “vivere”, è fondamentale a mio parere che in ogni frontiera la vita sia degna di essere definita tale.

Indi per cui ogni persona capace di intendere e di volere ha diritto di scegliere quanto la sua vita sia degna di andare avanti, che sia in ambito di salute, lavorativo, sociale ecc.

Sarà che per la Chiesa l’uomo è una creatura nata per soffrire, per macinare dolori, per cui nel momento più acuto ti chiede, paradossalmente, di rimanere “più” vivo. 

Ma non siamo tutti uguali, i nostri caratteri ci portano a somatizzare gli avvenimenti in modi differenti. Ed è per questo che non dovremmo mai arrogarci il diritto di sentenziare le scelte altrui, in quanto essere diversi ed avere opinioni differenti non significa essere inferiori o superiori agli altri. Solo diversi.”
A volte il suicidio, poiché l’eutanasia risulta essere un suicidio assistito, è un atto di vigliaccheria o, altrettante volte, un atto di coraggio. Il fatto è che anche scegliere la vita può essere entrambe le cose, per cui trovo sinceramente troppo mediatica e poco concreta l’indignazione cattolica e/o politica generale.” [Eugenia]

“Penso che la possibilità di porre fine alla propria vita quando questa diventa insostenibile per il carico di sofferenza che si prova dovrebbe essere una decisione che la persona in questione prende in totale libertà, anche perché chi è sano non può capirlo. Se la persona non può uccidersi per impedimenti fisici, allora lo Stato deve fornire questa possibilità, o non deve condannare chi la fornisce.

Infine, penso che nessuno voglia mai uccidersi. Il suicidio è forse un errore concettuale. Noi non vogliamo uccidere noi stessi, ma il dolore che è in noi. Quando il dolore si propaga e diventa tutt’uno con noi, per eliminarlo non rimane altro mezzo che eliminare noi stessi.” [Stefano]

Parafrasando Foucault, le contemporanee forme del diritto, opposte a quelle precedenti basate sul potere del sovrano di far morire e lasciar vivere, si fondano sul potere di far vivere e lasciar morire.

Il rovesciamento non è puramente linguistico, bensì rappresenta il passaggio da una forma di diritto che concedeva il potere di mettere a morte per qualsivoglia motivo o di lasciar vivere con un atto di clemenza a una in cui la vita biologica delle persone è regolata e normata.

Il diritto contemporaneo permette di ricorrere ai presupposti genetici della vita consentendo di far accedere alla stessa coloro che per vie naturali non ne sarebbero stati in grado e, dall’altro lato, del lasciar, o meglio del non lasciar, morire persone affette da malattie degenerative che non hanno speranza di miglioramento.

La domanda che dobbiamo porci è: cos’è più inaccettabile, che un Re tagli la testa a un ladro o che un governo impedisca a un malato di porre fine alle sue sofferenze? Togliere la vita o obbligare a vivere? [Tommaso]


Sulla base di quanto detto, un’ultima verità assoluta merita di essere enunciata: da questo paese si scappa per vivere, ma anche per morire.

 

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