All’università di Bologna tutti conoscono il gradino del teatro comunale dove i punkabbestia nascondono le spezie per le serate in piazza Verdi e il ritornello che il codazzo di invitati canta al neolaureato “dottore, dottore, dottore del buso del cul, vaffancul, vaffancul”. Ma per poter incollare al citofono le lettere PhD prima del proprio nome è necessario portare a termine un dottorato di ricerca, il massimo grado d’istruzione universitaria.

Il dottorato è uno degli sbocchi “lavorativi” più ambiti all’interno delle facoltà umanistiche, poiché è l’unica opzione che consente di continuare a fare discussioni sulla simbologia eretica medievale senza risultate ridicoli. Per questo motivo dedichiamo al dottorato di ricerca la seconda parte della nostra inchiesta sull’accesso al mondo del lavoro per gli umanisti.

A differenza degli insegnanti della scuola primaria, che ad ogni riforma vengono ripresi in piazza dai media – chi non ha visto la propria maestra Antonia urlare a favore di telecamera contro il caro gessetti-, i dottorandi sono esseri volatili, nessuno li ha mia visti, né sentiti. Eccetto quando un evento mediaticamente più succulento li investe, allora diventano paladini protettori del futuro . Ecco perché abbiamo deciso di trattare il tema dottorato attraverso la voce dei dottorati che abbiamo scovato all’università di Bologna.

Prima di passare la parola a questi esseri mitologici, cerchiamo di capire come funziona un dottorato di ricerca.

Dopo essersi laureati alla magistrale o a un corso a ciclo unico , possibilmente con voto che termini con “ode”, bisogna rispondere a un bando pubblico indetto dall’università (qui potrete trovare un’interfaccia che ricerca tutti i bandi disponibili per area disciplinare e università) e pagare 42 euro. I documenti che vanno inseriti all’interno della domanda variano a seconda del bando, i più gettonati in genere sono: l’abstract della tesi magistrale, titoli o pubblicazioni aggiuntive, tre lettere di presentazione di docenti universitari che attestino l’attitudine dello studente per la ricerca scientifica e il progetto di ricerca che lo studente è intenzionato a svolgere durante il dottorato. Alla chiusura del bando la commissione, in genere composta da tre docenti universitari (presidente, membro, segretario), procede alla prima selezione, ovvero valuta i titoli e il progetto di ricerca presentati, attribuendogli un punteggio.

Ad esempio nel bando di quest’anno in Storie Culture Civiltà, scaduto il 18 maggio, venivano attributi: 5 punti per il voto di laurea, 10 per le pubblicazioni o titoli aggiuntivi, 25 punti per l’originalità e il valore scientifico del progetto e 5 rispettivamente per la fattibilità e per l’articolazione della proposta. Ma spesso fanno punteggio anche le lettere di presentazione.

Passata questa prima selezione, per cui è necessario ottenere un punteggio minimo, si accede a una seconda che può consistere in una prova orale o scritta oppure prevederle entrambe. Durante questa fase vengono valutate: le conoscenze di base dello studente in merito al progetto presentato, l’effettivo interesse rispetto al tema di ricerca e la conoscenza di una lingua straniera richiesta per essere ammessi.

La commissione procederà quindi a stilare una graduatoria in base ai punteggi attribuiti agli studenti nelle diverse prove. Qui dovrete sperare di aver ottenuto un buon punteggio, perché come viene preannunciato nel bando, non tutti i posti messi a disposizione sono muniti di sporta, per cui potreste vincere un posto, ma non sapere come andare a fare la spesa. Le facoltà umanistiche infatti bandiscono un numero di posti superiore al numero di borse disponibili, anche perché tutti i vincitori senza borsa accettano comunque di svolgere il dottorato. A questo punto i dottorandi devono versare circa 700 euro di contributo educativo, per avere davanti tre, quattro o cinque anni, in cui il primo è dedicato allo studio per potenziare le conoscenze del ricercatore rispetto al proprio tema di ricerca, mentre gli anni successivi sono interamente dedicati alla ricerca e alla scrittura della tesi (forse anche a qualche viaggio alle macchinette per soddisfare le esigenze d’idratazione dei professori).

Ma perché intraprendere questo percorso sapendo quanto sia difficile entrare nell’alveo di chi riceve l’acqua nello studio senza doversi scomodare fino alla fine del corridoio? «Perché il mondo del lavoro non mi offriva stabilità, quindi ho deciso di ampliare le mie possibilità ottenendo un titolo ulteriore che fosse spendibile nel settore della ricerca pubblica e privata. Mi rendo conto che anche nella ricerca vi è alta precarietà, ma almeno dà maggiore soddisfazione a livello personale». A rispondere è una dottoranda dell’università di Bologna che, per motivi legati a un passato come ex precaria, lasceremo nell’anonimato. Il bando a cui lei ha partecipato conteneva modalità d’accesso piuttosto rare: non erano richieste lettere di presentazione né un progetto di ricerca, ma era necessario svolgere una prova scritta in forma anonima, il superamento della quale consentiva l’accesso alla prova orale. Niente favoritismi né corse alle macchinette.

Come lei ci spiega intraprendere un percorso del genere significa possedere un forte stimolo personale – non come quello che sorprende i passanti in via del Guasto-, che deve anche fare fronte al riconoscimento professionale che spesso non viene riconosciuto a un dottorando: «Il rischio è quello di essere troppo formati rispetto all’offerta disponibile nel mondo del lavoro odierno». Per di più se ti ammali, ma molto gravemente, puoi sospendere per un anno il dottorato e con esso ti viene sospesa anche la borsa. A questo si aggiungono le difficoltà legate ai finanziamenti: «non sono previsti fondi per partecipare a seminari o convegni, questo costituisce un limite, poiché tali attività sono necessarie durante il primo anno di formazione. Inoltre per scrivere la tesi sono necessari mesi aggiuntivi non previsti dalla borsa, questo significa che durante quel periodo il dottorando resta scoperto a livello economico».

Perché quindi fare il dottorando? Per la gloria personale, fa sempre figo dire di svolgere un dottorato sulla nascita dei sindacati, e per quella del citofono. Ma soprattutto perché senza la ricerca

dottore del buso del cul

 

Ma se il dottorando ha accettato senza borsa? Stay tuned!

1 commento

  1. […] Nell’articolo precedente abbiamo visto come si accede a un dottorato, quali rischi comporta avviarsi verso la professione del ricercatore e lo abbiamo fatto parlando con una dottoranda con borsa. Ci eravamo poi lasciati con un altro quesito: ma se il dottorando ha accettato senza borsa? Anche in questa seconda puntata abbiamo deciso di dare la parola a uno dei diretti interessati che nuovamente lasceremo nell’anonimato. […]

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