“Dottore, Dottore…”: l’analisi logica di Doctor Who

Infoitanement. Così viene definito quel particolare processo che ha l’obiettivo di tenere uniti informazione e intrattenimento.

Un mix dei due, con lo scopo di non annoiare, ma anzi, educare in modo soft e piacevole.

Questo doveva essere Doctor Who, quando fu concepito. Ha finito per evolversi, però, in qualcosa di molto di più.

La storia del Dottore

In poco più di mezzo secolo di vita, Doctor Who è diventato un inno del cambiamento, della capacità di rinnovarsi e, viceversa, di non essere ancorati a due o tre fili conduttori per andare avanti.

Ma andiamo con ordine: Doctor Who nasce nel 1963, come accennato, per volontà della BBC allo scopo di fornire un apprendimento guidato e leggero attraverso di una serie di fantascienza.

Il viaggio nello spazio e nel tempo dovevano servire da pretesto (e contesto) per affrontare determinati fenomeni scientifici o avvenimenti storici.

Persino il T.A.R.D.I.S., il mezzo con cui il Dottore si muoveva attraverso tempo e spazio, avrebbe dovuto di volta in volta assumere le sembianze di un oggetto dell’epoca esplorata.

Poi ci si accorse che il budget era troppo stretto e si preferì puntare sulla cabina blu che non poteva mimetizzarsi a causa di malfunzionamento.

La sua popolarità crebbe, tanto da diventare parte integrante della cultura popolare britannica e a crearsi un vero e proprio fandom.

Con gli anni, però, il seguito andò calando, fino a che nel 1989, dopo ventisei anni di produzione ininterrotta, anche il Dottore fu pensionato. Fu infruttuoso un tentativo di riportarlo in auge, nel 1996, con un film tv che avrebbe dovuto essere il pilot di una nuova stagione.

Come detto, però, Doctor Who era entrato ormai nell’immaginario collettivo del Regno Unito. Logico che tra i fan ci fosse anche qualcuno che, più tardi, avrebbe intrapreso la carriera di showrunner.

Logico che uno di questi, come Russell T. Davies, avrebbe prima o poi provato a rivitalizzarla, come avvenne nel 2005. Altrettanto logico che a prenderne il posto, nel 2008, sarebbe stato un altro grande appassionato del Dottore: Steven Moffat, già scrittore della rinnovata serie.

Il segreto del Dottore

Fin qui la storia, ma cosa rendere Doctor Who una serie meritevole degli elogi che le vengono attribuiti?

Presto detto: è una serie che si rispecchia in pieno nel suo protagonista, è in grado di rigenerarsi di volta in volta.

Nelle nuove stagioni si è passati da un format simil-Star Trek (arrivo-situazione sconosciuta-individuazione e risoluzione del problema) presente fino all’arrivo di Matt Smith come undicesima incarnazione del Dottore ad uno simil-Star Wars (avversario principale che si ripresenta ogni puntata ostacolando in maniera diversa).

All’interno di questo maxischema ci sono poi delle differenziazioni di tematiche tra la stagione di Christopher Eccleston e quelle di David Tennant, e tra quelle di Smith e quelle di Capaldi, ma qui ci fermiamo per evitare spoiler.

Inoltre è la quintessenza dell’understatement britannico: non affronta direttamente un determinato tema (senso della vita, diversità/discriminazione, guerra, cambiamento) ma genera metafore in cui è possibile non riconoscere elementi della modernità.

La rigenerazione della serie investe anche il personaggio: si passa così dal Dottore biker di Eccleston a quello arrabbiato di Tennant, da quello pagliaccio di Smith a quello cinico di Capaldi, e solo la BBC sa come sarà l’incarnazione di Jodie Whittaker.

Sì, perché a quasi cinquant’anni, dopo aver preparato il terreno nelle serie moderne (anche qui, non sveliamo come) si è arrivati ad un cambio di sesso: la prima Dottora donna sarà protagonista a partire dal 2018.

Ne abbiamo viste delle belle, siamo pronti a vederne ancora.

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