DOVE ERAVAMO RIMASTI, di Jonathan Demme

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I ponti di Madison County, I segreti di Osage County, Il diavolo veste Prada, Mamma mia!, Heartbum, She-Devil, The Iron Lady, E’ complicato, La musica del cuore (1999), Il Dubbio.

Quasi 40 anni di carriera. Tre Premi Oscar, otto Golden Globe, due Premi BAFTA, due Premi Emmy e due Screen Actors Guild. Meryl Streep è considerata una, se non l’unica, delle migliori attrici cinematografiche del nostro secolo. I film che ho citato, come potete immaginare (e spero li abbiate visti tutti), sono solo una piccola parte del suo fantastico lavoro, ma sono storie in cui il personaggio principale è connotato da caratteristiche precise e diverse rispetto a quelle degli altri. La lancetta del talento di Meryl, con il passare del tempo, tocca picchi sempre più alti.

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La ritroviamo in una veste insolita e divertente nell’ultimo film di Jonathan Demme, Dove eravamo rimasti. Ricki Rendazzo, il nome d’arte di Linda Brummel (Meryl Streep), è una rocker “matura” sulla via del fallimento che, per seguire la sua vera passione per la musica, ha abbandonato il marito Pete (Kevin Kline) e i tre figli molti anni prima. Di giorno lavora come cassiera in un negozio alimentare per ricchi, di notte suona con i The Flash in un locale di una remota periferia del Canada.  A sconvolgere la sua quotidianità è proprio l’ex marito, il quale le chiede di tornare per un breve periodo a “casa” per sostenere ed accudire la figlia Julie, che ha decisamente oltrepassato i confini della crisi di nervi. Il marito l’ha abbandonata perché si è innamorato di una donna più giovane e a lei è sembrato un ottimo pretesto per trascurarsi in ogni fronte, tentando anche il suicidio. Ricki è sicuramente una madre anticonformista, talentuosa e sincera. L’Espresso, nella sua breve recensione, la definisce un personaggio “sgradevole ed irresistibile”. Confermo. Ricki veste come gli albori di David Bowie: vistosa, eccentrica, un pugno nell’occhio. Ma, sapendo che l’abito non fa il monaco e che l’apparenza inganna, attraverso il susseguirsi degli eventi, torna a galla l’anima soppressa di Linda: una madre sensibile, buona, giusta. Un po’ come Dr Jackie e Mr Hyde, all’interno di un solo corpo convivono due persone che, per riconciliarsi, dovranno seguire un periodo di riabilitazione per dimenticare gli errori del passato.

Il film, dal titolo fuorviante, si arrovella su due temi fondamentali: la musica e la famiglia. I lunghi concerti dei The Flash non vengono mai tagliati, i componenti di questa band si scatenano fuori dallo schermo e, a film concluso, sono diventata una loro grande fan. Le canzoni, che fanno da colonna sonora, evidenziano il male di vivere di una donna che non si è mai perdonata per aver abbandonato i figli in tenera età, ma il calore che solo la musica può darle la redime a poco a poco. Di fronte ad una scelta tra due parti così importanti, inevitabilmente qualcuno dovrà soffrire. La scelta di Ricki, in fin dei conti, era tra se stessa e la sua famiglia. Sarebbe facile scrivere che ha peccato di egoismo, ma i sensi di colpa sono la punizione che lei stessa si affligge per ciò che ha deciso. Vivere una passione con il rimorso che tiene in ostaggio il cuore credo sia peggio che spostare i propri desideri dal cassetto al cestino.

Non è un caso se nel film la musica rivesta un’importanza tale. “Dove eravamo rimasti“, infatti, è un omaggio al regista stesso, Jonathan Demme, che ama talmente tanto la musica da averle dedicato diversi documentari. Il più famoso, “Stop Making Sense”, è un docufilm su un concerto dei Talkings Heads. Non a caso, ad affiancare Ricki nella band The Flash, troviamo due rock star: Rick Springfield e Rick Rosas, per un periodo bassista di Neil Young. Il film, infatti, è un tributo al mondo musicale della sua generazione ed utilizza, come traduttore emotivo simultaneo per il pubblico, una donna che dichiara nella scena finale, durante il matrimonio del figlio, di poter regalare ai novelli sposi solo la musica perché non possiede nient’altro.

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Il secondo ed ultimo, non per importanza, tema fondamentale è quello della famiglia. Il regista si avvale di una strategia emotiva davvero efficace, perché si avvale della sceneggiatrice Diablo Cody, che tutti ricorderemo per la sceneggiatura del film “Juno”, la quale dichiara di essersi liberamente ispirata alla sua vita musicale e alla suocera. Il fattore che probabilmente rende ancora più vera la trama del film è la presenza di Mamie Gummer (Julie), la figlia di Maryl Streep e di Ricki Rendazzo. A parte la somiglianza estrema che induce lo spettatore a porsi delle ovvie domande, si intravede la complicità che scorre tra le due donne. Complicità e connessione che si riversano completamente nel rapporto difficile madre/figlia dietro lo schermo.

Ricki è una donna fuori dagli schemi che, dopo aver vissuto a pieno la propria passione e i rimpianti per averla seguita, non cerca il perdono dei figli, ma chiede attraverso la sua arte di essere amata per ciò che è. È una donna che, nonostante la vita dissoluta e un nuovo compagno dello stesso stampo, si trova a dover fare la madre a dei figli cresciuti e indipendenti. È vero però, la mamma è sempre la mamma ed è una sensazione fantastica quella di sentirsi sempre piccoli quando lei ci è accanto. Ricki torna indietro nel tempo ed insegna ai suoi figli che la vita è dura e che andare avanti è difficile ed inevitabile. Maryl Streep è, in questo film, è una rocker ed una madre, è il giorno e la notte, è la pioggia e il sole, è il rumore ed il silenzio. È un ossimoro di cui non è possibile fare a meno. Jonathan Demme, nella scelta del personaggio, conferma la sua passione per gli incompresi, “schizzati e perdenti”.

In modo molto genuino ho colto una morale davvero ispiratrice. Se la vita ti ha posto di fronte a una scelta difficile, schierando da entrambe le parti due fondamenti della tua vita, sappi che a scelta presa qualcuno avrebbe sofferto comunque. Piuttosto che redimerti vivendo di rimpianti, raccogli ciò che hai seminato e donalo a chi hai perso, vedrai che tornerà da te.

Si ringrazia il Cinema Teatro Galliera per la proiezione.