Alcune persone portano dentro di loro qualcosa che scalcia verso esperienze sempre nuove, guidati dalla ricerca di nuove prospettive sulla propria vita, dal bisogno di confrontarsi con realtà diverse. Questo sentimento è radicato e insito in ogni loro scelta, ordinaria o straordinaria che sia. L’errore è confondere tutto ciò anticonformismo. Quello di cui voglio parlare, infatti, non riguarda una scelta etica o un distacco voluto dalle regole di una società che non ci rappresenta, bensì un modo di cogliere la vita del tutto naturale e istintivo. Il punto sul quale voglio concentrarmi, infatti, è riposto nella differenza tra quelle persone che perseguono i loro obiettivi sperando che ciò li porterà ad avere un lavoro sicuro, una ragazza che non viva troppo lontano da casa (che si punta verosimilmente a sposare verso i trenta), magari un figlio, e quelle invece che vedono queste stesse ambizioni, condivisibili dalla maggior parte di quelli che leggeranno questo articolo, come qualcosa di terrificante. Mi riferisco a quella categoria di persone che cerca di fuggire da queste “grandi soddisfazioni”, per un semplice e forse incomprensibile motivo: la paura della sicurezza, della stabilità.

Mi sento, mio malgrado, una di queste e persone e spesso, chiedendomi cosa mi spingesse a cercare sempre altro e a stancarmi velocemente del luogo in cui mi trovavo mi sono incolpato di pensare troppo e di non essere in grado di  accontentarmi.  Non ho mai trovato risposte, ed essendomi insopportabile vivere frequentando ogni giorno gli stessi posti vedendo le stesse persone con cui parlavo dei soliti argomenti, ho trovato la mia via di fuga in una via di fuga: il viaggio. Partendo e andando altrove sono riuscito a spezzare lentamente la routine e le abitudini consolidate negli anni, aspetti della  mia vita che tutt’ora destano in me un’enorme e più che razionale paura. Parlando di tutto ciò nel mezzo di una conversazione tra amici a cena in un’osteria Bolognese. ho scoperto che questa curiosità radicalizzata in me, più che un attitudine caratteriale influenzata da fattori esterni, potrebbe essere dovuta alla presenza di un particolare gene: il DRD4-7R, per gli amici “gene dell’avventura”.

Andando ad informarmi sull’argomento, mi sono imbattuto in un articolo pubblicato da un gruppo di ricercatori sulla rivista scientifica “Evolution and Human Behaviour”. Stando a alla tesi riportata, sembra che circa il venti percento degli esseri umani presenti una variazione del recettore di dopamina (DRD4), che a quanto pare stimola, tra le altre cose, caratteristiche come la curiosità e l’irrequietezza. I portatori sono quindi indirizzati a spingersi verso nuove esperienze, fare sport estremi, visitare paesi lontani, assaggiare cibi apparentemente non invitanti, ad imparare tante lingue e a conoscere nuove culture, guidati da un’irrefrenabile voglia di continuare a muoversi, spinti dalla noia del conosciuto, archiviato ormai insieme alle cose che ormai non stimolano più.

This article reports an association between the variation of dopamine D4 receptor (DRD4) allele frequencies around the globe and population migration patterns in prehistoric times. After compiling existing data on DRD4 allele frequencies of 2,320 individuals from 39 populations and on the migration pattern of these groups, we found that, compared to sedentary populations, migratory populations showed a higher proportion of long alleles for DRD4.”

(Evolution & Human Behaviour, “Population Migration and the Variation of dopamine D4 Receptor”)

Il DRD4-7R è stato ribattezzato gene dell’avventura, gene del viaggio, gene dell’irrequietezza e in molti altri modi ancora. Quello che Chuansheng Chen e gli altri ricercatori hanno scoperto è che le persone portatrici di questo gene sono più curiose, più sensibili agli stimoli esterni e attirati dall’ignoto, da ciò che ancora non si conosce. Lo studio è stato effettuato su 2320 individui appartenenti a 39 paesi diversi, rilevando le loro frequenze alleliche e recuperando i dati relativi alle migrazioni delle stesse è risultata una proporzionalità tra la percentuale di alleli per gene DRD4 e la lunghezza delle distanze percorse durante le migrazioni storiche. In altre parole, i popoli che hanno affrontato nel corso dell storia macro-migrazioni, hanno tendenzialmente un maggior numero di alleli (coppie uguali di geni) di DRD4 rispetto a quelli che hanno effettuato micro-migrazioni.

Accettando la tesi di questo articolo dobbiamo abbracciare l’idea che tutto il sentimentalismo e lo spirito di avventura che ha spinto il genere umano a navigare fino ai confini del mondo, ad arrivare a fare scoperte rivoluzionarie o a cercare vita su altri pianeti è imputabile al DNA, a qualcosa di dato e immutabile che ci è stato trasmesso. Tutto ciò da un lato mi affascina e mi interessa notevolmente, ma dall’altro mi lascia paralizzato. L’idea che l’entusiasmo provato prima di un viaggio verso una meta sconosciuta o che l’eccitazione di uno scienziato quando sta per fare una scoperta sorprendente non sia riconducibile ad altro che  il risultato di uno stimolo partito dai recettori di questo gene, smonta gli ideali passionali e ispiratori che ho preso da sempre come modelli.

La genetica è quindi una possibile risposta alle mie domande, una spiegazione del mio interesse verso nuove mete e paesi da visitare, il motivo per il quale sarò probabilmente condannato a cercare sempre altrove il posto ideale per me, circondato da persone che sembrano trovarsi bene esattamente nel posto in cui si trovano. Ovviamente questa è solo una delle tante teorie che sono state elaborate a riguardo, altri studi hanno confutato i risultati raccolti da Chen e dai suoi collaboratori, altre ancora, di carattere sociologico, sono a sostegno dell’idea che questa attitudine alla curiosità getti le radici nell’infanzia, coltivata attraverso lo stimolo dell’immaginazione e della creatività del bambino che, da grande, sarà portato ad applicare tale approccio al suo modo di vivere le esperienze che la vita gli presenta.

Le domande riguardo  l’origine dell’irrequietezza che agita molti di noi rimangono quindi per ora in sospeso, galleggiando tra sequenze genetiche, stimoli esterni e metodi educativi. La sola cosa che ci rimane da fare è constatare quanto l’approccio alla vita dell’essere umano possa presentarsi in forme profondamente diverse tra loro e quanto le priorità di uno possano risultare ridicole per altri. Non dimentichiamoci, tuttavia, che se la curiosità di alcuni non ci avesse portato a porci domande troppo grandi o traguardi troppo lontani, probabilmente al momento staremmo ancora cercando di scaldarci in fondo ad una caverna. 

Tommaso Bassi

 

 

 

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