Làbas
PH_Carlotta Gambarini

Làbas, Mercoledì 11 novembre. Ho avuto il piacere, insieme a Carlotta, di fare due chiacchiere con due dei ragazzi volontari del collettivo, sito nel quartiere Santo Stefano: Mario e Letizia. Per quella che potrei definire “opinione comune”, la città di Bologna nelle ultime settimane ha messo collettivi, associazioni, centri sociali e studenti a dura prova. Nonostante siano solo una parte dello scenario sociale bolognese, sono state le parti maggiormente citate e prese in causa. I ricordi delle settimane passate sono fatti di sgomberi, manifestazioni, comizi ed altre manifestazioni. In un clima così difficile ed ostico, l’aria si è fatta davvero pesante. E i media, su internet, ci hanno bombardato di foto, titoli tanto ampollosi quanto vuoti, due righe di circostanza. Così ho deciso di informarmi più da vicino sulla questione del diritto all’abitare, uno dei tasti più dolenti della vita odierna, spinta dal desiderio di capire di cosa stiamo realmente parlando. Dopo aver visto intere gallery testimoniare cortei e scontri, senza approfondire in alcun modo una questione che tratta da vicino i diritti umani, ho deciso di dare uno sguardo alle motivazioni che, da una parte e dall’altra, sono sfociate in sgomberi e manifestazioni.

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PH_Carlotta Gambarini

Come ogni mercoledì, c’è il consueto aperitivo del Làbas, con tanti stand che vendono frutta e verdura fresca, grazie al progetto “campi aperti”. Ho incontrato Mario e, senza alcun indugio, ci siamo fatti una bella chiacchierata. La prima domanda che ho fatto, mossa dall’ignoranza comune in merito, è stata chiedere una sorta di definizione standard del diritto all’abitare. Ultimamente c’è un abuso spropositato del termine “ignoranza”, con i suoi relativi derivati, con un senso decisamente moderno e dispregiativo, lontano dal significato primitivo. Sento l’obbligo di dover fare presente che è al significato primitivo che mi appiglio e che, dall’alto della mia ignoranza, ne sono un esponente anche io. Tornando a noi, ho chiesto a Mario di darmi una definizione e mai mi risposero in modo più eloquente, senza grandi giri di parole: il diritto all’abitare è una, passatemi il termine, clausola del diritto di ogni persona ad avere una vita decente. Nel 2015 lo Stato Italiano non è in grado di dare un tetto a tutte le persone che ne hanno bisogno perché, mentre la nostra società è al passo con i cambiamenti economici, politici e sociali, dovuti anche al boom di migranti degli ultimi anni, i criteri per assegnare ad una famiglia o ad un singolo quelle abitazioni che fanno parte del patrimonio ACE (stiamo parlando di case popolari) sono rimasti agli anni 70-80. Dando uno sguardo veloce a questi 40 anni di storia italiana, sono molte le cose ad essere cambiate.

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PH_Carlotta Gambarini

Per ovviare ad un problema sociale di tale portata, poiché ci sono intere famiglie, con a carico uno o più minori, costrette a vivere per strada, il Làbas è uno di quei collettivi che ha trovato una soluzione temporanea, nella speranza di incentivare il comune a trovare una soluzione ferma e duratura, che non leda i diritti di nessuno, ma che rispetti quelli dei meno fortunati. Pionieri di una giusta causa, muniti di coraggio e di valore, hanno occupato alcuni stabili abbandonati per permettere a queste persone di poter sfruttare finalmente il proprio diritto ad una vita decente. Ed è qui che arriva la mia seconda domanda: come si sceglie lo stabile da occupare? Mario mi spiega che in generale qui a Bologna ci sono diversi stabili, privati, inutilizzati, lasciati all’abbandono. Per questo il catasto è l’unico che può fornire le generalità che occorrono. Ad esempio, uno degli edifici occupato era Villa Adelante, su v.le Aldini 116, di proprietà di Unifica (“il più grande consorzio di imprese artigiane per la qualità delle costruzioni”), il cui presidente è stato indagato diverse volte per corruzione e abuso in campo edilizio. Insomma, un po’ come Robin Hood e come lo slogan delle manifestazioni addietro, “prima i poveri”.

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PH_Carlotta Gambarini

Dopo aver sgomberato Villa Adelante, è toccato anche allo stabile in via Solferino, dentro il quale i ragazzi del Làbas avevano donato un sorriso ed un appiglio a circa una trentina di persone, compresi dei minori. Un’altra delle domande che mi è sorta spontanea riguarda la dinamica degli sgomberi, come e perché avvengono. Ho chiesto a Mario se la Questura gioca sempre sull’effetto sorpresa o se, per una semplice umanità intrinseca, avverte coloro che ci abitano o chi di loro si occupa. Ovviamente la risposta è stata negativa, ma scendendo nei particolari ho scoperto qualcosa di, senza allusioni, davvero triste. Se avete seguito in qualche modo le vicende di quei giorni, sapete che il comune di Bologna, prevaricato e scaricato, non era a conoscenza dello sgombero in atto presieduto dalla Questura di Bologna. Ed essendo presenti dei minori nell’edificio, a nessuno è venuto in mente di avvertire i servizi sociali. Una mattinata drammatica, dove diversi ragazzini hanno saltato la scuola per ritrovarsi di fronte a un manganello. In seguito agli scontri, si conta anche qualche percossa di troppo. È lecito, a questo, punto, rispondere alla seconda domanda: perché? A quanto pare, in modo a volte implicito, a volte troppo esplicito, è la politica a muovere i fili di queste operazioni. Essendo gli occupanti per la stragrande maggioranza migranti, la Questura si appella al decreto di marzo 2014, Lupi-Renzi, che esclude dal diritto ad avere un tetto sulla testa tutti coloro che non possiedono la residenza. Ecco, questo, visto da un altro punto di vista, è il movente di tutte quelle persone che “invadono” edifici abbandonati, alla ricerca di 4 mura che infondano protezione e calore. Per di più, pur volendo rispettare i decreti e tutto ciò che comportano, salta all’occhio una condizione economica rovinosa di un comune, quello di Bologna, che svende il patrimonio ACE, ledendo anche il diritto di chi una casa popolare se la può permettere tramite gli standard prefissi. Un comune che, oltretutto, tramite brevi e forse fittizi programmi di accoglienza, non ha trovato la sistemazione promessa ai giornali per gli sgomberati.

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PH_Carlotta Gambarini

Ho chiesto a Mario, infine, dov’è che vivono adesso quelle persone e lui, senza sottolineare quanto sia un’azione di buon cuore e di grande umanità, mi dice che vivono lì, al Làbas, nella sede del collettivo. Purtroppo, però, le minacce sono sempre dietro l’angolo. Nel 2015 il comune di Bologna ha approvato un nuovo piano di riqualificazione degli edifici militari di proprietà della cassa deposito prestiti, il P.O.C., che entrerà in vigore (in modo dinamico s’intende) da gennaio 2016. Il collettivo Làbas sono ormai 3 anni che occupa l’ex caserma Masini sita in via Orfeo 46. Con piacere, posso dire di aver notato poca preoccupazione sui volti di Mario e Letizia ed ho anche capito il perché. Essendo fortemente ben voluti dalle persone che vivono nel Quartiere Santo Stefano per via delle innumerevoli ed interessanti iniziative che svolgono, non si sono mai arrestati. Insomma, tu vuoi cacciarmi? Ed io ti rispondo con attività sociali! In qualche modo questi ragazzi cercano di mantenere vivo il loro lavoro e non perdono mai di vista i valori che li portano ad essere una vera squadra. Oltre ad aver lanciato una campagna di crowfounding per l’acquisto di pannelli fotovoltaici per risolvere il problema della corrente tagliata, ci sono altri progetti in cantiere che riguardano uno l’accoglienza di senzatetto nel periodo invernale e l’altro, dal nome “refiugees welcome”, si impegna per garantire ai migranti assistenza medica e legale. Dopo una bella chiacchierata saluto Mario e Letizia e li ringrazio per avermi ascoltata e per avermi risposto, e li ringrazio anche perché hanno dato alla parola collettivo una definizione nuova, genuina ed efficacie. Niente guerre di politica, ma solo tanto lavoro per il prossimo. Venerdì 13 novembre il Làbas ha compiuto 3 anni e mi sento di augurarne tanti altri a coloro che continuano a crederci, ogni giorno di più.

 

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Eugenia Liberato
Fuorisede di origini abruzzesi, vivo e studio a Bologna presso la facoltà di Lettere e Beni culturali. I miei interessi, per (s)fortuna, sono molti e molto diversi tra loro: la convivenza, infatti, è sempre sull’orlo della crisi. BBU è la mia passione, è il contenitore dei miei capricci e dei miei doveri. Recensisco film per passione, perchè oltre quella non ho altro. La cronaca sociale è il mio secondo ambito di interesse, ma ci sto lavorando.

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