Fast Animals and Slow Kids, forse è proprio questa la felicità

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Abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Aimone Romizi, frontman della band perugina dei Fast Animals and Slow Kids, e di goderci il concerto in primissima linea

 

di Roberta Frigeni

 

Fast Animals and Slow Kids, ce lo dice lo stesso Aimone, è un nome lungo e difficile da ricordare.

Eppure sono riusciti a riempire il Locomotiv di domenica sera, dopo aver suonato la sera prima gli stessi identici pezzi. Forse se tanta gente si è sentita in dovere di tornare, un motivo ci sarà, anche se probabilmente non è il nome.

Più che un’intervista si tratta di un vero e proprio flusso di coscienza, condito da un’autoironia e un’umiltà che mi conquistano immediatamente. Mi viene concesso anche più del tempo dovuto e così ho l’occasione di farmi un quadro più chiaro del loro ultimo lavoro in studio, Forse non è la felicità, uscito il 3 febbraio.

 

Intanto comincio dalle banalità, per rompere un po’ il ghiaccio. Forse non è la felicità: spiegami la scelta di questo titolo.

“La storia è questa: noi decidiamo il titolo dei dischi sempre nello stesso ristorante cinese a Perugia, da sempre, e in una notte sola, che di solito è la notte appena prima di partire a registrare il disco. Questa volta a differenza delle altre, non avevamo assolutamente idee: siamo rimasti lì dalle sette a mezzanotte e mezza, finché non ci hanno letteralmente cacciati senza che avessimo uno straccio di titolo definitivo. Allora, in macchina, abbiamo optato per Forse non è la felicità perché era emerso tra le idee buttate lì al ristorante, e noi non potevamo non dare un nome che non fosse questo. Era stato scelto perché era stato detto lì dentro, e a noi interessava aver rispettato la nostra piccola pazza cabala. Detto così sembra una banalità, in realtà questo è soltanto l’aneddoto dietro alla scelta del nome: ovviamente questo deriva da mille discussioni che facciamo tra noi. Come concetto, Forse non è la felicità è tornato tante volte durante la stesura del disco: dopo i mega concerti del tour di Alaska, ci siamo trovati di nuovo a casa, nella nostra piccolissima sala prove. Un giorno, non si sa come, questa sala si allaga e si riempie di fango, e mentre portiamo fuori gli amplificatori, ci rendiamo conto proprio di questo: un secondo prima le stelle, e poi le stalle. Forse non è la felicità questa, le stelle, i mega concerti, la cosa a cui dobbiamo ambire, ma una via di mezzo“.

 

 

Questa sì che è una signora risposta, sei stato parecchio esaustivo. Ma a proposito di questi mega concerti, durante tutti i vostri live, avete un rapporto estremamente fisico con il vostro pubblico. Interagite, fate crowd surfing, a fine concerto siete sempre disponibili. È sempre stato così?

“Questa fisicità c’è sempre stata. Anzi, col fatto che ora la gente inizia ad essere tanta, c’è quasi poco tempo per interagire con le persone, diventa più difficile. Noi crediamo fermamente che sia una parte fondamentale del lavoro che facciamo (perché sì, adesso è un lavoro). Abbiamo trovato gente che ci ha dato opinioni incredibili sui nostri testi, cose a cui non avevamo pensato nemmeno noi, in fondo la canzone è sempre più di chi l’ascolta. Assieme a questo c’è anche il chiacchierare del più e del meno, il chiedere qual è il piatto più buono di Bologna e dove lo possiamo mangiare, cose così. Infine, c’è un ultimo discorso: noi facciamo un tipo di musica un po’ incazzato, ed essere incazzato da solo è decisamente brutto… È più bello essere incazzati in più, condividere anche questa funzione terapeutica della musica“.

 

 

Sarà anche per il vostro atteggiamento nei confronti nel pubblico, ma ‘Forse non è la felicità’ ha avuto un feedback grandioso, è piaciuto molto: a livello di piattaforme online, di visualizzazioni, di numero di ascolti, questa cosa quanto influisce sul vostro umore?

“Per nulla, non influisce assolutamente. Considera che riempiamo posti grandi, ma non facciamo milioni di visualizzazioni su YouTube come altri gruppi che riempiono quegli stessi posti. Però, su quelle cento visualizzazioni, abbiamo cento persone che vengono al concerto: a noi interessa non fare schifo musicalmente parlando, è lì che sta il fulcro della conversazione. In tutta questa immensa fuffa che sono le visualizzazioni, è il live la vera prova del nove, è da come suoni dal vivo che bisogna dare un giudizio, non dagli ascolti su Spotify”.

 

Un’ultima domanda al volo, per fare pubblicità a gruppi che secondo te si meriterebbero un po’ di popolarità in più: tre-quattro nomi a bruciapelo di band che consiglieresti di ascoltare a chi piace questo disco.

“Così a bruciapelo, una delle band migliori che abbiamo qui in Italia che mi vengono in mente, anche se purtroppo si sono sciolti, sono i Disquieted By. Facevano una sorta di punk ‘n roll, fortissimi. Posso consigliarvi la nuova band del cantante, si chiamano Bennet. Penso anche ai Cayman the Animal, una band perugina come noi, anche loro fanno punk (eh sì, principalmente mi ascolto questa roba…). Infine mi è piaciuto un disco, un po’ di anni fa, che si chiama The Sleeping Tree, del bassista dei Mellow Mood. Ah, al volo i Labradors e i Minnie’s, sempre genere piantino-punk, come piace a noi”.

 

 

E su queste chicche musicali, dopo essersi assicurato che al concerto ci sarò, ci salutiamo, mi piazzo in prima fila, e dopo l’incipit formulare “Salve a tutti noi siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da PERUGIA!”, immancabile apertura ad ogni loro data (così la gente si ricorda il nome, abbiamo un nome di merda in fondo, mi diceva lo stesso Aimone un’oretta prima) il concerto inizia, e dopo quelli che sono sembrati quattro minuti, termina.

 

Salvo Bruno

Salvo Bruno

Emigrato della East Coast calabrese, spesso una combo di immaginazione, passione e un pizzico di autostima mi invoglia a buttare su carta qualche racconto. Se mi va, ne schizzo anche un fumetto. In veste di universitario, studio le lingue. Amo Internet, il sushi, la buona musica e gli eventi live tanto quanto odio il fumo e l’ignoranza.

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