Fine del carabiniere a cavallo (Leonardo Sciascia)

Si comincia con il “richiamo all’ordine” del carabiniere a cavallo, simbolo del potere che “era già fascismo” e si finisce con la Sicilia. Ma sarebbe ingiusto racchiudere quest’ultima fatica editoriale della Adelphi nei termini di inizio e conclusione.

“Fine del carabiniere a cavallo” è la prima raccolta di scritti (letterari) dispersi di Sciascia mai radunati precedentemente in volume in un periodo che copre ben 34 anni (dal 1955, anno de “Le parrocchie di Regalpetra”, considerato dallo stesso Sciascia il suo primo vero lavoro, al 1989, anno della morte dello scrittore).

La copertina raffigura “Atlantide” di Alberto Savinio; e proprio da Savinio bisogna partire per comprendere la natura della saggistica sciasciana.
La copertina raffigura “Atlantide” di Alberto Savinio; e proprio da Savinio bisogna partire per comprendere la natura della saggistica sciasciana.

Lo stesso Savinio, dispensatore di intelligenza e scrittore sottovalutatissimo, fu riscoperto a suo tempo da Sciascia, che raccolse con passione e dedizione per la Bompiani gli scritti dispersi del fratello di Giorgio De Chirico (oggi anche Savinio è scrittore del catalogo Adelphi); ed è nel segno di Savinio che la scrittura di Sciascia si forma, in questi brevi saggi, sotto forma discorsiva, confidenziale; rivolta a quella sorta di lettori ideali che si immagina siano pochi ma buoni, per dirla banalmente. Leggendo Sciascia che scrive del pensiero travisato di Marcuse, dell’amante di Dumas travestita da uomo, di Longanesi o di un romanzo di Giovanni Arpino non ci si sente esclusi e scoraggiati, non si pensa tra sé e sé “ma di cosa sta parlando questo tizio”; perché l’abilità di Sciascia era la stessa di Savinio: farti sentire a proprio agio, stravaccato su una poltrona/mamma o poltrona/babbo, protetto dalle schermaglie della stupidità e anche da quelle ben più gelide della arroganza, grazie a quella capacità di sintetizzare al meglio pensieri complessi, ambigui, mai semplicisti – come quando si parla dell’Ulisse di Joyce come di “un ordigno disinnescato di cui, sul piano della cultura, si studiano strutture, composizioni e teorica potenza”, pensiero opinabile e controverso, certo; ma subito dopo si viene illuminati da una analisi di poche righe dove viene scritto che “Nell’Ulisse c’è il professore; c’è il cattolico; c’è l’irlandese: il professore prepara la segreta miscela esplosiva degli elementi linguistico-culturali; il cattolico vi appicca il fuoco dell’inferno; l’irlandese si gode l’esplosione, anche se viene fuori bruciato come un tizzone (sarebbe il caso di dire: un tizzone d’inferno)”.

Altra caratteristica speculare al dilettante Savinio (ma anche a Borges, nominato con ammirazione più volte nelle pagine) è la tendenza a impostare i saggi come fossero romanzi e viceversa. Sciascia affabula/narra più che recensire seccamente questo o quel libro. L’aneddotica non manca, nel solco di Stendhal (a proposito di dilettanti).

Ma “Fine del carabiniere a cavallo” restituisce non solo la situazione della narrativa italiana del dopoguerra, ma anche della società civile. Impossibile non notare tra le righe, in modo più o meno velato, più o meno dichiarato, i riferimenti al pentitismo, al fallimento sessantottino, al terrorismo, all’aids, al consumismo sfrenato: in quest’ultimo caso esemplari sono le frecciatine di Sciascia su Lolita di Nabokov, vagamente disprezzato e tirato in ballo in un confronto con il romanzo erotico Justine di Durell (che pure sembra essergli risultato indigesto); si tratta di critiche tracciate in un solco ben preciso; d’altra parte si sa che il successo di Lolita fu dovuto solo in parte alle qualità letterarie indiscutibili: ben più importante fu il tema pruriginoso della pedofilia/incesto. Per una scrittura militante come quella di Sciascia il disimpegno di Nabokov non poteva che essere sospetto, così come il boom di letteratura erotica in aumento tra i lettori italiani. Justine diventa così “carico di intenzioni, fradicio di letteratura, tecnicamente informe”, eppure Sciascia preferisce giustamente lasciare ai margini critiche sociologiche concentrandosi sul libro e alla fine gli concede di essere “ricco di poesia”.  Più secco ed esplicito in tal senso fu Pasolini in un dialogo su “Vie nuove”, dove rispose così alla domanda di un lettore sui motivi della popolarità del filone erotico:

Ora le media e piccola borghesia italiana è in piena fase neocapitalistica: un certo benessere e una profonda involuzione intellettuale e ideologica. Tipico fatto di questi stati di involuzione è l’evasione. E nella evasione ha sempre avuto gran posto la letteratura erotica. (Tengo a precisare che non ho letto nessuno dei libri che lei elenca: tranne Lolita, che mi sembra un prodotto molto notevole).

(i “Dialoghi con Pasolini” su “Vie Nuove” si trovano raccolti nel meridiano Mondadori dedicato agli scritti su politica e società di P.P.P.)

Le sempre ragionate e mai sommarie idiosincrasie sciasciane si concentrano spesso anche su uno scrittore poco amato come Tomasi di Lampedusa di cui recensisce i Racconti. Tra quelle pagine è possibile ritrovare uno dei passi memorabili della raccolta:

L’infanzia è, generalmente parlando, un’età triste, dura, soverchiata da prepotenze e tirannie: da Dante, che accuratamente e implacabilmente rimuove il ricordo dei propri genitori, a Stendhal. Anche in una società come quella siciliana, in cui i bambini sono oggetto di una specie di idolatria e tiranneggiano intere famiglie e vicinati, l’infanzia è sostanzialmente un’età oppressa: dalle attenzioni, dagli affetti. La qualità di paradiso perduto che l’infanzia può assumere, ed assume, nel ricordo è assolutamente soggettiva: così come la stanchezza, il tedio, i pericoli di un viaggio nel ricordo svaniscono per dar luogo ad immagini di gioia, ad una felicità allora non provata e che appartiene alla decantazione del ricordo.”

L’analisi di Sciascia sulla letteratura italiana si ramifica in paragoni più arditi ancora: come quando si mettono a confronto i poeti della Resistenza spagnola con quelli della resistenza italiana (il minuscolo è solo per il valore letterario, nella sua convinzione), arrivando a scrivere che “da noi il popolo, nella sua guerra, non è stato accompagnato dalla voce dei poeti” al contrario della guerra civile spagnola (altra tematica cara allo scrittore siciliano che vi dedicò un racconto, “L’antimonio”, nella raccolta “Gli zii di Sicilia”) che considerava un evento fondamentale per la coscienza civile e intellettuale:

Personalmente, alla guerra civile spagnola dobbiamo la rivelazione di un mondo, la rivelazione del mondo (diciamo del mondo umano).

Fine del carabiniere a cavalloPersino un fatterello curioso e all’apparenza di nessun conto se non per farsi le proverbiali quattro risate è fonte di analisi pirandelliane come paradigma di vita: è il caso del sessantenne che si introduceva in maniera furtiva nel Collegio del Carmelo di Racalmuto per spiarvi le suore. E solamente questo faceva il signore: spiarle senza commettere violenze o atti osceni, per poi essere scoperto e “alla quarta volta” finire sul giornale. Il sessantenne era stato sposato vent’anni prima con una ex novizia che fu costretta ad abbandonarlo a causa della gelosia asfissiante di lui e non ne aveva voluto sapere di tornare insieme all’uomo.

Che certe follie non siano prove di metodo – e forse nessuna lo è – oramai è risaputo; ma che abbiano una tradizione, se ne può avanzare il sospetto. Tradizione, intendo, nel senso che permangono condizioni atte a suscitarle: per cui, in un rapporto di causa ed effetto, la continuità di un certo tipo di vita genera la continuità di un certo tipo di follia”.

E siamo ancora a Pirandello, al pirandellismo: l’antica “pena di vivere così”, l’antica solitudine, la tensione dell’apparire che ad un certo punto si disgrega nell’essere, nel voler essere – insomma la forma che si scioglie nel tumulto della vita. “La follia altro non è, sempre, che il disgregarsi di una forma: ma è in un paese come questo, dove con la follia si convive e dove i meccanismi di esclusione entrano in funzione soltanto quando un atto di follia diventa vistosamente reato, che ci si avvicina a tale verità.

L’onnipresenza di Pirandello, ora accostato a un ritratto (struggente) di Unamuno, ora al caso del folle voyeur di suore, ora ai testi teatrali di Jean Giraudoux, travalica lo stesso Savinio. D’altronde nel ritratto dedicato a Savinio è lo stesso Sciascia a scrivere che questi è “il più grande scrittore italiano di questo secolo”, premurandosi di aggiungere “dopo Pirandello”.

Leonardo Sciascia

Si arriva così all’ultima sezione della raccolta, “Ritratti complici di contemporanei”: interventi su Longanesi, Savinio, Brancati, Montale, Borgese, o amici quali Bufalino e Consolo con cui si chiude la raccolta. Lapidaria è l’ultima definizione della Sicilia: “isola della sconfitta”; ma la riconciliazione è possibile con la “regione della fantasia”. E torna in mente il “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia” di Sciascia, quel finale di soffusa disperazione con la statua di Voltaire, “nostro padre”, da cui un Candido Munafò disilluso, comunista organico alla Saramago, dolcemente si distacca rinunciando all’azione; e le parole di don Antonio sulla Sicilia dove “non finisce niente, non finisce mai niente”. Sconfitta inclusa.

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