Zoom su una situazione drammatica non più d’emergenza.

Angela Curina

Fuocoammare
Scena del film Fuocoammare, di Gianfranco Rosi. Immagine presa dal web.

C’era fuoco “ammare” e il mare diventava rosso dei razzi che venivano sparati in aria dalle navi militari; c’era fuoco “ammare” e c’era la guerra: di notte le barche non uscivano per la paura.
E le mogli che portavano il pane ai mariti marinai.
C’era fuoco “ammare” quando c’era brutto tempo e i fulmini scoprivano ogni segreto di quell’acqua che tutto sembra celare.
C’è fuoco “ammare” e il mare diventa rosso del segno carnale del mistero, sangue che era vita e non lo è più; c’è fuoco “ammare” e c’è la guerra: di notte non si esce per la paura.
E nei campi profughi, le mogli si occupano di rifornirsi di cibo dato dalle organizzazioni internazionali, per portarlo a mariti e figli troppo deboli per procurarsene.
C’è fuoco “ammare” quando “sono tempi bui”, così ti convincono a startene a casa la sera.
C’è uno stesso dottore, il dottor Bartolo, che si prende cura di una donna appena sbarcata, con in grembo una vita quasi in atto, e che cura gli occhi di un bambino isolano, Samuele, nonostante ci veda molto meglio di tanti noi.

È questo Fuocoammare, il documentario di Gianfranco Rosi del 2016, premiato con l’Orso d’oro per il miglior film al Festival di Berlino e candidato all’Oscar come film straniero. Rosi non ha operato come un giornalista, né come un regista, né come un voyeur: si è trattenuto a Lampedusa un intero anno, provando a cogliere nel particolare l’universale, col tentativo di entrare nei ritmi di un’isola che non gode dell’isolamento proprio di una terra circondata dal mare: da quell’acqua, lei raccoglie. La decisione di andarsene da Lampedusa non è stata semplice per Rosi, così ha lasciato che il suo ultimo momento sull’isola fosse una telecamera puntata sul dottor Bartolo, la sua testimonianza di umanità fatta di 20 anni di soccorsi e di un imprescindibile senso di accoglienza.

Un documentario che vuole essere uno zoom su una situazione che non è più emergenziale, dunque non può più ricevere risposte di tal carattere: dal 1988 ad oggi, nel Mediterraneo, sono arrivate 400.000 persone, ne sono morte 20mila. Queste quelle di cui si ha traccia. È dunque quanto più una dimensione strutturale della società odierna, che riguarda l’Italia da vicino a livello fisico, ma l’Europa tutta nella gestione, non solo per questioni morali.

È spiazzante l’ingenuità di  Samuele, il bambino isolano ignaro della realtà circostante. Egli vive in un contesto familiare in cui la nonna e il padre gli parlano di mare, fatica e paura ma solo inerentemente alle tradizioni degli avi. La sua incoscienza di bambino non viene per nulla limitata dall’ottusità di una famiglia che racconta l’isola nel bene e nel male, senza mai far riferimento a un aspetto fortemente immanente nel contorno geografico e sociale: gli arrivi sempre più fitti, le morti sempre più vergognose. L’unico contatto che Samuele ha con il mondo è tramite il dottor Bartolo, fautore di una speranza costruita su mucchi di dolore e di cadaveri.

Lampedusa è raccontata nei giochi con la fionda di un bambino, nell’attività di un dottore che da anni guarda la morte negli occhi, ma non si abitua mai. Il titolo fa riferimento a una canzone di Eva Nova, “Fuoco a Mmare”, dove si ricorda un’isola in cui si vive con la pesca, e dove generazioni intere sono cresciute con la paura di morire in mare. Oggi, questa paura ancora una volta si palesa quotidianamente negli occhi degli altri.
Lampedusa l’isola eroica, perché eroe non è chi salva: quello è un uomo, che fa il suo dovere.

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