Anne Fontaine probabilmente è una delle tante attrici francesi che, ad un certo punto della propria carriera, decide di intraprendere quella da regista. Vi ricordate il film “Tenere Cugine” del 1980? È il primo film, di genere drammatico-erotico, in cui compare Anne. Al di là del fatto che conserva inspiegabilmente bene la sua giovinezza, è molto interessante, ancor prima di recensire il suo ultimo film, parlare brevemente di quella che è la sua carriera da regista.

Anne Fontaine, purtroppo, non ha mai riscosso un grandissimo successo e non ha mai vantato un’approvazione consistente del pubblico, perché dal 1993 (anno d’uscita del suo primo film, “Les histoires d’amour finissent mal… en général”) fino ad oggi si è resa pioniera di diverse qualità cinematografiche. I film per cui io stessa conosco il suo nome non sono molti, ma è valsa la pena guardarli più o meno tutti. I diversi generi che Anne mette sullo schermo le hanno regalato l’appellativo di regista “virtuosa”. Nonostante a volte le trame non siano particolarmente originali, conservano tutte il carattere “impegnato” ed esprimono perfettamente il genere cucitovi sopra.

Comincia nel 1997 con il film “Dry Cleaning”, una commedia noir concentrata sull’analisi psicologica dei personaggi; anche se non troppo, consiglio di vederlo: una famiglia ordinaria proprietaria di un auto lavaggio viene sconvolta dalla conoscenza di una drag queen. Nel 2003 con “Nathalie” Anne continua ad approfondire il tema del rapporto di coppia, mettendo in scena un thriller “intimo”; nel 2009 un altro regista proporrà il remake del film francese con un titolo diverso: “Chloe, Tra Seduzione e Inganno”. Nel 2009 esce nelle sale cinematografiche uno dei suoi film sicuramente più visti: “Coco Avant Chanel”, il ritratto esemplare e romantico di una delle più grandi stiliste del XX secolo. Ripropone il genere della commedia nel 2012 dirigendo il film “Il Mio Peggior Incubo!”, raccontando la storia di due famiglie socialmente diverse (per cui in conflitto) i cui due giovani figli sono destinati ad essere indivisibili. Nel 2013 esce il film “Two Mothers”, un film il cui genere è per me controverso, controverso perché si fondono diverse nature: il dramma, l’erotismo e la commedia. Questo film racconta la storia di due donne, due madri amiche dall’infanzia le quali intraprendono una storia d’amore ognuna con il figlio dell’altra.

GEMMA BOVERYRéalisé par Anne Fontaine

Nel 2015, il 29 gennaio, Gemma Bovery. Il film non è la messa in scena del classico di Flaubert, ma è la trasposizione della graphic novel omonima realizzata dalla fumettista inglese Posy Simmonds. Fabrice Luchini è Martin Joubert, un signore di mezza età parigino, segnato dalla lettura del primo romanzo di Flaubert, Madame Bovary; sono ormai parecchi anni che egli si è rifugiato con la moglie e con il figlio in una cittadina della Normandia per riprendere l’attività di panettiere del padre. Gemma Arterton, affascinante e non convenzionale, è Gemma Bovery, moglie di Charles Bovery (restauratore di oggetti antichi), una donna giovane la cui vita sembra seguire pari passo quella di Madame Bovary. Gemma è un’artista delusa da un amore passato, amante degli animali, della natura e delle rovine. Innamorata più della propria libertà che del proprio compagno e dei classici della letteratura. Martin, dal giorno in cui la coppia si è trasferita nella casa di fronte la sua, conosce la giovane donna e, non disdegnandone l’aspetto, si trova ad essere lo spettatore di un matrimonio, di un tradimento e di una tragica fine. Lo spoiler, in questo caso, è una prerogativa del film poiché sappiamo tutti che fine fa la Bovary di Flaubert. Gemma conosce, dopo essere stata punta da un’ape, un giovane ragazzo aspirante avvocato, bello e passionale, al quale si concederà più volte senza troppi indugi. Martin è meravigliato a tal punto dalla donna da credere che le vicende del suo libro preferito stiano diventando realtà e si sente, durante tutta la durata del film, il regista e la causa. Gemma, inconsapevole e ingenua, sembra non possa sottrarsi a un destino già scritto: seppure quella di cui è protagonista è la sua libertà di vivere, Martin cerca disperatamente di scostare la sua vita da quella della beniamina di Flaubert.

La trama non è originale, è pur sempre la messa in scena di una storia scritta due secoli fa, ma risulta comunque essere interessante. A partire dalla location, un paesino di campagna sperduto nella Normandia, pieno di verde e di case antiche, il cast mi ha piacevolmente sorpreso. Fabrice Luchini, affascinante ed emblematico, è il protagonista assoluto. Durante il film il suo personaggio è talmente reale che lo immagino a casa a fare il pane con i cereali, anche adesso. Per quanto riguarda il resto del cast maschile, Anne Fontaine ha scelto con particolare attenzione ogni singolo interprete. Jason Flemyng, che interpreta Charles Bovery, appare un po’ come un francese mancato, cioè uno di quegli uomini che beve vino rosso davanti il camino fumando sigarette a non finire, che si sporca le mani restaurando opere d’arte, rendendole più belle di quello che sono. Ma a parte il ruolo che egli ha nel film, che credo non si discosti molto da quella che è la mia interpretazione, è circondato da un alone di charme evidente. Così come Mel Raido, che interpreta Patrick (un ex amore di Gemma che, inaspettatamente, tornerà sui suoi passi). Sono due uomini portatori di fascino: Charles è un uomo un po’ rude, vestito come capita, direi un “restauratore maledetto”; Patrick è ricco ed elegante, un ingannevole con carisma. Entrambi amano Gemma, questa giovane donna che della sua libertà fa la propria condanna. Niels Schneider è il giovane avvocato destinato a diventare il suo amante e destinato ad innamorarsene, senza alcun successo. Quello che si può percepire dallo schermo è che Gemma è schiava di un amore che non è convenzionale, ma passionale, carnale. Si sente libera di amare con il corpo e di amare con l’anima in modo distinto; ogni amante che l’ha abbandonata è sintomo di sofferenza, è una parte di se stessa che va via. Ma Gemma è una donna forte, che non rinuncia, che ama la propria libertà come ama se stessa. Ed è forse questo che l’accomuna a Madame Bovary: sono due donne annoiate che scelgono l’adulterio per riemergere.

gemma-bovery-11109

Madame Bovary, che amava meno se stessa di quanto facesse Gemma, sceglie come ultima strada il suicidio: ingerisce dell’arsenico e muore in modo doloroso e lento. È proprio il momento della morte che, dopo una serie di peripezie tra loro comuni, le distingue. E, per una questione di principio, non sto qui a dirvi come Gemma muore. Però, potreste chiedere a Martin Joubert che, più alla fine che nel durante, ha svolto un ruolo fondamentale. È quindi proprio agli sgoccioli che, come ho detto in precedenza, Fabrice Luchini si conferma il protagonista assoluto della storia.

Si ringrazia il cinema Galliera di Bologna, senza il cui contributo questa recensione non sarebbe stata realizzata.

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