Scrittori fantasmi ed editori consenzienti per autori famosi.

Giulia Pozzi 

Ghostwriter
Ghostwriters

Entrate in una libreria e piazzatevi di fronte allo scaffale delle ultime uscite; fatto? Bene. Ora scegliete il vostro prossimo acquisto letterario. Scommetto che, per farlo, avete letto la quarta di copertina. Interessante, vero? Ecco, e se scopriste che quelle parole non sono quelle dell’autore del libro? Sarebbe altrettanto interessante?

Se è vero quel che scrive Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore – “scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto”- ciò non è estendibile alla realtà pulsante del ghostwriting, quella degli “scrittori-fantasma”, altrimenti detti “scrittori-ombra”, penne che scorrono su carta sotto committenza di chi non ha tempo o abilità per produrre un testo letterario.

Lo scrittore fantasma è una mente mercenaria che viene ingaggiata affinchè scriva per un committente, cioè colui che si firma in copertina, un testo di varia natura: un’autobiografia, altre volte un saggio, sempre più frequentemente un romanzo. Il suo nome è tabù, nessuna implicazione biografica all’interno del prodotto letterario rimanda a lui, eppure esiste. Non si vede, non si sente, ma esiste. Esiste e spesso la sua è una posizione precaria, minata dalle scadenze a breve termine di contratti editoriali che obbligano a far numeri da prestigiatore: tirare fuori un libro dal cilindro in tempi brevi ed essere inequivocabilmente invisibile.

E allora perché lo fanno? Una ricompensa remunerativa è sicuramente presente tra le cause che portano alla rinuncia della paternità intellettuale di un’opera; tuttavia, le motivazioni che spingono uno scrittore-ombra a mutilare il processo spontaneo di stesura e pubblicazione di un libro sono radicate su un terreno esistenziale mitigato dall’aspirazione, dalla bramosia, dall’ambizione di scrivere, e di farlo potendoci ricavare da vivere. I compensi sono bassi, la speranza di farsi notare da un editore non altrettanto.

E allora il ghostwriting diviene una sorta di “plagio autorizzato” attraverso un patto concordato tra le due parti, una che detiene il copyright e perciò il diritto di ricavare un guadagno dalla fruizione del pubblico, l’altra che si nasconde dietro ad una scrivania. Un patto assolutamente impari, come non è paritetica la relazione che si instaura tra produttore e fruitore: il pubblico dell’opera letteraria ha il diritto di conoscere chi è il vero autore. Se analizzassimo la questione sotto il profilo della narratologia genettiana, sarebbe assolutamente ininfluente l’identità della penna che scrive, noi dobbiamo solo e soltanto fruire del testo in quanto tale, nella sua essenza ontologica; se invece scendessimo dal piedistallo della critica e vestissimo i panni di comuni lettori, le implicazioni etiche del fenomeno del ghostwriting sono numerose e, la maggior parte delle volte, insormontabili.

In alcuni casi, rappresentati per lo più dal romanzo autobiografico o dall’arringa politica, il ghostwriting è socialmente accettato; in altri, quelli che stazionano negli scaffali dei bestsellers, il ghostwriting è tabù.

Se è accettato nel mondo della comunicazione poiché funge da agente maieutico, aiuta cioè a rendere giustizia ad un pensiero che, altrimenti, scaturirebbe dalla penna mutilato – senza contare che dietro a grandi leader che vengono spalleggiati dalla penna di uno scrittore-ombra è percepibile l’esistenza tacita o, per l’appunto, adombrata di quest’ultimo -, non è una pratica altrettanto accettabile ed eticamente sostenibile quando lo scrittore si cela dietro a messaggi di propaganda, coadiuvando il sottostrato menzognero dell’atto comunicativo.

Richard L. Johannesen, autore di Ethics in Human Communications, ha cercato di stilare delle linee guida circa l’etica del ghostwriting:

  • Qual è l’intento di chi comunica? E qual è il grado di consapevolezza dei fruitori?
  • Chi comunica si avvale di un ghostwriter per mostrare qualità comunicative che in realtà non possiede?
  • Quali sono le circostanze che rendono necessario appellarsi ad un ghostwriter?
  • In che percentuale chi comunica partecipa attivamente nella stesura dei propri messaggi?
  • Chi comunica si fa carico del contenuto e della veridicità del messaggio che viene veicolato dal testo?

Quesiti leciti, certo, ma spesso ignorati in vista della fisiologica pulsione della sopravvivenza, monetaria, sì, ma anche psicologica: il mondo dell’editoria è ingrato, se riesci a varcarlo fai di tutto per restarci. Eppure pare una questione naturale quella di dare credito a chi la storia la scrive sul serio, e non ci mette solo la faccia. Eppure…eppure. E voi da che parte vi schierate?

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.