Nel 1518 un potente segretario fiorentino di nome Niccolò Machiavelli venne liquidato dal governo mediceo rientrato trionfalmente in Firenze dopo la caduta del governo Soderini, con cui Machiavelli collaborava da dieci anni. Per lunghi anni di inattività ed esilio, il Nostro si dedicò alla stesura di due fra le opere letterarie più importanti della nostra letteratura: il Principe e La Mandragola. Questi due capolavori non hanno bisogno di presentazioni, come non ne ha la serie televisiva House of Cards, ideata da un politico britannico, Michael Dobbs, anch’essa durante un periodo di esilio politico dall’amministrazione Tatcher e dal partito conservatore inglese di cui da anni lo scrittore faceva parte.

Non è però solo la vicenda biografica e compositiva ad accomunare le opere di questi due scrittori così distanti tra loro. È anche e soprattutto una sorta di comune visione del mondo e soprattutto della politica. Ho deciso di cominciare da Machiavelli poiché l’aggettivo che più si è applicato, nei commenti della stampa, della critica e degli spettatori al personaggio di Frank Underwood è quello di “machiavellico”. La filosofia morale di Machiavelli ha influenzato così tanto il nostro pensiero da arrivare fino all’oggi: la tetra visione politica e antropologica del Segretario ha plasmato il nostro linguaggio, si è annidata nelle nostre concezioni, evolvendosi in paranoie complottistiche e in uno scetticismo generalizzato sulla virtù degli uomini politici, a tal punto che spesso si guarda con disagio all’opera di questo genio, null’altro che un disilluso analista di ciò che i politici della sua epoca (e nella sua convinzione, di sempre) incarnavano nell’eterna lotta per il Potere. Machiavelli ha trasceso i limiti del tempo storico per proporci una fenomenologia criminale del potere, verso cui siamo stati finora distaccati nella sbandierata convinzione che il mondo, e gli uomini con lui, siano andati avanti, che il progresso democratico degli Stati post-rivoluzione francese abbia cancellato il bisogno degli oscuri delitti di cui i signori del Potere di volta in volta si sono serviti per mantenere e ingannare le masse degli ingenui. Tuttavia, Machiavelli non era solo un fine e anticonvenzionale analista politico, ma anche un raffinato scrittore. E non solo di saggi, trattati e libelli tecnici. Lo ricordiamo fin dai tempi liceali per una commedia teatrale stranissima che reca il nome di un pianta afrodisiaca: La Mandragola. L’esigenza di portare in fiction la sua Weltanschauung, modificando per sempre le strutture e i temi della commedia rinascimentale, lo ha immortalato ai posteri con un’opera di sconcertante attualità e originalità. La vicenda è nota: per ottenere l’amore di Lucrezia, il giovane Callimaco raggira il marito di lei con i servigi del furbissimo e amorale amico Ligurio e del ben poco spirituale Fra’ Timoteo. I due comprimari sfruttano le loro profonde abilità intellettive per convincere i due sposi a sottomettersi all’inganno, a prezzo di poco o nulla. I due aiutano Callimaco per spirito di azione, per il puro gusto di turlupinare due inconsapevoli e dispiegare la loro illimitata capacità d’azione.

Per quanto la Mandragola presenti una trama legata alle convenzioni della commedia latina, principalmente l’inganno amoroso, non si può non scorgere in filigrana una struttura che ci ricorda, nelle relazioni e nei sentimenti dei personaggi, quella di House of Cards. I due amici di Callimaco rievocano i due tremendi collaboratori di Frank, Doug Stemper e Seth Grayson, menti raffinatissime che non si muovono assolutamente per denaro, ma per seguire la pragmatica tensione all’azione del loro capitano. Non è casuale che Machiavelli abbia affidato proprio a Ligurio e a Timoteo gran parte della sua filosofia. I due protagonisti vivono delle stesse dinamiche di Frank e Garrett Walker: Callimaco, ipocrita e amorale, è deciso a prendersi con ogni mezzo ciò che gli spetta, ovvero il corpo di Lucrezia, tanto ingenua quanto Walker, ma soprattutto rigidamente impostata in un universo di significato che le preclude, esattamente come il Presidente, di capire fino all’ultime le trame in cui gli esseri umani che non conosce l’hanno fatta cadere.

Nell’arco dei secoli la narrativa ne ha fatta di strada, e spesso è proprio dai non addetti al mestiere che si hanno le opere più interessanti. La serie televisiva lanciata da Netflix, una potente società statunitense che offre un servizio di streaming on demand e che da pochi anni produce autonomamente testi televisivi, quali per esempio Orange is the new black e Lilyhammer, è diventata da due anni a questa parte una vera e propria opera di culto. Le ragioni sono tante e ovvie: il cast, capitanato dai due ultimi Golden Globe Kevin Spacey e Robin Wright, è eccelso, come eccelsi sono fotografia (tetro prolungamento dello spirito della serie), regia (spesso firmata da grandi nomi del cinema e del cast, come Fincher o lo stesso Spacey), colonna sonora (un missaggio di jazz, suoni patriottici e inquietanti rumori di fondo noir) e montaggio (ammiccante, l’istanza narrante è sempre presente e commenta silenziosamente ogni scena). Una serie di qualità che ha il suo punto di forza soprattutto nella sua sceneggiatura riadattata: l’opera letteraria di un politico di professione, Michael Dobbs, che a partire dalla sua tetralogia drammaturgica sul potere può vantare, nella pubblicistica, paragoni con Shakespeare e Walter Scott, i due scrittori più rappresentativi della letteratura inglese medievale.

La secolare ricerca letteraria, e umanistica, sulle origini, le strutture e il significato del Potere ha avuto il suo avvio in Europa fin dai tempi del Medioevo dantesco. I rapporti che essa stringe con questo serial meriterebbe dunque un articolo a parte. Spesso si tende a leggere che House of Cards presenti una scrittura shakespeariana. Tutti sanno che il Potere era il tema prediletto, benché non l’unico, del grande drammaturgo inglese. È facile intuire in cosa, al di là della teatralità di tutto l’impianto scenico e della stessa recitazione di Spacey, una recitazione che ha il suo colpo di genio nei frequentissimi a parte che il personaggio si concede per commentare e insegnare agli spettatori il significato delle sue sottili trame, è facile comprendere in cosa House of Cards è una serie che discende dalle riflessioni dei protagonisti di Shakespeare. Frank, questo amorale innegabile bastardo del panorama seriale, è un tiranno. E di tiranni Shakespeare si è occupato con alacre genialità. Giulio Cesare, Enrico V, Riccardo III. L’opera di Shakespeare suscita la meraviglia degli studiosi in quanto capace di rielaborare in una forma personale tutta la tradizione del dibattito sul tirannicidio e sui criteri per stabilire chi sia un tiranno. La storia europea è piena di tiranni. Ed è piena di riflessioni storiografiche e letterarie in tal proposito. Ma l’originalità di Shakespeare si muove su due piani: il primo, più propriamente ideologico, è quello dello scetticismo, della sospensione del giudizio sulle due parti in causa. Shakespeare è abile nel mostrare l’ambiguità della questione. Ambiguità che secondo il suo parere è il principio cardine delle azioni umane. il Bardo non prende mai posizione riguardo ai suoi personaggi, li accompagna nell’infernale cammino di incomprensione che le diverse e conflittuali argomentazioni a favore o meno del tirannicidio generano in questa lotta. Ma Shakespeare è anche capace di crearvi attorno, o perlomeno di farvi crescere, in seno a uno sterile dibattimento intellettuale le cui radici affondano nelle più lontane e arcaiche culture del mondo, uno scenario profondamente umano. Il suo linguaggio è la sua forza. Nel rievocare le parti del dibattito, emergono queste singole individualità, questi personaggi ricolmi di angosce che noi, fortunatamente, non dovremo mai provare.

He chose money over power, in this town a mistake nearly everyone makes.
He chose money over power, in this town a mistake nearly everyone makes.

House of Cards riesce a rileggere questa grandiosa tradizione europea in chiave americana. E vi aggiunge il potenziamento audiovisivo. Finalmente Enrico V, Riccardo III e Giulio Cesare hanno un volto, un accento, un ambiente che ci è familiare, la Casa Bianca. Le regine, i sudditi, le malelingue, i consiglieri, i soldati, i perfidi intrighi dei palazzi hanno dismesso il tono medievale, e si sono vestiti di giacche e cravatte. House of Cards racconta l’ascesa inarrestabile di un tiranno del nostro tempo. Un uomo-mostro, ma il cui fascino e ambiguità ci soverchiano con inquietante e seducente potenza. Non è solo merito di un grande interprete, è il merito della scrittura di un uomo che conosce i meccanismi del potere di oggi e ne fa oggetto di una riflessione sconcertante, per modernità e raffinatezza, che ha come unica protezione, per noi che ne subiamo l’attrazione, le ragioni della letteratura: la letteratura agisce da filtro, nessuno pretende che quanto raccontato sia realistico. Il panorama politico americano è sicuramente più complesso, ma la cosa non intacca la bellezza di questa serie. Gli intrighi di Frank sono solo un pretesto per mostrare il marcio che la lotta per il potere genera negli animi di chi vi gareggia.

The Cult of Task. Membership: one. But that one disciple just so happens to be the most powerful man in the free world.
The Cult of Task. Membership: one. But that one disciple just so happens to be the most powerful man in the free world.

Giancarlo De Cataldo ha giustamente parlato di primo vero crime politico. La politica è il gioco in cui i più sofisticati e pericolosi criminali si giocano la partita del dominio. Per raggiungerlo, Frank commette le peggiori atrocità. Ma se fossimo parte di un dibattito sulla questione se F.U. sia o no un tiranno, è più difficile essere così certi della sua abiezione. Frank dopotutto destituisce un Presidente che lui stesso, nelle ultime puntate della seconda stagione, definisce “tossico”. Ci sono due tipi di tiranni: quelli che lo sono per aver raggiunto il potere in maniera illegittima, e quelli che hanno governato prevaricando il popolo e le leggi. Per ora Frank incarna il primo tipo, siamo in attesa che finisca la terza stagione per vedere come si giocherà la carta del secondo. In cosa Frank è tiranno ex defectu tituli?

One heartbeat away from the presidency and not a single vote cast in my name

Presidents who obsess over history, obsess about their place in it instead of forging it.
Presidents who obsess over history, obsess about their place in it instead of forging it.

Ma Frank agisce contro un presidente che si trova a rivestire quel ruolo solo grazie alle mosse spregiudicate e illegali di un uomo ben più in alto di lui: Raymond Tusk, il volto del supercapitalismo statunitense, l’uomo che a chilometri di distanza dal Palazzo ha orchestrato l’elezione del suo adepto più prezioso: il Presidente degli Stati Uniti d’America, o l’uomo più potente del mondo libero. Frank arriva a conoscere questo impianto segreto, che si è servito di lui quando ancora era una figurina ai lati dello schermo (eccezionale immagine politica inserita nel contesto massmediale) solo quando si immette nella premier league del potere. La serie allora ci fornisce, volente o nolente, un modello morale da seguire o da rifiutare in tutto e per tutto: se vuoi evitare di essere cacciato, caccia tu stesso. Approfondisci l’universo in cui la tua individualità è inserita, lotta con i denti e le unghie per arrivare alla verità della tua vita. Una verità che affonda le radici fin nell’infanzia. Fin dalla prima stagione cerchiamo di guadagnare terreno nella conoscenza della personalità e della storia di questo strano uomo intelligentissimo, il suo ambivalente rapporto con il padre, la sua educazione sentimentale al Sentinel, il college militare in cui ha riposto come in uno scrigno le sue amicizie, i suoi affetti, e i suoi amori bisessuali. Volenti o nolenti, ammiriamo Frank e ne abbiamo paura, perché Frank è un uomo che sfrutta le strutture in cui è inserito in modo che siano sempre meno altro da lui. La sua vita, pur nelle nefandezze che è costretto a compiere, straborda di realtà, bellezza e una strana forma di onore. Sconfigge i suoi nemici sfruttando sapientemente la sua intelligenza, le magnifiche e silenti strutture politiche della democrazia e gli strani, ma coerenti legami che nella sua vita ha saputo creare. Gli uomini e le donne che lo circondano lo amano, perché sono attratti dalla sua capacità di azione. Le abbozzate figure di Machiavelli hanno abbandonato il provinciale ambiente fiorentino per incarnare le più complesse individualità del potere moderno. Chi lo disprezza non è migliore di lui, né più abile di lui. È il caso, per esempio, di Donald Blythe, l’idealista che con ottusità apprezziamo fino a che – colpo di genio dei creatori – non ci mostra di essere della stessa pasta dell’uomo di cui condanna il crudele opportunismo. Pur non potendo, fisiologicamente, ammirare un personaggio come Frank, non possiamo trovare appigli in nessun altro umano che popola la serie. I giornalisti, i sindacalisti, i deputati, gli staff, i gabinetti, i lobbisti, gli avvocati, i soldati di cui la trama si informa sono persino peggio di lui. E ogni personaggio si rivela spietatamente un fantoccio animato dalle stesse volontà di predominio e dallo stesso egotismo che Frank almeno ha la capacità di indossare per non essere “hunted”.

C’è un ultimo nemico da sconfiggere, ora che Frank si appresta a fare il Presidente. O meglio, i nemici sono vari, e il tavolo dei giocatori è prontamente rinnovato con nuovi, interessanti protagonisti. C’è Gavin Orsay, l’hacker che ha infettato, sacrificando il povero Goodwin, il sistema dell’AT&T, mettendo così in scacco l’FBI e l’America intera. C’è Ayla Sayyad, la brillante giornalista che finora ha fatto inconsapevolmente (forse l’unica ingenuità della serie per ora) il gioco di Underwood, ma ha il volto feroce del giornalismo d’assalto. C’è lo scenario mondiale, compromesso dalla consegna di Xander Feng alle autorità cinesi in nome di una “pace” che in bocca al battagliero nuovo presidente suona sinistra, se non ingenua. E poi c’è Claire, che abbiamo abbandonato,piangente e ridente non si sa, sopra una scala, dopo un viaggio all’inferno a casa di Megan Hennessey, vittima del suo spietato pragmatismo e della sua fondamentale abiezione morale. Sappiamo che la First Lady non sarà un animale comodo da gestire, i sensi di colpa, il rimorso, per quanto Frank se lo continui a ripetere, fanno parte dell’umanità, della sua strana attrazione per valori inossidabili che, ogni tanto, persino nelle menti degli uomini più determinati, affondano le unghie. Riuscirà Frank, il nostro “eroe bastardo”, per come lo chiama il nostro scrittore di crime stories Giancarlo De Cataldo, a superare i limiti di se stesso? Dove si spingeranno la sua lotta per il Potere, i suoi sogni di plasmare la Storia?

Tell the truth. Selectively.
Tell the truth. Selectively.

Speriamo che le future stagioni di questa grande serie criminale ce lo chiariranno dandoci le emozioni raffinate delle prime due, e anche meglio. Il potenziale c’è. E alla fine dobbiamo interrogare noi stessi, su questi modelli che la letteratura ci propone, che ci spingono alle riflessioni più inquietanti su chi siamo. Dove ci spingeremo noi, nella comprensione e nei sentimenti che proviamo verso questo machiavellico tiranno della democrazia? Gioverà ricordare le parole dell’autore di Romanzo Criminale, che ci ha regalato uno splendido articolo nell’Almanacco del cinema di Micromega.

“L’interrogativo si riallaccia all’alternativa di fondo che pone questo genere di racconti: offrono modelli distorti o mettono in guardia dai pericoli dello sfacelo? Probabilmente entrambi gli aspetti coesistono. E il “messaggio” di House of Cards si può leggere in due modi diversi. Versione uno: se questa è la vita degli uomini di potere, ossia delle divinità, figuratevi la vostra! Perciò, levate le briglie al FU che è dentro ciascuno di voi, lasciate che corra libero e selvaggio, e alla fine vinca il migliore. Cioè il più adatto alla sopravvivenza. Versione due: guardatevi dal Frank Underwood che è dentro di voi, prendetene le distanze finché siete in tempo. Comunque la si pensi, però, il fascino di FU e degli altri eroi negativi, alla fine, straccia ogni altra considerazione. Restare equidistanti è impossibile. Proprio in questo risiede la devastante potenza di questo racconto: nella sua ambiguità, House of Cards ci conferma che si va diffondendo la consapevole accettazione di una sorta di ineluttabilità del male. Il crime aveva catturato in anticipo lo spirito dei tempi. Ora è arrivata la politica. Il sorriso mefistofelico di FU ce la svela, invitandoci a raggiungerlo nel suo paradiso paranoico. E, nello stesso tempo, ci lascia ancora spazio per un’ultima, disperata domanda: ne vale la pena?”

And the butchery begins.
And the butchery begins.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.