Human, di Yann Arthus-Bertrand

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Una proiezione di lacrime e fazzoletti…

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Human è l’ultimo eccellente lavoro del settantenne fotografo Yann Arthus-Bertrand, giornalista e ambientalista di origini francesi, presentato fuori concorso alla 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e proiettato durante il 70° anniversario dell’Onu. Sorvolando la Terra in mongolfiera ed in elicottero, si specializza nel campo della fotografia aerea e cura fino all’ultimo dettaglio le sue immagini. Ha prodotto diversi documentari con la Goodplanet, la sua fondazione no profit, seguendo lo stesso modus operandi: le sue fotografie sono state più volte pubblicate dalla rivista National Geographic e raccolte in una vasta collezione di libri.

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In questo emozionante documentario Bertrand si butta in un progetto sociale di vasta proporzione, un viaggio attraverso 60 paesi del mondo per 3 anni, intervistando donne, uomini e bambini di etnia ed estrazione differenti. Il progetto ha lo scopo di dimostrare che, in modo molto banale, siamo tutti cittadini del mondo ed i nostri bisogni materiali sono esattamente gli stessi. Tra razzismo, omofobia, reduci di guerra, stupri, violenze di ogni tipo, ci sono donne che esprimono il loro grande orgoglio di madri, uomini che con grande intelligenza hanno accettato l’omosessualità dei figli (riconoscendo proprio che non c’è nulla che dev’essere accettato), bambini che hanno gli occhi adulti e affermano di non temere la morte perché il loro padre è stato uccise e morire diventa sinonimo di ricongiunzione.

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I primi piani dei testimoni sono delle mine emotive che esplodono non appena le loro storie prendono forma. Se non testimoni, non c’è altro termine per definirli. Sono persone che nella vita non hanno mai avuto la possibilità di parlare, di uscire fuori, di poter esprimere il loro pensiero. La maggior parte completa la fetta più grande della popolazione mondiale: la povertà. Infatti, per 119 minuti, questo documentario è un’arma a doppio taglio. Sicuramente, in modo esplicito, lo spettatore fraternizza con il disagio sociale che c’è nel mondo, del resto lo scopo del regista è proprio di sensibilizzare il resto dell’umanità riguardo ad alcuni temi specifici. Allo stesso tempo, però, tutto il pubblico viene letteralmente travolto dal peso delle testimonianze di chi si racconta, rischiando di sovrastarlo di emozioni forti.

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È difficile non sentirsi personalmente toccati dai volti sullo schermo. Come ho scritto in precedenza, è una proiezione tra lacrime e fazzoletti. Il soundcheck per i nasi colanti e per i singhiozzi è “sul pezzo” per tutta la durata dello spettacolo. Bisogna però dare il giusto spazio anche alle immagini sensazionali e meravigliose, accompagnate da musiche tribali ed evocative, che danno al docufilm il diritto di essere chiamato spettacolo.

Vero, tornati a casa in ognuno di noi alberga il desiderio di essere persone migliori, di fare le cose per bene, di preservare il nostro pianeta e le creature che ospita in difficoltà. Forse è proprio questo l’unico strappo: l’essere troppo d’impatto, sconvolge gli spettatori mettendoli di fronte a racconti nudi e crudi e li fa sentire in qualche modo responsabili. A fine proiezione un pezzetto di ogni testimone si trasferisce dentro di noi e ci schiaffeggia la mano grande della fortuna che noi abbiamo avuto. A volte, però, basta una dormita per lavarsi dai sensi di colpa. Quindi, a Bertrand avrei detto che si, è giusto sensibilizzare su tematiche sociali di questa portata, ma investire la sala con tanta carica emotiva diventa causa dell’effetto opposto.