I TORNELLI AL 36, IL PUNTO DI VISTA DEL RETTORATO E I FATTI DEL 9 FEBBRAIO – LE OPINIONI DI UN BLOG PARTE SECONDA –

 

Questo è un articolo diverso da quelli che siete abituati a leggere, nella forma e nel contenuto: dopo i fatti sui tornelli del 36, la redazione di BBU ha iniziato a discutere su quale fosse il modo migliore di accostarsi a quanto accaduto: un’intervista? Un articolo di opinione? Un’inchiesta sul mondo delle associazioni studentesche? Una presa di posizione netta e decisa? Ne è scaturita una lunga e animata conversazione su Whatsapp; conversazione che abbiamo deciso di riprodurre, opportunamente ragionata, in questo articolo, perché tutte le proposte ci sembravano ugualmente valide, ma inattuabili per mancanza di tempo. A ogni membro della redazione è stato associato un colore. Precisiamo che nessun membro della redazione si trovava fisicamente nella biblioteca del 36 la giornata del 9 febbraio.

LEGENDA

FABIO

CONDOR

EUGENIA

FRECCIA

FEDE

DOMENICO

FRANCESCO

FILIPPO

ANNA

SAL

IO (STEFANO)

LA CONVERSAZIONE

[…]

∼ Condor
L’università non si autosostiene. Riceve finanziamanti dallo stato, che a sua volta
li riceve da me quando sborso 33o euro di bolletta del gas (per dire). Un euro di
quella bolletta potrebbe finire nei finanziamenti all’Unibo, o al polo bibliotecario
bolognese, dunque ho teorico diritto di accedervi per prendervi il libro sullo
storytelling che mi serve.

 

∼ Anna
Io penso che le entrate dovrebbero essere un minimo controllate, qui come nelle
biblioteche del comune. Non so se siete stati di recente in Sala Borsa…
Ci sono modi per avere quel determinato libro dai Luigi

 

∼ Domenico
Ma non è che i servizi pubblici devono rispondere ad un criterio di “accettabilità”
da parte dei fruitori, A questo punto giustifichiamo chi non paga il biglietto del bus?
Loro non accettano che si debba fornire un contributo…
∼ Domenico
I diritti dei singoli si comprimono dinanzi ad interessi collettivi, in tal caso interessi di
ordine pubblico e sicurezza

 

∼ Anna
Ad esempio alla biblioteca universitaria o in Archiginnasio ti fanno entrare se
depositi documento e zaini. Ultimamente in Sala Borsa ci sono più extracomunitari
che studenti che girano per vedere se lasci qualcosa di incostudito, è normale?

 

∼ Francesco
Sono d’accordo con Domenico: soprattutto in ambito di sicurezza i diritti del singolo
cedono il passo a quelli della collettività, questo è sancito dalla costituzione.

 

[…]

APPROFONDIMENTI

UNDICI ANNI FA, IL PRIMO TORNELLO AL 36

Quindi è per una questione di diritti, di sicurezza della collettività, come sostengono Domenico e Francesco, che il Rettorato ha deciso di installare i tornelli? Proviamo a capirlo insieme:

se dobbiamo prestare fiducia a quanto affermato dal sito Zic.it, (non abbiamo trovato riscontri in altre fonti) il primo tentativo di l’installazione dei tornelli nelle “facoltà universitarie di riferimento”, cioè lettere, giurisprudenza ed economia, risale addirittura alla primavera del 2006. Il 27 aprile gli studenti reagiscono “convincendo i tornelli a smettere di funzionare“. Il sito riporta anche la dichiarazione coeva di uno studente:

A completare questa giornata di lotta e di socialità, di conflitto e di contrinformazione, è arrivata la notizia che i lettori dei badge di via Zamboni 36 hanno finalmente raccolto il nostro appello sospendendo il servizio. Una bella notizia, che spezza quel meccanismo di controllo sociale che il check-point all’ingresso del 36 stava iniziando ad alimentare, e che contribuisce a garantire a tutti il diritto allo studio, permettendo un libero accesso alla biblioteca e alle sale studio del 36

Sono passati undici anni, ma le motivazioni alla base del rifiuto dei tornelli sembrano essere le stesse di allora: come nel comunicato del 23 gennaio troviamo le idee di socialità, conflitto (questa volta però non aprioristico) e diritto allo studio garantito per tutti (non ancora tutt*). Ciò che non è chiaro è cosa si intenda per “lettori dei badge“; supporti elettronici, persone in carne e ossa, persone in carne e ossa con supporti elettronici?

Come che sia, la situazione rimane in sospeso per dieci anni, fino a maggio 2016, quando si comincia a parlare di aperture notturne e si riaffaccia l’ipotesi tornelli nel quadro della rassegna estiva Zambé (citiamo dal sito unibo magazine):

Un programma di attività organizzato da Alma Mater e ospitato in tre diversi spazi – Piazza Scaravilli, Cortile d’Ercole e Cortile del Pozzo di Palazzo Poggi – che animerà le serate estive dal 6 giugno a fine luglio con un’articolata proposta che spazia dal cinema al teatro, alla musica ai dibattiti. Zambé si colloca nell’ambito di bè bolognaestate 2016 – il cartellone estivo curato da Comune di Bologna – come spazio esplicitamente abitato da iniziative che nascono dall’Alma Mater. Nella programmazione sono infatti coinvolti molti soggetti che fanno parte dell’Ateneo: la Fondazione Federico Zeri con un ciclo di film dedicati alla vita degli artisti (il Caravaggio di Derek Jarman o il Basquiat di Julian Schnabel), il Collegium Musicum con piccoli concerti serali, gli studenti di arte e teatro, docenti che espongono e discutono la loro ultima ricerca, attori o gruppi che si dedicano a letture e performances. Questo programma nasce con lo scopo di aprire via Zamboni alla città, in un processo di riqualificazione che proseguirà ben oltre questi mesi. Le serate estive devono diventare un momento di condivisione culturale dove il pubblico entra a contatto con la multiforme attività dell’Ateneo, nello spirito della condivisione di esperienze e di intrattenimento. Zambé è la rassegna organizzata da Alma Mater e promossa insieme al Comune di Bologna nell’ambito di bè-bolognaestate. Il programma è realizzato grazie al contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna (main sponsor) e con il sostegno del Gruppo Unipol.

Dunque, ricapitolando i punti salienti:

  • Zambè è un programma di attività organizzato dall’Alma mater in collaborazione col Comune di Bologna, nell’ambito di Bè-bolognaestate.
  • Il programma nasce con lo scopo di aprire via Zamboni alla città, per iniziare un processo di riqualificazione che dovrà coinvolgere cittadini e studenti, proseguire nel tempo e non limitarsi alla stagione estiva.
  • Il programma è realizzato grazie al contributo della Fondazione del Monte e col sostegno del gruppo Unipol.

É in questo contesto che il Rettore Ubertini propone l’apertura serale (dalle 9 alle 24) di quattro aule studio, la biblioteca di discipline umanistiche in Zamboni 36, la Antonio Cicu al numero 27, Palazzo Paleotti e quella economica in Walter Bigiavi, per un totale di 1000 posti. Per fine settembre, viene prevista l’installazione di tornelli, guardiania centralizzata e un sistema di segnalazione in tempo reale dei posti disponibili, per il quale si studia anche una app per smartphone (che non entrarà mai in funzione).

La scelta di Ubertini di puntare su via Zamboni, sulla sede storica dell’università, è in netta controtendenza con l’idea del campus Staveco di Dionigi, ma per rivitalizzarla ha bisogno di renderla più fruibile alla popolazione cittadina (con la rassegna estiva di attività Zambé) e studentesca (aprendo le sale studio), per renderla più fruibile ha bisogno di più sicurezza e per avere più sicurezza si pensa ai tornelli. Combinate insieme, misure inclusive (Zambé) e di controllo dei flussi (i tornelli) dovrebbero, nei piani del Rettorato, riuscire a risolvere, o quanto meno a marginalizzare, la situazione di insanabile degrado che attanaglia Piazza Verdi e via Zamboni.

Il problema sorge quando questa nuova narrazione della zona universitaria si scontra con quella sedimentata dei collettivi, che percepiscono l’installazione dei tornelli nelle biblioteche, in particolare al 36, come (citiamo da questo articolo di univ-aut):

  • Uno spreco di denaro, “contro la volontà degli studenti e delle studentesse”, che si sarebbe potuto spendere per “rendere più economici i pasti in mensa ad esempio, o per comprare nuovi libri che tutti possano consultare, o ancora per garantire nuove borse di studio o agevolazioni sugli affitti”.
  • Un attacco alla comunità del 36 e ai suo “progetto di città accogliente, meticcio e solidale“, antileghista.
  • Un’imposizione di “modelli di socialità e studio che ci ricordano troppo da vicino le grandi aziende, le filiere del lavoro gratuito stile Expo e tutto ciò che all’incontro oppone l’individuazione, la solitudine e l’egoismo”.

Si aggiunga la sponsorizzazione del progetto da parte della Fondazione del Monte e la partecipazione del gruppo Unipol (una banca!), al già teso clima cittadino di occupazioni e sgomberi (le vicende Atlantide e aula C sono ancora fresche), e appare chiaro come i collettivi abbiano l’impressione di essere il prossimo bersaglio di una linea politica securitaria e repressiva nei confronti delle esperienze sociali di autogestione. La reazione è una forte radicalizzazione e lo scontro appare inevitabile.

I tornelli sembrano davvero essere stati messi, pur all’interno di una visione parziale, per una questione di diritti, di sicurezza della collettività; ma una collettvità di clienti, o una collettività di persone?

 

LO SCONTRO: DAL 9 AL 15 FEBBRAIO

Ricordate? Nel primo articolo sull’argomento ci eravamo fermati all’8 febbraio, giorno in cui i collettivi smontano i tornelli e li trasportano in segno di sfida davanti alla sede del Rettorato. In questa seconda parte cercheremo di riportare nel modo più oggettivo e imparziale possibile i fatti del 9 febbraio, per ricostruire le dinamiche dello scontro (la collisione fra due diversi modi di intendere l’università, quello del Rettorato e dei collettivi), e vi aggiungeremo in seguito alcune considerazioni personali.

CRONOLOGIA

Tornelli parte 2_BBU_8 febbraio

9 febbraio, chiusura del 36 in seguito allo smontaggio dei tornelli

  • 9 febbraio, mattina: la biblioteca del 36 chiude, probabilmente per valutare i danni arrecati dallo smontaggio dei tornelli, ma i collettivi interpretano questo gesto come una ripicca arbitraria, una vendetta di “lor signori” per impedire agli studenti di studiare, che si sommano ai già “20 giorni senza poter studiare […] in sessione d’esame” che erano stati necessari ad installare i tornelli. La situazione viene definita “inaccettabile” e si invoca una immediata riapertura. Alle 13 viene indetta un’assemblea nel cortile interno del 36. Poco dopo l’assemblea gli studenti entrano in biblioteca, “proclamandone l’autogestione perché chiusa senza motivazione stamattina dall’università“. Viene indetta una nuova assemblea per le 18:30, intanto sempre più studenti affluiscono al 36 per studiare. Nel tardo pomeriggio la polizia, chiamata dal Rettore, irrompe all’interno del 36 per porre fine all’occupazione, vi sono cariche, lancio di sedie e altri oggetti. la biblioteca subisce ingenti danni. Ci sono fermi e feriti. Lo scontro tra celere e studenti continua con le stesse modalità (cariche, lancio di sedie, tavolini, bidoni usati come barricate) in Piazza verdi, via Petroni e zone limitrofe fino a notte. Nel frattempo studenti dell’Alma Mater lanciano una petizione online su Change.org. per dissociarsi dall’operato del CUA (ad oggi la petizione ha raggiunto 8.275 sottoscrizioni). Dopo i tafferugli i collettivi si radunano in Piazza Verdi e partono in corteo verso i viali, bloccandoli, Piazza Maggiore e le vie del centro.
  • 10 febbraio, tutta la giornata: nuovi cortei per le vie del centro contro Ubertini e la celere in biblioteca. Tentativo di entrare al 38 (il Rettorato) respinto dalla polizia. Viene indetto un corteo per le 17:00 dell’11 febbraio in Piazza Verdi, per “rivendicare i percorsi del conflitto sociale, di autogestione, libertà e autodeterminazione“.
  • 11 febbraio, tutta la giornata: altri cortei per le vie cittadine.
  • 12 febbraio: sul profilo facebook del CUA viene pubblicata la foto di Emilia Garuti. I collettivi si danno appuntamento alla 9:00 del 13 febbraio davanti al 36 per “sistemare la nostra biblioteca dopo i danni causati dall’irruzione della Polizia
  • 13 febbraio: il CUA pubblica un video per rivendicare l’efficacia e i meriti della propria autogestione del 36 in opposizione ai tornelli.
  • 14 febbraio, 18:30: assemblea pubblica al 38 per discutere la situazione del 36. Partecipano più di 500 studenti.
  • 15 febbraio: il CUA pubblica sul suo profilo la sua versione dei fatti, per rispondere a “giorni di narrazioni tossiche, giorni di menzogne e strali gettati contro una mobilitazione genuina, veritiera, dura, collettiva e soprattutto numerosa“.

CONSIDERAZIONI PERSONALI

9 febbraio: concentriamoci sulla legittimità dell’evento cardine della giornata, l’irruzione della polizia al 36. L’irruzione all’interno di uno spazio universitario (primo caso in assoluto nella storia cittadina, non era mai accaduto nemmeno nel 77′) da parte della celere è un atto deprecabile, che bisogna condannare. Tuttavia essa non si colloca al di fuori della legge (come fu per Genova, ad esempio), infatti la polizia agisce su precisa richiesta di un’istituzione universitaria (il Rettore Ubertini, in questo video le sue motivazioni) che chiede sia posta fine ad una situazione di illegalità nei propri spazi. Perché illegalità? Perché gli studenti per entrare in biblioteca, che era chiusa in seguito allo smontaggio dei tornelli, hanno commesso un’infrazione forzando le porte. L’occupazione può essere giusta, ma è illegale, e di converso l’intervento della polizia può non essere giusto, ma è legale. Ciò autorizza il Rettorato, adottando una posizione estrema, un approccio più conciliante non avrebbe guastato, a chiamare la polizia.

Nello stato su Facebook del 10 febbraio con il quale il CUA annuncia il corteo del giorno dopo si legge:

Crediamo che il grave episodio avvenuto alla biblioteca di via Zamboni 36 sia legata ad una politica che vede tutti i poteri schierarsi contro le vertenze sociali e le pratiche del conflitto e dell’autogestione e per questo crediamo che dalla zona universitaria ribelle sia importante muoverci tutti e tutte insieme per raggiungere il centro città e prendere parola collettivamente contro questa situazione provocata dal rettore, dalla giunta comunale e dalla questura!

Il Rettore, la giunta comunale e la questura sono viste come un blocco unico a cui opporsi e a cui opporre le pratiche del conflitto e dell’autogestione. Questo riduce a zero le possibilità di dialogo, dal momento che le istituzioni, potremmo quasi dire lo stato in sé, o meglio il governo, sono considerati nemici.

 

12 febbraio. Con un “ECCOLA” in maiuscolo, il CUA pubblica la foto di Emilia Garuti sul suo profilo. Prima di tutto, chi è Emilia Garuti? Emilia Garuti è una studentessa ventiduenne dell’Alma Mater, responsabile legalità e sicurezza per il PD dell’Emilia-Romagna, che per quattro mesi, fino a maggio 2016, ha lavorato come bibliotecaria al 36. Il 10 febbraio ha scritto su Facebook:

Sulla questione tornelli non voglio arrivare e fare l’esperto a della situa ma avendo lavorato tutti i giorni per 4 mesi al 36, qualcosa posso dire. Chi mi conosce potrà confermare che potete trovare poche persone più di sinistra di me, ma voi lì non c’eravate. Quando abbiamo visto arrivare al front desk una ragazza in lacrime coi pantaloni pieni di sperma, voi non c’eravate. Tutte le volte che abbiamo dovuto chiudere i bagni per giorni per disinfettarli completamente perché ci abbiamo trovato delle siringhe, voi non c’eravate. Quando per una rossa hanno spaccato la vetrina dell’area ristoro e abbiamo dovuto convivere per settimane con una ronda di guardie giurate armate e con pastori tedeschi, voi non c’eravate. Quando, solo perché volevo avvertire la malcapitata di uno scippo, sono stata inseguita fin dentro la biblioteca è minacciata di botte, voi non c’eravate. E nonostante queste siano le cose che succedono quando la biblioteca è aperta la sera, quest’anno si è deciso di prolungare l’orario di apertura fino a mezzanotte proprio per garantire più tempo allo studio. Queste aperture sono basate sulla fiducia, fiducia che in questo modo viene tradita. Il comunismo e la libertà totale degli spazi sono concetti sacri, ma presuppongono l’utopia che tutti siano brave persone e che rispettino il concetto che la mia libertà termina dove inizia la tua. Non è stato così è la situazione è grave, così bisogna intervenire con misure drastiche di modo da poter garantire la libertà che si meritano le persone che davvero vogliono studiare, che hanno rispetto per gli altri e per gli spazi che hanno contribuito a pagare e che non si meritano che gli venga eiaculato addosso. A coloro che protestano al grido “noi siamo studenti che vogliamo studiare”, a parte la grammatica che forse è quella che devono studiare e non riescono per colpa della polizia, dico solo che se siete veramente studenti allora avrete il badge e non avrete problemi a passare i tornelli e avrete anche il rispetto di non rompere i tavoli e le sedie dove tutti studiamo gettandoli in aria e di non strappare i libri di studio che sono di tutti e che poveri stronzi come ero io poi dovranno riaggiustare e mettere a posto. A quelli dico: non è voi studenti che i tornelli vogliono lasciare fuori, ma tutti quelli che usano la biblioteca come porcile per drogarsi e fare i proprio comodi. Quelli che sono favorevoli alla protesta e che vivono ogni giorno la realtà del 36 probabilmente avranno motivazioni migliori delle mie per pensarla così. Ma a quelli che condividono su fb la notizia inneggiando alla libertà (pur criticando ovviamente i modi violenti) che non vivono più o meno quotidianamente il 36 (e badate che dico proprio il 36 perché se da facoltà a facoltà le biblioteche cambiano, in via zamboni cambiano da edificio a edificio) ecco a quelli proibisco di parlare della faccenda (anche se poi fanno come vogliono) perché davvero ragazzi, non ne sapete un bel niente. È un pessimo modo di fare politica quello di sparare grandi massime senza calarsi nella realtà dove c’è il problema. Se volete protestare, fatelo per la situazione di degrado insostenibile che ha costretto a usare questi metodi che certo non risolvono il problema tenendolo fuori, ma magari garantiscono una piccola dose di pace per studiare. L’ho tenuto lungo.

É uno stato abbastanza retorico e vago (ne ha tutto il diritto, in fondo è uno sfogo e ognuno sul suo profilo scrive come vuole), dove la parola “comunismo” è poco pertinente e non coglie minimamente il punto di vista del CUA quando si menzionano i badge, ma ha il pregio di descriverci una situazione di disagio grave e persistente all’interno del 36. Il CUA, invece di rispondere nel merito e contestare eventuali false testimonianze della Garuti, posta la sua foto su Facebook e afferma, in breve, che non bisogna crederle perché è del PD. Ecco la risposta del CUA:

ECCOLA! – Emilia Garuti – responsabile del Pd regionale per il Terzo settore, l’Associazionismo e la legalità.

In questi giorni ne abbiamo lette di ogni sorta a proposito della battaglia contro i tornelli. Questa sedicente studentessa, che ha fatto il giro del web, pare farsi portavoce della versione più accreditata dagli studenti in merito alla “situazione 36”. Peccato che non è tutto oro quel che luccica! Scrutando un po’ lo stesso web a lei (e a tanti altri sciacalli) molto caro, si scopre che la studentessa fa parte della segreteria regionale del Partito Democratico, nel ruolo di, guarda un po!, responsabile alla legalità! Nessuno è più di sinistra di te, ma per piacere, proprio tu che stai al soldo di Poletti – lui che vorrebbe condannare la nostra generazione ad ammazzarsi! Ma strano eh, è proprio il Partito Democratico, quella squallida e bestiale cricca di speculatori e massacratori di giovani e poveri, che si ingegna – a tempo record – per diffondere per bocca di una sua dirigente parole infamanti e bugiarde. Come lei più che “la studentessa” è donna di Partito, così quella petizione su Change.org pare farle il paio. Lì dove può firmare chiunque e a nome di più persone contemporaneamente, pare insidiarsi il germe della verità, della grande condanna dei giovani scesi in strada. Peccato si tratti dell’ennesimo specchio per le allodole, dell’ennesimo fasullo e menzognero stratagemma per screditare chi di ragione ne ha da vendere.

Siamo ormai arrivati a livelli di polarizzazione del conflitto totali, dove lo scontro si combatte in base alle appartenenze, non ai contenuti espressi, come nelle tifoserie. Appare francamente ridicolo che un collettivo che nei suoi comunicati scrive “tutt*” poi porti avanti un attacco personale, e di genere, contro una ragazza la cui sola colpa è di essere del PD. Oltretutto, così facendo, le critiche alla petizione, validissime, passano in secondo piano.

 

13 febbraio: il CUA, oltre a dare appuntamento agli studenti alle 9:00 davanti al 36 per sistemare “i danni causati dall’irruzione della polizia“, pubblica questo video

Per dimostrare di non avere nulla a che fare con spacciatori e mostrare di curare personalmente la gestione del 36, il CUA pubblica questo video, in cui alcuni attivisti sono impegnati a raccogliere siringhe usate in via Del Guasto e nei paraggi del 36. Il video probabilmente è stato girato d’impeto per rispondere alle accuse di collusione con gli spacciatori, perché pecca d’ingenuità, per due motivi principali. Il primo: questo video e i video come questi, per loro natura, non dimostrano mai nulla, perché arrivano sempre dopo il fatto in questione e non contengono nessuna testimonianza sul fatto. Sono creati per smontare un’accussa, ma non provano che l’accusa non sia valida. Filmare qualcuno che butta via siringhe non significa che in precedenza non vi siano stati contatti con spacciatori, proprio come buttare mitra nel rusco non significa che sei pacifista. Secondo, le siringhe NON si buttano nell’indifferenziata! Vanno raccolte e portate nelle apposite aree ecologiche. Comunque, se se ne trovano così tante, è perché o sono aumentati i tossicodipendenti o nessuno le ha mai raccolte. In entrambi i casi questa è una grave mancanza dell’università e del Comune di Bologna, che non riesce ad approntare un efficace servizio di raccolta e gestione di rifiuti speciali o non ha gli strumenti o la volontà di contrastare un perdurante effetto dentifricio (qui una puntata della trasmissione Aria Pulita sulla tossidipendenza a Bologna e la chiusura del “drop-in”).

 

14 febbraio: il CUA convoca un’assemblea pubblica al 38, per parlare della situazione al 36. La partecipazione è molto alta, come non se ne vedeva da tempo. Questo, a prescindere da come la si pensi sulla vicenda, è un dato estremamente positivo, perché testimonia un interesse diffuso per le sorti dell’università da parte di tutti gli studenti. Peccato che il CUA faccia indirettamente passare l’idea che quelle 500 persone sono tutte schierate da una parte, tutte a loro favore, cosa ovviamente inverificabile, trattandosi di un’assemblea aperta a tutti.

 

15 febbraio: il CUA pubblica su Univ-Aut un editoriale dal titolo “Basta bufale sul 36” che illustra chiaramente la posizione ufficiale del collettivo sul 36. Data la lunghezza, abbiamo riportato solo i passi più significativi, su cui abbiamo ritenuto di non esserci già soffermati in precedenza Vediamo nel dettaglio. Qui trovate l’integrale.

[…] la decisione di montare i tornelli è avvenuta senza nemmeno interpellare la rappresentanza studentesca […], i primi a richiedere un tavolo sono stati gli stessi studenti del 36, ai quali […] è stato concesso dalla prorettrice Trombini: al solo scopo di comnicare l’irrevocabilità della decisione.

Dalle fonti a nostra disposizione, non c’è motivo di dubitarne. Come abbiamo già sottolineato più volte, gli studenti non sono mai stati interpellati in merito ai tornelli.

…e la polizia è intervenuta perché chiamata per porre fine ad una situazione illegale! Studenti e frequentatori del 36 dopo l’occupazione hanno continuato le loro consuete attività fino alle 17.30 di pomeriggio. […] Mai nel dopoguerra (ma neppure, con i dovuti paragoni, nel medioevo le guardie erano entrate negli spazi universitari, neppure nei momenti più caldi della lotta armata del ’77 – e comunque non era mai mancata opera di mediazione per tutelare non solo i propri iscritti, ma anche quanti si trovassero per le ragioni più disparate negli spazi universitari. […] in uno Stato di diritto, la polizia segue ben precise regole di condotta, volte in primo luogo a tutelare l’incolumità dei presenti e a minimizzare i danni materiali dell’azione repressiva. A differenza di quanto perpetrato al 36, NON lancia sedie e in superiorità numerica NON colpisce con pugni e manganellate chi oppone resistenza passiva – in barba a quanto dichiarato dal procuratore Amato, che ha giudicato “irreprensibile” l’operato degli agenti.

Tutto vero, le consuete attività non sono illegali, ma sono svolte in un contesto illegale, quello di un’occupazione abusiva. Qui il CUA coglie un punto importante, che appoggiamo in pieno, cioè che non ci fosse nessuno a tutelare gli studenti e chi si trovava nel 36 da eventuali azioni arbitrarie della polizia. L’affermazione che la polizia lanci sedie e manganelli chi opponga resistenza passiva, supportata da due video che mostrano solo inquadrature parziali del 36, è parzialmente falsa. In questo video si vede bene che a lanciare sedie sono gli studenti, che la polizia non è in superiorità numerica. Le manganellate ci sono sì, ma in precedenza erano state lanciate sedie dal soppalco, dunque non si tratta proprio di resistenza passiva.

Occupazione della biblioteca di Bologna, la polizia sosta davanti agli occupanti che cominciano a spintonare gli agenti che per risposta cercano di trattenere un riottoso, partono subito i lanci di sedie da parte dei collettivi.Come al solito civilissimi e rispettosi delle forze dell'ordineGrazie a Nico per il video

Publié par Sinistra Cazzate Libertà sur vendredi 10 février 2017

– A quella biblioteca, che è universitaria, deve essere consentito l’accesso ai soli studenti iscritti all’Unibo, ce ne sono tante altre in città dove poter andare!
[…] l’università non è una banca o un’azienda privata: è un bene ed un luogo pubblico, pagato con le tasse di tutt* (tantoché l’accesso a lezioni non gravate da vincoli operativi – come ad esempio una di odontoiatria – è libero). Anche la biblioteca in questione, in quanto parte del polo interbibliotecario bolognese, consentiva il prestito ad esterni – che con i tornelli avrebbero visto ostacolata la fruizione di tale proprio diritto. Per contro (senza addurre alcuna spiegazione e senza giustificato allarme se non per l’insofferenza degli studenti) nel primo pomeriggio di martedì 14 l’Università ha diramato la direttiva di chiusura di spazi bibliotecari e di studio come la Walter Bigiavi e Palazzo Paleotti – in quest’ultimo caso addirittura impedendo l’uscita ai presenti.

Per la distinzione tra biblioteche comunali e universitarie rimandiamo al nostro primo articolo. Non è chiaro in che modo i tornelli avrebbero ostacolato il prestito agli iscritti al Polo Interbibliotecario Bolognese, visto che questi hanno libero accesso a tutte le biblioteche universitarie, e avrebbero continuato ad averlo anche coi tornelli. Sulla chiusura della Walter Bigiavi e Palazzo Paleotti non ci esprimiamo perché non ne eravamo a conoscenza.

– Ma i tornelli ed il badge servono ad impedire che la biblioteca divenga un ritrovo di balordi e spacciatori e gli studenti e le studentesse siano disturbati/e, o peggio, molestati/e da estranei!
Da almeno 15 anni (cioé dall’insediamento del “sindaco-sceriffo” Cofferati, del quale Merola era già assessore alla casa) chi frequenta la zona universitaria non può non notarne il continuo presidio da parte di un vistoso dispositivo di polizia.Un tale schieramento per un arco così prolungato di tempo non ha scalfito minimamente gli interessi degli “spacciatori” (a cui nessuna legge vieta di avere il badge, ma che anzi potrebbero continuare la loro attività ancor più protetti dalla falsa percezione di sicurezza. […] La via più lunga e faticosa, ma anche quella in grado di costruire una vera sicurezza per tutt*, è quella della costruzione di senso di appartenenza al luogo e responsabilità collettiva […] Ed alcuni mesi fa davanti ad una grave molestia verso una studentessa (anche in questo caso l’autore era munito di badge) furono proprio i frequentatori della biblioteca ad intervenire per primi e ad espellere da essa la sgradita presenza, come si legge in questo comunicato.

É vero, gli agenti in Piazza Verdi sono completamente inutili e gli spacciatori in via teorica possono avere un badge, ma essendo notoriamente gli spacciatori immigrati Nord-Africani sprovvisti di documenti di identità, in pratica gli sarebbe impossibile procurarsi un badge, e difficilmente correrebbero il rischio di essere identificati solo per entrare in biblioteca a spacciare avendo tutta la città a disposizione. Vero anche che occorre costruire un senso di appartenenza e respnsabilità collettiva, e che questa è l’unica strada davvero valida non solo per risolvere il problema dei tornelli, ma anche quello della crisi che l’Occidente vive da molti anni. Non siamo invece d’accordo con l’ultima affermazione, in cui è nascosta secondo noi una gigantesca contraddizione. Il CUA più volte ha dichiarato con orgoglio di avere espulso chi recava fastidio agli altri (come lo studente che si è masturbato su una ragazza al 36), ma ecco il problema: primo, chi decide cosa è lecito e chi no? Il CUA? Le decisioni discrezionali unilaterali possono condurre facilmente a una gestione autoritaria. Secondo: se io caccio chi ha commesso un reato senza chiamare la polizia, di fatto, in un ordinamento in cui la giustizia è gestita dallpo stato, LO STO AIUTANDO, perché il soggetto non è soggetto (gioco di parole) ad alcuna pena, se invece somministro io la pena, ricado nella gestione discrezionale e in una potenziale giustizia privata di stampo Salviniano, o in una faida.

Se si vuole risolvere il problema del 36 e del rapporto tra movimenti non istituzionali e organi istituzioni bisogna sciogliere questa contraddizione e tenere a mente l’appello del CUA alla responsabilità condivisa.

CONCLUSIONI

Fatevi le vostre.

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