Identità di passaggio
Identità di passaggio. Illustrazione a cura di Angela Curina

Qualche tempo fa lessi un articolo sull’identità in transizione. In termini ufficiali ciò significa che una
persona che voglia passare dalla mascolinità alla femminilità, o viceversa, è costretta a sostenersi, davanti
ad un’autorità, in una condizione di stallo dove la sua identità è una non-identità. Questo perché sta
subendo processi medico-legali che, essendo ancora in atto, attestano il suo non essere qualcosa di
totalmente definito e rispondente a statuti fissati.

Né alle anime né alla voluttuosa spinta alla sopravvivenza è permesso dalle convenzioni sociali manifestarsi
per come naturalmente dovrebbe essere: anche un migrante, infatti, è una sagoma senza potere né
consistenza davanti al sistema.

Esse sono identità passaggere.

La condizione del migrante, se vogliamo, è anche concretamente costruita: i cosiddetti hotspot, ossia
centri di prima accoglienza e identificazione dei migranti, sono, per chi sbarca, il primo approccio
all’Europa. Al loro interno vengono svolte operazioni di identificazione e trasferimento, e il singolo non
potrebbe sostare più di 72 ore. In realtà, le attese vissute non sono calcolabili in ore, in quanto molto
spesso accade che il migrante non sappia se da quel centro uscirà mai, tante sono le dinamiche
burocratiche da svolgere e tanta è la negligenza nell’informare i diretti interessati sullo stato delle loro
pratiche.

Un esempio: a Idomeni (il campo profughi più grande della Grecia, sgomberato di recente)
accadeva che, per richiedere asilo politico a chi di dovere, i soli mezzi a disposizione fossero appuntamenti
via Skype, nonostante il campo contenesse migliaia di persone pronte a inoltrare domanda e nonostante
fosse consentito utilizzare internet soltanto un’ora al giorno. Al contempo però, l’altra faccia della medaglia
è la resilienza della gente: tanta era l’attesa che si crearono vere e proprie azioni di aggregazione, come dei
campi da calcio con maglie sgualcite a segnare i pali della porta o come un consiglio che si riuniva ogni
giorno tentando di anteporre la democrazia e la pazienza all’abbandono alla violenza.

Detto ciò, appare evidente che è l’assetto sociale a traballare. Paradossalmente, infatti, dovrebbe venir
meno anche l’etichetta di “migrante”, se per etimologia indica colui che compie uno spostamento: nella
realtà, esso resta paralizzato da burocrazie inefficienti e da barriere d’ignoranza esasperata.

L’ignoranza sta nella sufficienza e nella disinformazione: molto spesso infatti si ritiene che l’Europa stia
subendo un’invasione, senza però considerare i reali numeri dei flussi. Infatti, la popolazione che giunge
entro i confini del Vecchio Continente non rappresenta che uno 0,17% degli abitanti europei. Per dirla in
numeri: dal 2008 al settembre 2015 sono arrivati in Europa via mare 875 mila migranti, la popolazione
europea è di 507 milioni di abitanti. Basti notare la disparità di ordine di misura.

Senza tener conto poi della leggenda che narra che la migrazione avvenga principalmente per ragioni
economiche. Due esempi per tutti: in Eritrea si fugge dalla leva militare a vita imposta dalla dittatura, in
Siria si scappa dalle rovine della propria casa con cellulare e Ipad in mano.

Corollario è che i meccanismi della società in cui costantemente si cerca di affermare la propria persona in
termini di relazione, carriera formativa o lavorativa, collocano qualcuno a un vincolo di immobilità tra due
entità. Questo corpo di passaggio deve essere costretto a sentirsi esiliato dalla propria identità di genere o
di cultura: messo con le spalle al muro per aver rinunciato ad un sé che indubbiamente lo stava
uccidendo.

Rimane da chiedersi però quanto il concetto di identità sia solo legato all’ambito della vita civica, quindi
tale da consentire obblighi e diritti politico-sociali, o quanto invece sia da considerare frutto di un processo
di ricerca e costruzione, dunque propriamente umano. L’identità, all’interno del vocabolario Treccani, è definita “il senso e la consapevolezza di sé come entità distinta dalle altre e continua nel tempo”, dunque, come il tempo, dev’essere qualcosa che fa caratteristiche proprie la mutevolezza, lo scorrere da un connotato all’altro.

Non è anacronistica la citazione, che viene immediata, di Bob Dylan che cantava quante strade deve
percorrere un uomo perché venga chiamato uomo, in Blowing in the wind.

Eppure di strade, da quel 1962, ne sono state percorse. Forse, allora, una società del genere, società paralizzata che tende all’univoco e all’assoluto, vorrà saperead esempio, prima di comprare un biglietto aereo, se l’università l’hai finita o se ti restano ancora pochi esami: una volta verbalizzati i voti mancanti, potrai partire.

Angela Curina

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