László Nemes è un trentottenne sceneggiatore e regista ungherese agli albori. Debutta con un lungometraggio di 107 minuti, intitolato (nella versione originale) “Saul fia”, il figlio di Saul. Dopo aver vinto il Golden Globe come miglior film straniero presentato dall’Ungheria, è in sala d’attesa con altre pellicole, bramando l’Oscar 2016, sempre per miglior film straniero. Senza togliere assolutamente nulla agli altri candidati, la statuetta la vedo già tra le sue mani. Credo che, a livello emotivo, “Mustang” sia il principale antagonista.

il figlio di Saul
Il figlio di Saul

Un film sulla shoah, come tutti sappiamo, tocca tasti particolarmente delicati, che riguardano la storia d’Europa. È un pezzo della trama della nostra vita talmente oscuro che anche i posteri continueranno a vergognarsene. È una macchia indelebile, è un peccato originale di cui purtroppo conserviamo pagine e pagine di testimonianze, necrologi e fotografie. Siamo abituati, perchè la nostra cultura ce lo impone, a silenziare durante i giorni della memoria, nel tentativo di infondere anche nelle nostre giovani coscienze un po’ di meritato senso di colpa. Parliamo del genocidio di un gruppo etnoreligioso, da parte di altri esseri umani, con cui condividiamo il posto nella specie. È un pensiero che, personalmente, fa venire la pelle d’oca.

Dopo una breve introduzione personale sull’argomento trattato, la recensione. Ne abbiamo visti tanti, ma tra la top five ci sono sicuramente “Kapò”, “Schinder’s List”, “La vita è bella”, “Il Pianista” e “Il bambino con il pigiama a righe”. È un percorso che ha inizio sin dalle scuole elementari, che si protrae fino alle assemblee d’istituto delle scuole superiori. Estremamente commoventi tutti, ovviamente, poichè non possiamo nemmeno immaginare che le cose siano andate in modo diverso. Potremmo, in realtá, ma per un film “ispirato ad una storia vera” sarebbe deludente.

Saul (Géza Röhrig) è uno dei prigionieri (un ebreo ungherese) che lavora insieme ad altri deportati in un sonderkommando: si tratta di prigionieri che vengono sfruttati per smaltire nei forni crematori i loro compagni, seguendo un ordine ben preciso e in attesa del loro turno. A due uomini corrispondono una donna e un bambino, completamente nudi, spogliati anche (soprattutto) della loro dignità. Saul riconosce tra le vittime un bambino che dice essere suo figlio e, tra i cadaveri, i nuovi arrivati e la ribellione (destinata al fallimento), cerca un rabbino che possa seppellirlo dignitosamente.

il figlio da saul
Il figlio di Saul

Descrivere l’orrore a parole è difficile, di questa portata ancora di più. Proiettarlo, nel modo più crudo possibile, è un’impresa degna di nota. Scendo a compromessi per utilizzare una parola come “capolavoro”, un paradosso bello e buono: Nemes esprime in modo eccellente una serie di sensazioni (e sentimenti) terrificanti. Lo spettatore segue costantemente il primo piano di Saul, intravedendo sullo sfondo una situazione macabra. Volontariamente il regista non cura la definizione di ciò che è dietro il protagonista. Nonostante le immagini sfocate, il primo piano dell’attore, ripreso con una telecamera “a spalla”, passa in secondo piano. Negli angoli dello schermo, infatti, ci sono corpi nudi, privi di vita, accastati, abusi e ricatti, lavori forzati, esecuzioni. La stessa colonna sonora, fatta di lamenti assordanti, di scambi di ordini in tedesco, è agghiacciante. Nel vero senso della parola: il sangue diventa gelido quando l’udito, agli inizi del film, è il primo mezzo per il quale l’orrore si insinua.

Le pellicole precedenti, presa visione di quest’ultima, risultano quasi lavori commerciali, sfruttatrici di una catastrofe umana. Quelle future, senza alcun pericolo di cadere in errore, non avranno modo di essere migliori. L’originalità di questo film sta nella meticolosità con la quale vengono curate le immagini di sfondo, nonostante, ripeto, siano sfocate. Una tecnica che conferisce alla vicenda tutta la drammaticità di cui è impregnata. Il volto del protagonista, che rimane “nostro” per tutta la durata, viene man mano scalfito, denigrato, mangiato, graffiato da ciò che accade intorno. Fondamentale, a mio parere, la riuscita questo film la deve anche all’elaborata dimostrazione della gerarchia tra prigionieri stessi, alimentati con odio e spirito di sopravvivenza. La sofferenza estrema, l’essere privati della propia dignità, ha portato gli uomini ad omologarsi alla morte del buon senso e dell’umanità. Saul, estirpato dalla vita d’orologiaio, riaccende un briciolo della sua anima alla visione del corpo fragile di quel giovane. Non scopriremo mai se fosse suo figlio, tanto meno se lui ne avesse davvero, ma rimane fondamentale la speranza che il gesto stesso infonde. Il prodigarsi così tanto per un atto nobile è l’unico sospiro di sollievo per lo spettatore.

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