Vorrei qui illustrare brevemente e “di polso” come, da un certo punto di vista, lo sviluppo della robotica veda l’uomo sia come punto di partenza che come punto di arrivo. Per spiegarmi meglio, comincerei dalle origini.

La parola robot è stata creata e utilizzata per la prima volta per la sceneggiatura di un’opera teatrale del 1920 dello scrittore ceco Karel Čapek, intitolata R.U.R. (Rossum’s Universal Robots), la quale tratta di una particolare fabbrica in grado di produrre chimicamente una sorta di “persone semplificate” chiamate robot. Nell’opera, i robot sono efficienti lavoratori, privi però di ogni tipo di emozione, pensiero originale e totalmente estranei allo spirito di autoconservazione. Difatti la parola robot era un neologismo derivante da robota, che in ceco asserisce a sfumature di significato che comprendono concetti come il duro lavoro, la schiavitù, la realizzazione di compiti gravosi.

Ciò che si può comprendere da questo importante aneddoto etimologico è che il robot nasce nell’immaginario dell’uomo come entità che possa sostituirlo per lo svolgimento di compiti faticosi e tediosi, e per rimpiazzarlo nel lavoro in senso generale. A mio avviso, questo è il punto centrale: non bisogna focalizzarsi eccessivamente sul fatto che Čapek abbia dato forma al precursore dell’androide – che sì, lo ha pur fatto, ma la trovata dell’umanoide è stata, oserei direi, quasi inconsapevole anche se illuminata, e solo successivamente cavalcata nello sviluppo di robot reali – bensì bisogna evidenziare come il vero fulcro sia la sostituzione dell’uomo da parte di un’entità artificiale al fine di eliminare o alleviare il fardello del necessario lavoro fisico.

Ma cos’è un robot esattamente? Ci si potrebbe sprecare in varie definizioni più o meno ingegneristiche, più o meno diverse tra loro, letterarie oppure orientate ai compiti che il robot è chiamato a svolgere. Spassionatamente, qui consideriamo il robot una macchina dotata di propria intelligenza, che niente ha a che fare, in generale, con l’intelligenza umana, ma che invece significa che tale macchina è programmata dall’uomo per poter eseguire in maniera autonoma un determinato tipo di comportamento o, meglio, funzionamento, sulla base di precise informazioni riguardanti il suo stato interno e lo stato del mondo esterno. Quest’ultimo è determinato da precisi sensori che danno al robot la sua concezione, cosiddetta, esterocettiva.

Tale definizione, pur essendo molto semplice e un po’ approssimativa, è più che sufficiente per mettere in chiaro che un robot può essere un qualunque tipo di macchina che soddisfi i prerequisiti sopracitati, e quindi non è assolutamente richiesto che abbia caratteristiche antropomorfe o sembianze da umanoide. Difatti nel corso della storia e, assolutamente, tutt’oggi, ci sono svariate macchine che possono e devono essere chiamate robot, ma che hanno ben poco a che vedere con il relativo immaginario cinematografico o letterario. Un esempio lampante? Il robot-aspirapolvere Roomba, ovvero un disco dotato di ruote e aspiratore in grado di pulirvi casa muovendosi autonomamente per le stanze e tra i mobili, in quanto capace di costruirsi una mappa delle pareti e dei vari ostacoli che incontra e che deve evitare e/o aggirare.

Non viene quindi richiesto a un robot, per essere definito tale, di avere sembianze umane. È comunque vero, però, che se percorriamo la timeline dello sviluppo della robotica, incontriamo svariati casi di braccia antropomorfe (pensate ai manipolatori che verniciano e assemblano le parti di un’automobile), robot dotati di due gambe come quelle degli animali bipedi (un esempio è Asimo della multinazionale Honda) o ancora robot dotati di voce, cognizione e di una faccia capace di esternare espressività (come iCub, il robot umanoide più diffuso al mondo, ideato e creato nei laboratori dell’IIT di Genova).

Perché? La spiegazione è semplice: un robot non ha bisogno di essere simile all’uomo, ma è come costretto ad esserlo per una vasta gamma di applicazioni. Se chiediamo a queste macchine intelligenti di eseguire compiti che sono stati ideati dall’uomo, in ambienti costruiti a misura d’uomo, dove l’interazione con altri umani è necessaria e dove l’obiettivo è replicare ciò che l’uomo fa, ma semplicemente sostituendolo, essendo più efficiente, più veloce e instancabile, allora è chiaro che la miglior progettazione di un robot non potrà essere altra se non quella che rispecchia l’uomo stesso.

Qua si chiude il primo loop. L’uomo ha immaginato e creato la macchina intelligente, e “scopre” che se essa deve prendere una pallina da un punto A per poggiarla in un punto B, in un ambiente dove molto probabilmente dovrà aggirare degli ostacoli, non può far altro che costruirla replicando la propria struttura cinematica, e progetterà quindi un braccio antropomorfo formato da giunti (le articolazioni) dotati di motori che azionino dei membri rigidi (l’apparato scheletrico) sui quali è montata una pinza terminale (la mano).

Ciò al giorno d’oggi, tra i robotici, è qualcosa di estremamente assodato e che si dà per scontato. Tipi di robot come quest’ultimo descritto sono impiegati nelle industrie in maniera pesante, da ormai più decenni. Ma la frontiera si sta spingendo sempre più in là. Gli studiosi, gli ingegneri, hanno capito che non basta replicare la struttura meccanica dell’uomo. Davanti alla sempre più crescente domanda e potenzialità di utilizzo dei robot, si richiedere adesso che la macchina operi a fianco degli esseri umani, consentendo l’interazione fisica tra il soggetto vivente e quello funzionante. Secondo questo scenario si dovrà così fornire al robot la stessa capacità dell’uomo di vivere all’interno dei propri spazi, come ad esempio, tra le più importanti, quella di operare senza arrecare danno a cose e persone. Il robot dovrà essere dotato, anziché di classici motori elettrici, di muscoli, ovvero gli elementi flessibili ed elastici che caratterizzano il nostro movimento e ci permettono di interagire normalmente tutti i giorni con l’ambiente che ci circonda. E così, se all’interno dell’architettura della macchina inseriamo dei muscoli artificiali per replicare le capacità umane, allora questi dovranno necessariamente essere azionati come lo sono all’interno del nostro corpo.

E si può ancora continuare. Un robot può essere ovviamente anche telecomandato. Oggi siamo abituati a teleoperare (è questo il termine esatto) ad esempio dei piccoli robot giocattolo o dei droni attraverso l’uso di joystick, ovvero utilizzando apposite manopole che necessitano di essere imparate ad usare, poiché di natura non abbiamo familiarità nel maneggiarle. È normale, è qualcosa di esterno a noi. Ma, ora, pensate di poter comandare una protesi robotica esattamente allo stesso modo di come azionate i vostri stessi muscoli, oppure di utilizzare le vostre onde cerebrali per guidare un robot mobile sino alla stanza dove potrà recuperare l’oggetto di cui avete bisogno. Ecco che i progettisti non si fermano “solo” a replicare la struttura muscolo-scheletrica dell’uomo, ma fanno sì che la macchina diventi anche prolungamento ed estensione dell’essere umano, in quanto teleoperata non attraverso manopole strambe e difficili da utilizzare, bensì tramite bio-segnali, ovvero gli stessi segnali che percorrono il nostro corpo e fanno in modo che si possano realizzare movimenti come, ad esempio, quello di un piede o di una mano.

In questi anni di studi e ricerche si è visto che ciò che richiediamo ai robot è di entrare nelle nostre vite. Per rendere questo possibile, l’invenzione deve somigliare all’inventore – è una questione di progettazione ottima. L’uomo è il punto di partenza del robot, ha creato le condizioni per immaginarlo e concepirlo. Stiamo ora capendo che ciò che vogliamo è ricreare noi stessi come nostra stessa estensione. Da uomo, a robot, a uomo: abbiamo chiuso l’ultimo loop.

Roberto Meattini

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