Fonte: Wikimedia.org

In epoca medievale e rinascimentale il paesaggio silvestre dovette esercitare forti suggestioni sugli uomini del tempo. In fondo, che l’immaginazione dell’uomo fosse sollecitata da boschi e foreste non è certo una geniale intuizione, essa rappresenta piuttosto un pretesto sul quale ideare il presente articolo. Facendo leva su di esso si è scelto, invece che dedicare l’intero articolo ad un autore o opera, di riportare un curioso punto di contatto tra due dei classici della letteratura italiana, la Divina Commedia e l’Orlando Furioso.

Se ci si pone mentalmente in un contesto storico medievale, non pare negabile che la natura silvestre dovette esercitare profondi stimoli emotivi ed immaginativi sugli uomini dell’epoca. La contenuta dimensione delle città e la scarsità delle infrastrutture non di rado imponevano attraversamenti di estese foreste dagli alberi secolari, i quali dovevano esercitare forti suggestioni ai viaggiatori di allora. E di tutto ciò, a livello letterario, ne è testimonianza perfino la Divina Commedia.

In essa la presenza (anche allegorica) di selve e foreste occupa non solo il noto incipit, bensì anche un altro famoso passo. Ci si riferisce ai versi del Canto XIII dell’Inferno, ove i due viaggiatori, Dante e Virgilio, giungono ad ‹‹un bosco / che da neun sentiero era segnato / non fronda verde, ma di color fosco: / non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco››. Siamo nel girone dei suicidi, e questa è la selva infernale battuta dalle Arpie. Il personaggio Dante è certamente spaventato, ma vuole comunque comprendere ciò che vede; perciò, dopo una breve esitazione (‹‹Cred’io ch’ei credette ch’io credesse / che tante voci uscisser, tra quei bronchi / da gente che per noi si nascondesse.››), su consiglio della propria guida, decide di cogliere ‹‹un ramicel da un gran pruno; / e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”››. Ecco la rivelazione; esteriormente la sembianza è quella d’un albero, e nel suo insieme generale d’un tetro bosco, ma ogni tronco rappresenta in realtà il corpo infernale dei peccatori morti suicidi (e qui a parlare, com’è noto, è Pier delle Vigne).

Gustave Doré, The Inferno, Canto XIII. Fonte: Wikimedia.org

Sicuramente Dante fece ricorso a fonti letterarie precedenti (in primis, le Metamorfosi ovidiane e l’episodio di Enea e Polidoro nel libro III dell’Eneide), qui però si vorrebbe fermare l’attenzione sull’ipotesi (del tutto fantasiosa) che il poeta fiorentino possa aver tratto materia per i propri versi da ordinarie e quotidiane esperienze di vita. Come, per esempio, durante un (possibile) passaggio in una foresta nei tanti anni d’esilio a cui fu costretto; una foresta che nella mente dell’Alighieri può aver rappresentato la base emotiva su cui edificare i versi riportati. È una suggestiva ipotesi (ipotesi personale, nulla di serio!) quella per cui Dante sarebbe rimasto forse impressionato da una foresta vista in uno dei suoi numerosi spostamenti per il centro Italia, per cui il poeta si immagina che negli alberi attorno a lui vi siano uomini penitenti che parlano convertendo il vento in voce e parole, e dai cui rami sgorghi sangue, non linfa, se spezzati.

Non si può, e nemmeno si vuole, qui negare che l’episodio dantesco abbia influenzato i letterati dei secoli a venire; tuttavia, e specialmente nel caso dell’Ariosto, non si può neanche etichettare come mera operazione di ripresa di tematiche dantesche ogni accenno a simili episodi in opere successive. Non si è fatto il nome dell’Ariosto a caso, e questo perché proprio all’interno dell’Orlando Furioso vi è un passo che risulta analogo ai versi della Commedia supra osservati: si tratta dell’episodio contenuto nelle ottave 17 – 54 presenti al Canto VI dell’opera.
Ruggiero, uno dei protagonisti, è in volo sul cavallo alato, ‹‹quello ippogrifo, grande e strano augello, / lo porta via con tal prestezza d’ale, / che lasceria di lungo tratto quello / celer ministro del fulmineo strale››. La cavalcata prosegue sino a quando il cavaliere non vede sotto di lui ‹‹vaghi boschetti di soavi allori, / di palme e d’amenissime mortelle, / cedri ed aranci ch’avean frutti e fiori / contesti in varie forme e tutte belle, / facean riparo ai fervidi calori / de’ giorni estivi con lor spesse ombrelle››. Attirato da tante bellezze, Ruggiero conduce a terra l’ippogrifo e, temendo di perderlo, decide di legarlo ‹‹a un verde mirto in mezzo un lauro e un pino››. Se in Dante fu lo stesso protagonista, su invito della sua guida, a rivelare la particolarità del tronco, qui è l’ippogrifo che, spaventato da rumori lontani, si agita e spezza un ramo del mirto, palesando così la vera natura dell’albero. ‹‹”Se tu sei cortese e pio, / come dimostri alla presenza bella, / lieva questo animal da l’arbor mio: / basti che ‘l mio mal proprio mi flagella, / senza altra pena, senza altro dolore / ch’a tormentarmi ancor venga di fuore”››, così grida il mirto spezzato dal nervoso ippogrifo, il quale si scoprirà poi essere il nobile, ma buffo, paladino Astolfo.

Giuseppe Cades, Astolfo trasformato in mirto si rivela a Ruggiero. Fonte: Concessione Conservatore Palazzo Chigi in Ariccia (Roma).

Come si nota agevolmente, il passo non è molto diverso da quello dantesco e sicuramente l’Ariosto volle riprendere la Commedia di Dante. Tuttavia è in alcuni particolari “superficiali” che i due episodi, pur sfruttando lo stesso meccanismo narrativo, arrivano a distinguersi ed a brillare di luce propria. Le descrizioni dell’ambiente e dei protagonisti variano secondo la sensibilità dell’autore ed in base a ciò che è richiesto dal contesto dell’opera: nella Commedia, una cupa foresta battuta dalle Arpie in cui sono relegati i morti suicidi; nel Furioso, un paesaggio luminoso ed armonioso, ove è rimasto intrappolato il cavaliere più comico tra tutti gli eroi dei poemi epici, Astolfo (cfr. l’Orlando Innamorato del Boiardo). Pertanto, pur mantenendo l’artificio narrativo della trasformazione arborea di uno dei personaggi, l’Ariosto abbandona la caratterizzazione cupa e tetra del bosco infernale dantesco, per abbracciare una descrizione ben più solare ed invitante della foresta “magica”.

Senza dilungarsi troppo, ciò che qui si vorrebbe far osservare è che, secondo l’opinione di chi scrive, l’Ariosto può aver deciso di rifarsi all’episodio dantesco, non tanto perché alla ricerca di nuovi espedienti narrativi, ma piuttosto perché, secondo la sua personale sensibilità, tale episodio avrebbe potuto ancora impressionare a livello emotivo i lettori dell’opera. E la ragione potrebbe risiedere nel fatto che, ancora in epoca rinascimentale, dopo quasi due secoli dalla Commedia, le foreste ed i boschi continuavano ad esercitare un certo fascino, emotivo ed immaginativo, su autori e lettori.

Spero si perdonerà il debole legame che ha tenuto insieme l’intero articolo. Boschi, selve, foreste e rami spezzati – ad essere sinceri – non erano che un facile pretesto; la reale intenzione era piuttosto quella di raccontare semplici aneddoti e curiosità letterarie.

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