Qualche settimana fa sono andato a sentire un gruppo di studenti bolognesi dal nome particolarissimo: Ther, Zitta!. Si sono esibiti in Arteria, davanti a un caloroso pubblico, con pezzi propri e una gran voglia di spaccare. Non sono un critico musicale, né aspiro a esserlo, ma ho deciso di intervistarli per sondare più a fondo le loro intenzioni e la loro sensibilità. Ci siamo trovati nel casino delle Scuderie e il risultato è questo.

I Ther, Zitta! in Arteria
I Ther, Zitta! in Arteria

Quando vi siete formati?

L’anno scorso, ma in realtà nella formazione attuale da Gennaio, con Costanza al basso.

Quindi un gruppo nato qui a Bologna?

Sì, siamo studenti del Dams, ora non ci siamo tutti perché il chitarrista è in Accademia a studiare… Lui è un musicista serio. E noi… (ridono). Se pensi alle nostre provenienze geografiche… Antonio è toscano, Costanza bergamasca, Davide siciliano e Riccardo di Asti, insomma. Siamo mescolati.

Che genere fate? (Segue un simpatico siparietto sul fatto che li ho definiti “punk”)

Un pop-rock, con delle contaminazioni. Non è un pop-rock fighettino… Tendiamo a essere un po’ punk, ma non nelle sonorità effettive.

Influenze?

(Scherzano su quella che tutti dicono, ovvero i Ministri) Verdena e Marlene Kuntz.

Voi volete fare i musicisti nella vita?

Se la vita ce lo concedesse, sì, volentieri. Abbiamo avuto tutti dei progetti precedenti, e comunque abbiamo sempre suonato, ma arrivati qua a Bologna ci siamo completamente fermati. Stop per un anno, anche se il primo pensiero era suonare. L’anno scorso si è pensato a un progetto un po’ più serio e sono venuti fuori i Ther, Zitta!

Dove provate di solito?

Proviamo in un box in Bolognina, in co-gestione con nostri amici ZARR, post-hardcore molto ganzo. Invece che spendere venti euro per un sala prove, facciamo un investimento visto che il progetto vuole essere serio. Per quanto vogliamo provare noi conviene: in sala prove suoni due ore, il box lo abbiamo per tre giorni a settimana per otto ore.

Il nome da dove viene fuori? E’ molto particolare, raccontatemi.

Il nome è nato ancora prima del gruppo. Eravamo a casa e ragionavamo sul nome, visto che è sempre una cosa molto difficile dare i nomi alle cose. E quindi scherzando si è tirato fuori “I Calafato” (il nome del frontman), solo che il chitarrista ha detto “ragazzi, se deve essere un cognome, facciamo Terzitta”, che è il cognome di una nostra cara amica. Poi l’abbiamo rimaneggiato un po’. Questa è la prima versione. La seconda è che stavamo vagliando dei nomi, uno dei quali per esempio “Le carie di Silvia de Mark”, ma sta moda dei nomi lunghi, come Management del dolore post operatorio o Le luci della centrale elettrica non ci piaceva. Poi avevamo riflettuto su “Anna O.” [famosa paziente di Freud ricoverata per isteria, ndr.]. In generale stavamo pensando: “cosa non è un nome? Un cognome”. Ecco.

EP, album, registrazioni?

Noi abbiamo intenzione di registrare solo un pezzo, con un video, e poi promuoviamo il singolo. Nel frattempo che proponiamo quello, pensiamo all’EP. Questo perché stiamo rimaneggiando tutti i pezzi, stiamo cercando di rientrare in strutture più vendibili.

Parliamo delle vostre canzoni.

Obiettivo principale è la trasmissione del testo, del messaggio. Non vacuità. Non siamo molto riot, a parte Falene. In quel pezzo cerchiamo di descrivere le frustrazioni dell’avere vent’anni. Del non essere ascoltati, nonostante le buone idee che abbiamo. Il resto dei pezzi è sentimentale, incazzato ma soprattutto riflessivo. Anche Valzer tratta di sentimenti, ma in maniera sognante, ci sono parti di frasi che mancano. Ma Valzer non la registreremo mai. Solo live, è il nostro pezzo di chiusura. Anche Straniera, che è unito all’intro nei concerti, parla delle difficoltà di relazionarsi. I testi li scriviamo tutti insieme.

Domanda sociologica: Quanto è difficile farsi la fan base?

Abbiamo una buona fan base di partenza, in realtà. Prima di mettere su il progetto siamo stati molto “sociali”, il primo anno bolognese è stato intenso. Ma Bologna è un discorso, abbiamo tanti amici, che sanno perché ci comportiamo in quel modo sul palco e conoscono i pezzi, li sentono propri. Farsi una fan base in altre città è diverso. Se arrivi in un locale che non ti conosce devi avere già il tuo prodotto da vendere: avere quel produttore alle spalle, i fan che ti seguono, la tale etichetta e soprattutto aver suonato in molti locali conosciuti a livello nazionale. E’ una questione di conoscenze ed è difficile.

Voi vi sentite parte di una cultura musicale comune, a livello nazionale?

Se pensiamo a locali, qua a Bologna, in cui suonano gruppi di una sottocultura c’è il Freakout, dove però non vediamo molta gente, nonostante facciano cinque o sei sere a settimana di concerti. La gente vuole solo il mainstream, o in una nicchia alternativa, ma che troppo alternativa non è.

Voi del mainstream italiano cosa pensate? 

E’ un problema, sotto molti punti di vista. La composizione gira attorno al denaro e ne viene ovviamente intaccata. Sono più i produttori a scrivere i pezzi.  Nessuno fa quello che vuole, davvero. Anche se ascolti i Verdena, e dici “sto diventando cretino a cercare l’armonia”, siamo lo stesso convinti che persino loro vengano frenati. Le logiche del mercato musicale sono di una rigidità estrema. Basta ascoltare quello che gira. In una canzone dei Ministri, anche se gasa, anche se ti danno tutto quello che vuoi, riconosci che la struttura è uguale a una canzone di Lorenzo Fragola. E agli inizi di questi gruppi c’era una libertà che poi non possono più avere. Basta ascoltarsi per esempio Es-senza dei Negramaro. E’ come se per un romanzo ti venissero chiesti 140 caratteri. C’è la nicchia che continua a leggere il romanzo, e quella nicchia è la fan base. Per il vero guadagno ci sono i 140 caratteri. Va cercato un compromesso. Ci sono brani che effettivamente sono canzonette ma esprimono concetti alti a quello che è potenzialmente un pubblico mondiale. Noi non vogliamo essere rivoluzionari, siamo nella media, e i 140 caratteri sono accettabili a nostro avviso. Ma almeno ci scrivi il concetto che vuoi esprimere.

Quindi vi state adeguando al sistema.

Da poco. Prima facevamo quello che volevamo. Ed è stata notata da persone a cui i pezzi piacevano, ma che hanno ritenuto giusto darci un consiglio in questo senso. Ma noi eravamo consapevoli di questo dato, perché lo studiamo, facciamo il DAMS per questo. E’ la finalità del nuovo progetto: quando abbiamo formato i Ther, Zitta ci siamo detti di comporre come ci pareva. Alcuni pezzi infatti, come Straniera, non hanno il ritornello e un pezzo del genere non lo passeranno mai in radio, figuriamoci in tv. Abbiamo visto che ora c’è un riscontro, persone interessate a noi, una fan base sono un ottimo starter. Rientrare nei 14o caratteri, avere già un riscontro con il pubblico affezionato, rende la vita meno frustrante nel momento in cui, una volta entrati in studio, il produttore ci farà gli accorgimenti. E si tratterà di accorgimenti, non succederà mai che il pezzo sia da buttare o che la struttura venga stravolta.

Ma questo significherebbe “perdere la propria anima musicale”?

No, significa riadattarla sotto altre forme. E’ una questione razionale, di analisi. Siamo aerei per alcune cose, si può essere contenuti per altre. E’ un lavoro che stiamo facendo con consapevolezza. Non siamo estremisti. Fortunatamente poi c’è la dimensione del live.

Avete parlato del DAMS. Quanto ha contribuito alla vostra formazione musicale e quanto influisce sulla vostra attività di musicisti?

Ci ha dato l’opportunità di conoscere persone che hanno voglia di darsi da fare nella pratica artistica. Ma al di là di questo, molte persone che terminano il percorso sostengono che non sia stato del tutto necessario a ciò che vogliono fare nella vita. Sicuramente è più utile iscriversi a un’Accademia, ma questo lo capisci solo grazie al DAMS; infatti ti mette davanti a tantissime cose, a diverse sfumature dell’arte. Poi, anche grazie a questo percorso, capisci cosa vuoi fare. Ti dà una più ampia consapevolezza e una forte motivazione nel perseguire i tuoi obiettivi.

Ma con “arte” cosa intendete? E’ una domanda che non si fa spesso, ma è importante. [e che, a giudicare dalle reazioni, provoca un certo sconcerto]

Sfogo. Dolore. Il problema è capire se sia un’esigenza personale o comunicativa. Sicuramente ha un potere comunicativo fortissimo, ma è anche un’esigenza di incastrare tutti i propri problemi. E’ un liberarsi, un donarsi che fa malissimo perché è difficile trovare un modo per farsi capire. E’ un impegno totale, e non se ne viene a capo. Perché i pittori impazziscono? Perché l’arte è sempre incompleta. Leonardo diceva “l’arte non è mai completa, è solo abbandonata”. E’ abbandonata perché non ce la fai più a lavorarci sopra. Sicuramente la musica non è una cosa che ti dà pace, ma il bello è che anche se non si sa niente di musica si prova un’empatia fortissima, una forma di dolore in qualche modo misteriosa.

La band in un'immagine che sottolinea la loro presunta stupidità
La band in un’immagine che sottolinea la loro presunta stupidità

Quando chiedo quali sono le loro canzoni preferite c’è chi dice “The funeral” dei Band of Horses, sostenendone l’odiosità, chi cita “Echoes” dei Pink Floyd, pur puntualizzando di ascoltare al momento tutt’altro e chi con fatica ammette di favorire la classicità nerd della Settima di Beethoven (secondo movimento). In generale i Ther, Zitta mi danno l’impressione di persone colte e consapevoli, che però ci tengono (per ragioni di marketing) a sembrare stupidi. Con questa bella intervista, una pietra tombale sulla loro stupidità, li affido ai lettori di BBU, contento di aver penetrato un po’ più a fondo la cultura musicale di Bologna e di chi all’interno dell’Alma Mater vive e suona. Come disse una volta lo scrittore Georges Perec: “Ci si salva talora suonando”.

Tu non ci guardi mai
mentre corriamo al buio
come falene cieche
attorno ad un fiume di cartapesta
dove abbiamo buttato via
le lettere d’amore al mondo
e le poesie con su scritto
“Adieu”.
Tu non ci guardi mai
mentre cerchiamo un corpo nuovo
in cui vivere, come quando avevamo
le mani sporche di terra.

Non sento il peso delle mie ossa
su questo tempo di tenebra
ed il mio viso non taglia il vento
e non scrive niente
e mi hanno detto che l’universo funziona, continua a girare anche senza di me.
Ma io non ho paura
io non ho paura.

Tu che non guardi mai
non vedi che siamo più forti
di tutte le vostre invenzioni
esplodano i fragili limiti e le mancanze
nei cuori di acqua e follia
Le lettere d’amore al mondo
prese, strappate, tradite, bruciate
dal niente.

Tu giochi a perdere
tutte le volte che portiamo forza e non ci guardi mai
tu giochi a perdere, ma io non sento,
non sento.

(Falene – Ther, Zitta!)

Copertina singolo Falene

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