L’Occidente sfida l’Isis combattendo con il proprio modello di democrazia.

isis

Attenzione il seguente articolo presenta segni evidenti di agnosticismo, se ne sconsiglia la lettura alle persone poco tolleranti. Con questo articolo cercheremo di sensibilizzare i lettori di BBU a riflettere sulla guerra e sui rapporti che ci legano al “diverso”.

11 settembre 2001  molti di noi guardavano la Melevisione, quando tutti i canali nazionali hanno bloccato i palinsesti per trasmettere uno degli attacchi terroristici più gravi della storia contemporanea.

Quella mattina 19 fondamentalisti islamici appartenenti ad al­Qāʿida dirottarono quattro voli civili, portandoli a schiantarsi contro le Torri Gemelle ed il Pentagono.

Fu un evento che dilaniò i cuori della gente. Quasi tremila i morti. New York, simbolo per eccellenza della democrazia occidentale, era stata colpita nel profondo.

13 novembre 2015  un gruppo di fondamentalisti islamici, riconducibili al cosiddetto Stato Islamico, ha assassinato oltre 120 persone con attentati kamikaze e sparatorie (tra le quali quella nel teatro Bataclan).
Il 12 settembre 2001, il Consiglio Atlantico, il più importante organo della Nato, ha invocato l’articolo 5 del Trattato di Washington:

Articolo 5

Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse  in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti , e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’ari. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

 

Fu così attivata la cosiddetta clausola di impegno , la quale avrebbe autorizzato gli altri stati Nato ad intervenire in tutela degli Stati Uniti d’America.

L’azione antiterroristica fu condotta dagli Usa tramite una coalizione internazionale, tutti gli stati occidentali dovettero fare i conti con un nuovo pericolo: il terrorismo internazionale.

La lotta al terrorismo segnò profondamente gli assetti istituzionali. In nome della sicurezza si decise di comprimere le libertà personali. Furono istituite le black list: elenchi di soggetti accusati di complicità con le cellule terroristiche, ai quali sono bloccate le risorse finanziarie e la possibilità di transito. Tutto ciò a discapito dei sistemi costituzionali di tutela delle libertà fondamentali, in quanto tali liste sfuggono
ad una serie di principi processualistici che assicurano la tutela dell’individuo nelle proprie libertà.

Tornando ad oggi, a seguito degli attentati di Parigi, il presidente francese  François Hollande  ha invocato il ricorso all’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona, il quale prevede che in caso di attacco terroristico nei confronti di uno stato dell’Unione europea, gli altri stati, in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, sono tenuti a prestargli assistenza ed aiuto.

Contemporaneamente l’esecutivo francese ha dichiarato lo stato di emergenza, prevedendo deroghe al tradizionale assetto istituzionale, bloccando le frontiere, imponendo il coprifuoco, vietando le pubbliche manifestazioni. Allo scadere di tali misure di emergenza (26 novembre) il presidente Hollande ha comunicato la decisione di voler derogare alle disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

La questione francese ci pone dinanzi ad un forte problema: può il terrorismo internazionale farci tornare indietro di anni nel campo dei diritti umani?

I casi Wikileaks ed Edward Snowden hanno dimostrato come utilizzando la scusante della sicurezza nazionale si possano compimere alcuni diritti fondamentali come il diritto alla privacy.

Ci siamo chiesti contro chi stiamo lottando veramente?

La guerra contro il terrorismo internazionale, oltre a celare interessi economici quali il traffico di armi e la compravendita di petrolio, viene “venduta” come una guerra di religione.

L’ISIS o Stato islamico è costituito da un gruppo di jihadisti nel giugno del 2014, nelle zone tra la Siria e l’Iraq. A capo del califfato islamico c’è Abu Bakr al­Baghdadi.

L’ISIS è il gruppo terroristico più ricco al mondo, con oltre 2 miliardi di dollari, ricavati  dalla vendita di petrolio, dal saccheggio di banche, dal riciclaggio di denaro, dalla vendita di reperti archeologici.

L’ISIS si differenzia degli altri gruppi terroristici per una ottima gestione mediale, la comunicazione è gestita principalmente sui social network in lingua inglese.

L’ISIS si pone l’obiettivo di costituire uno stato islamico e combattere gli infedeli.

Le reazioni…

Le continue guerre in Medio Oriente, le primavere arabe, gli scontri politici hanno condotto ad una forte emigrazione di massa verso i paesi europei. L’Unione europea ha risposto con crescente intolleranza alle immigrazioni, in particolar modo alle immigrazioni di origine islamica. Numerosi gruppi politici hanno fatto di tale tema la propria ricchezza, tra i più noti Alba Dorata ed il Fronte Nazionale francese (senza contare le numerose cooperative romane che si sono arricchite con la questione “accoglienza”).

Con forza si sono combattute le diversità. Analizzando i modelli di integrazione possibili:

  • Assimilazione: con l’assimilazione l’individuo abbandona la propria cultura per assumere quella del luogo in cui risiede.
  • Multiculturalismo: fonda la società su culture differenti.
  • Integrazione: seguendo tale modello, il soggetto acquisisce diritti e doveri, lo straniero ha diritto ad essere accolto secondo la propria cultura ma ha il dovere di integrarsi nella comunità ospitante.

L’Unione europea non ha adottato una vera e propria politica sociale di integrazione dei cittadini stranieri, conducendo a sempre maggiori contrasti tra le popolazioni autoctone e gli immigrati.

Siamo sicuri che la lotta contro il diverso non sia una lotta contro noi stessi?

É inutile la retorica riguardo agli italiani immigrati nel dopoguerra in America o in Germania. Pensiamo a noi stessi. Eclatanti sono i casi di insegnamento della religione cattolica all’interno delle scuole nonché il caso del crocifisso nei luoghi pubblici.

Come pretendiamo di risolvere i problemi con altre credenze religiose se non apprezziamo le diversità che arricchiscono la nostra comunità?

L’ISIS non rappresenta esclusivamente una cellula terroristica del Medio Oriente che siamo chiamati a sconfiggere, esso rappresenta un muro contro il quale le democrazie occidentali debbono fare i conti: non esiste più una sola cultura, una sola lingua, una sola religione.

 

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