Ho cambiato idea mille volte riguardo a questo articolo.

Non si sa mai bene di cosa parlare quando chi legge non comunica. Certe volte invidio Repubblica: se lavorassi nella divisione di social networking avrei ben chiare le reazioni dei miei lettori verso ciò che viene scritto. Ad ogni modo, e senza dubbio, me ne fregherei perché la linea editoriale, in quel caso, ha le idee più chiare di chi si lamenta della povertà delle notizie. Parleremmo d’altro altrimenti.

Copertina Charlie Hebdo, ed. straordinaria
Copertina Charlie Hebdo, ed. straordinaria

E comunque siamo di nuovo qui, febbraio 2015. Un mese fa eravamo tutti Charlie. Oggi non è molto chiaro. In fondo a qualche album virtuale di amici e conoscenti il #jesuischarlie, che un mese fa occupava qualsiasi modulo web, ora è finito in fondo alla pagina. In qualche caso è necessario attendere il caricamento dopo lo scroll del mouse. Dopotutto, dalla fine del mese di gennaio all’inizio di febbraio, si è attraversato un periodo piuttosto denso di ricorrenze: “Regà, la Shoah!”, “Si, vabbé, ma le Foibe?”, “Il compleanno di Bob?”.

#jesuisconfus.

Poco dopo i fatti del 7 gennaio, decisi di documentarmi a proposito di Charlie. Ne venne fuori una storia di intrighi e buoni sentimenti adorabile, in quanto completamente ignorata dalla maggior parte dei (nuovi) sostenitori della testata. Decisi che poteva essere divertente raccontare cos’era veramente Charlie Hebdo, dimostrando che non si poteva esserlo a propria volta perché nessuno dei #jesuis che conoscevo lavorava per loro, né avrebbe mai potuto farlo, e nessuno aveva il becco di ferro di un Charbonnier (chi fa satira ha il dono della sintesi distruttiva e, per fare un buon lavoro con quella, credo sia necessario essere persone molto accorte). Con una punta di ironia, aggiungo che poteva risultare antitetico essere Charlie, da chi, poi, si sarebbe affrettato a ricordare la Shoah venti giorni dopo, dato che Charlie, nel 2008, passò ore pesanti dopo l’accusa di antisemitismo mossa nei confronti del direttore Philippe Val (accusa poi crollata, ma tant’è).

Poi è successo qualcosa e il velo di Maya è stato strappato senza il mio aiuto.

Qualcuno si è accorto di non essere per nulla Charlie, per tante e tante ragioni (per dovere di cronaca serve sottolineare che, comunque, di Charlie in quel momento ce n’erano ancora tanti, si racconta di due milioni di anime a Parigi). Ed ecco che, tra questi “anarchici” che avevano sviluppato un pensiero critico più approfondito, invece di veder comparire #jesuispaolo, #jesuisantonio o #jesuischivipare e la penso così, così e così, improvvisamente si trovò un nuovo simbolo in #jesuisahmed. Le ragioni incontrovertibili si fondavano sul fatto che Ahmed, nonostante fosse musulmano e un poliziotto francese, avesse perso la vita perché a protezione della redazione. Un musulmano che difende la satira occidentale è una bella botta per tutti. A quel punto, da qualche parte, qualcuno si è indignato ulteriormente: “Questo Charlie poteva essere meno provocatorio.”. Ed eccoci dunque al grande circo: a ovest una folta schiera di matite, penne stilografiche e a sfera, tutte rivolte verso il cielo, in medio oriente un popolo in rivolta che bruciava bandiere e pubblicazioni dell’edizione straordinaria di Charlie Hebdo.

#jesuistresconfus.

Da entrambe le parti si sono potuti notare gli effetti del dogmatismo. In medio oriente pensiamo di aver trovato quello più evidente, ma solo perché noi sguazziamo in quello a ovest e, tranquilli, ce n’è anche per noi. Ci illudiamo di conoscere i limiti dogmatici e teocratici del medio oriente, standocene a casa nostra (tanto leggiamo Internazionale, seguiamo i siti internet, poi “vabbè c’èffeisbuk”) e a quel punto ci è parso ovvio trovare compiacimento nell’inveire sulle immagini delle proteste verso Charlie Hebdo a Teheran o Kabul, accusandoli di essere retrogradi e terroristi. D’altronde, ho imparato che raramente i confronti avvengono in maniera moderata a questo mondo e se da una parte c’è qualcuno che urla, dall’altra c’è qualcun altro che si tappa le orecchie e fa: “lalalalalala”. Noi siamo questi qui. Anzi, perdonatemi, #jesuisfederico e penso che noi siamo questi qui. Il nostro dogma è la logica. Quella logica che non è logica, è convenienza. Conviene basare la propria concezione del mondo sulla lezione di storia moderna impartita da qualcuno o quella contemporanea dei giornali (per non parlare degli esami universitari, quelli basta passarli, dopotutto). Conviene che non ci si lasci abbindolare dai problemi del nostro vicino di casa perché anche noi abbiamo i nostri problemi. Conviene che tutti quanti facciano il proprio dovere perché “se no qui va tutto in malora”, e intanto, tutti concentrati come siamo sui fatti nostri, i fondi pubblici vengono mangiati dagli appalti abusivi (fatevi un giro sulle pagine di informazione delle ultime settimane nelle zone di Reggio Emilia, Modena, Mantova. Fatelo, e cercate ‘Ndrangheta come parola chiave), persone che non hanno ragione di stare dove sono continuano a starci e a questo punto non capisco il motivo per cui posso solo indignarmi sapendo che Pino Maniaci di Telejato viene preso di mira e malmenato, e non posso rompere le balle, nei limiti del civile, a un assessore comunale o regionale che so essere colluso con quelli che privano tutti noi della possibilità di fare cose davvero e solo per il bene comune. Conviene che queste cose che scrivo, vengano lette e buttate via, perché tanto non cambiano le cose. La logica che ci regge non è solida, è malferma e prima o poi crollerà. Non so dirvi come né è mia intenzione fare molto più che pungervi il lobo frontale del cervello.

Quando abbiamo preso le difese di Charlie nessuno credeva possibile che potesse essere messa in discussione la libertà di stampa con un attentato terroristico, ma ora vi chiedo: quanti italiani (anzi, quante persone, che poi si scade nel nazionalismo becero) abbiamo sepolto perché la libertà di stampa, di parola, di pensiero, andava contro qualcuno? Quando mai siamo stati veramente liberi di sapere le cose per quelle che sono? Ma questo è solo un blog, questa è solo un’opinione.

E, a noi, le opinioni piace distruggerle.

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