Storia del (presunto) diritto d’autore.

La vita, da almeno dieci anni, è fatta di click, di milioni di fotogrammi che quotidianamente vengono condivisi con il mondo intero.

Ma in un mondo fatto di “share”, della condivisione, quella che si basa sul senso di “comune”, resta poco o nulla perché se condivido una cosa con te questa resta mia. E forse è giusto così.

In tal senso si colloca la pronuncia del Tribunale di Roma che ha ritenuto sussistere il diritto d’autore delle foto pubblicate su Facebook.

Non solo quella foto è tua e resta tua (di te che l’hai scattata e pubblicata), ma chi vuole utilizzarla deve corrisponderti i c.d. “diritti” – aventi natura patrimoniale e morale – perché quella fotografia è il frutto di un’attività creativa dietro la quale c’è un impegno, un lavoro e un investimento di tempo e spesso anche di denaro.

Il caso trae origine dalla pubblicazione di alcune foto nella bacheca di Facebook di un giovane fotografo che egli stesso ha scattato in una discoteca romana. Le foto erano poi apparse, all’insaputa dell’autore, in un quotidiano nazionale a corredo di una serie di articoli giornalistici, relativi al fenomeno della frequentazione dei locali notturni da parte di soggetti di giovane età e, successivamente, riutilizzate anche da alcuni programmi televisivi nazionali.

Come anticipato, il giudice ha riconosciuto la lesività della condotta del giornalista che aveva utilizzato gli scatti e anche la risarcibilità del danno che ne era derivato dal momento che la pubblicazione era avvenuta senza autorizzazione dell’autore e senza l’indicazione del nome.
Nella sentenza viene chiarito che “la pubblicazione di una fotografia nella pagina personale di Facebook, in mancanza di prove contrarie, costituisce presunzione grave, precisa e concordante della titolarità dei diritti fotografici in capo al titolare delle pagine nelle quali sono pubblicate.”

Certo è che è per potersi avvalere dell’istituto del diritto d’autore è assolutamente necessario dimostrare la paternità della fotografia dal momento che la mera pubblicazione non può costituire prova della titolarità dei diritti di proprietà intellettuale.

Ma non abbiate timore, secondo il tribunale “in questo caso spetta al riproduttore provare che la sua utilizzazione si è basata sul prelevamento di un file digitale non coperto dai diritti di proprietà intellettuale in capo a colui che ha pubblicato la foto su Facebook”.

I fotogrammi della vostra vita restano vostri. Però degli aperitivi che fate ce ne frega il giusto.

Articolo di Antonella Mucci

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