La locandina del film
La locandina del film

Qualche mese fa (il 21 Agosto) una delle più prestigiose istituzioni di cultura cinematografica europea, il BFI (British Film Institute) ha stilato una classifica dei dieci migliori film non anglofoni dell’ultimo decennio, una prassi consueta delle istituzioni anglosassoni (basti pensare all’Academy), e se vogliamo, neanche troppo utile. Le classifiche sono tuttavia uno degli strumenti con cui la cultura si promuove, e sono anche un’occasione importante per riconoscere l’ottimo lavoro altrui, divulgare il prestigio dei mestieri artistici e acquisire motivi di vanto nazionale presso l’opinione pubblica. E’ stato il caso del penultimo film di Paolo Sorrentino, La Grande Bellezza, la storia dello scrittore Jep Gambardella, a metà tra un ritratto immaginifico di Roma e una grottesca carrellata di personaggi di cui il giornalista e romanziere fallito è leader e interprete indiscusso. Ma tutti lo conosciamo più o meno come l’ultimo film italiano che ha vinto l’Oscar per il Miglior film in lingua non inglese, o straniero, e come l’opera più controversa del cinema italiano degli ultimi anni, opera che ha scatenato infiniti dibattiti (svoltisi principalmente sul web) sulla sua effettiva qualità, sul suo significato e soprattutto sull’opportunità che un film del genere possa rappresentarci agli occhi di tutto il mondo. Un po’ come sta succedendo per Saviano con la sua fiction Gomorra. Una cosa su cui siamo tutti d’accordo è che la prestigiosa statuetta fa sempre piacere averla in casa, anche se di fatto il popolo italiano non ha alcun merito nell’averla vinta. Il merito va tutto a un gruppo di artisti, di cui Sorrentino è portavoce e rappresentante, che si sono impegnati a fare qualcosa di significativo, infischiandosene un po’ di tutto. Il risultato è che l’Italia è stata presa sul serio, una tantum, per qualcosa che va al di là di vecchie glorie come Federico Fellini o Italo Calvino.

Jep Gambardella (Toni Servillo)
Jep Gambardella (Toni Servillo)

Sembra però arrivato il momento di sconfessarci e dimostrare al mondo che la cara, vecchia Italia non si smentisce mai. In una serie tv americana che tutti dovreste vedere, The Newsroom, un personaggio che lavora nella redazione di un notiziario televisivo dice: “In America siamo abituati a gonfiare le notizie, in Giappone sono abituati a ridurle”. Ecco, noi invece le mistifichiamo. E anche male, dato che chiunque al giorno d’oggi può andare a controllare le fonti di qualsivoglia notizia, se lo vuole. Nel caso di un film che a me preme parecchio, sono andato subito a controllare, e ho potuto constatare con sconcerto che il premio millantato da ben 31 blog e siti italiani non è stato assegnato alla Grande Bellezza, bensì a Wintersleep di Nuri Bilge Ceylan. I siti di pubblicistica online in questione sono i seguenti:

  • Ansa
  • Repubblica
  • Il Fatto Quotidiano
  • Il Corriere
  • Libero
  • Cineblog
  • MyMovies
  • Movieplayer
  • Il Secolo XIX
  • Lo Spettacolo (blog de Il Messaggero)
  • Artspecialday
  • Donna Moderna
  • Radiocinema
  • Cinema.everyeye.
  • Hollywood Tutto Per Il Cinema
  • Frenck Cinema
  • Italpress
  • RB Magazine
  • Keep Radio
  • Il Piccolo
  • Lux Gallery
  • Etalia
  • E-Duesse
  • bluewin
  • Terza Pagina
  • Zazoom socialnews
  • fai.informazione.it (LOL!)
  • Bresciaoggi
  • LaSicilia
  • Milano Arte Moda
  • Tiscali: Spettacoli e cultura

Come vedete, le fonti sono eterogenee, tra gli ultimi giorni di Settembre e i primi di Ottobre la “notizia” è rimbalzata un po’ ovunque, destando interesse in chiunque sia interessato a pubblicizzare i risultati dell’Italia a casaccio, sperando di racimolare like sul merito di altri e soprattutto sui mancati meriti di altri. All’origine del fraintendimento sta probabilmente la pericolosa ignoranza italica della lingua inglese, neanche tanto la volontà di mistificare una notizia di scarso rilievo mediatico come questa. L’unico blog che ha riportato correttamente la notizia è il misconosciuto primaonline.it, un blog che probabilmente ora andrebbe denunciato ai servizi sociali. A controllare le fonti ci si accorge facilmente che La Grande Bellezza ha sì ottenuto il primo posto in una classifica presente sul BFI, ma questa classifica è quella stilata dagli utenti del sito che hanno votato nella lista degli “scartati” dalla lista ufficiale del BFI. Le due liste sono dunque queste:

lista ufficiale del BFI: 

1 – Wintersleep di Nuri Bilge Ceylan (2011)

2- Tuesday, after Christmas di Radu Muntean (2010)

3- Poetry di Lee Chang-dong (2010)

4- Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives di Apichatpong Weerasethakul (2010)

5- Una Separazione di Asghar Farhadi (2011)

6- Goodbye, First Love di Mia Hansen-Løve (2011)

7- Neighbouring Sounds di Kleber Mendonça Filho (2012)

8- The Turin Horse di Béla Tarr (2012)

9- Tabu di Miguel Gomes (2012)

10- Ida di Pawel Pawlikowski (2013)

Come vedete, nessuna traccia del film di Sorrentino.

Lista degli utenti:

  1. The Great Beauty (Paolo Sorrentino, 2013)
  2. Blue Is the Warmest Colour (Abdellatif Kechiche, 2013)
  3. The Hunt (Thomas Vinterberg, 2012)
  4. Amour (Michael Haneke, 2012)
  5. Of Gods and Men (Xavier Beauvois, 2010)
  6. Rust and Bone (Jacques Audiard, 2012)
  7. A Touch of Sin (Jia Zhangke, 2013)
  8. Incendies (Denis Villeneuve, 2010)
  9. Post Tenebras Lux (Carlos Reygadas, 2012)
  10. I Wish (Hirokazu Koreeda, 2011)

Segue la precisazione del BFI che il “fastoso” film del regista nostrano è stata la più eclatante delle omissioni. Che La Grande Bellezza manchi nella lista ufficiale non è certo una prova di ignoranza, mancanza di buon gusto o snobismo dell’istituzione inglese, semplicemente sono stati preferiti altri film (di quella lista ne ho visto uno, Una separazione, che è bellissimo); prova ne è che il capolavoro sorrentiniano è stato votato dal BFI come il quarto miglior film del 2013 nelle sedi adeguate. Altro grande segno di affetto del pubblico anglosassone è dato dalla lista stessa votata dagli utenti, che lo ha addirittura eletto a capofila di questa decade, davanti a colossi come Amour e Blue is the warmest colour. Ciò che quindi siamo stati capaci di dimostrare, ancora una volta, è che oltre a non saper fare giornalismo online, a non sapere l’inglese (probabilmente), e a mistificare notizie che ci nobiliterebbero agli occhi di tutti, siamo totalmente incuranti di infangare con la nostra becera blogosfera un’istituzione prestigiosa e fondamentale come il British Film Institute.

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