la isla minima
La Isla Minima, Alberto Rodrìguez

Regia di Alberto Rodrìguez e vincitore di 10 Premi Goya durante la ventinovesima edizione, tra cui quello per “miglior film”. Due ragioni, anzi tre, per andare al cinema questo weekend: La Isla Minima.

Un bel thriller. In un villaggio arido, afoso e squallido, nel profondo sud della Spagna del 1975, si consumano le vite di due giovani donne coinvolte probabilmente in un giro di prostituzione. Due detective, Pedro (Raúl Arévalo) e Juan (Javier Gutiérrez), indagheranno insieme alla Guardia Civile per trovare il killer che ha ucciso, torturato, stuprato e mutilato le due sorelle.

Ho scritto un “bel thriller”. La verità è che di bello c’è molto poco. La trama stessa non è un capolavoro di originalità ed è infelice. E credo che Rodrìguez ne sia consapevole. Allo stesso modo, però, si può arrogare il merito di aver costruito in modo sottile ed impeccabile i personaggi e i colpi di scena.  È un thriller che ha tutti i colori, comprese le sfumature, delle serie televisive noir americane. Il “crescendo” della suspense, grazie all’ausilio di nuovi personaggi e di nuovi indizi, ricorda perfettamente una delle serie più seguite negli ultimi mesi: “True Detective”. Il merito del regista sta anche, forse soprattutto, nell’aver concentrato in 2 h una vicenda avvincente, appassionante e sanguinolenta, che siamo soliti seguire a puntate, divise per stagioni.

la isla minima
La Isla Minima, Alberto Rodrìguez

Anche il rapporto dapprima contrastante tra i due colleghi segue un po’ la scia del periodo in cui Rodrìguez decide di ambientare la storia. Siamo quasi negli anni ‘80. La Spagna vive un pesante periodo di transizione politica: è morto Francisco Franco, segnando la fine della dittatura, e si realizza una Costituzione Democratica. Pedro è di Madrid, dove è padre di un bimbo piccolo, ma è costretto a lavorare in provincia per aver scritto una lettera contro uno dei suoi superiori ancora legato al regime franchista. Juan è un uomo solitario, piacione e violento, è l’ex “corvo” della Brigata Sociale e Politica, accusato di aver torturato e ucciso gli oppositori di Franco sotto la dittatura. Nel film si affiancano un uomo del futuro e un uomo del passato: Pedro fa parte del nuovo movimento democratico, rappresenta la nuova Spagna, è padre di un bambino piccolo, del progresso; Juan è un pentito, un viandante appartenuto al passato, punito dal presente e che non si godrà il futuro: è malato. I due detective riusciranno a risolvere il caso, in seguito a una serie di compromessi reciproci. Tenteranno di diventare compagni.

Stilisticamente Rodrìguez fa delle scelte ponderate e precise. Le riprese dall’alto, costanti durante la storia, proiettano sul pubblico l’aridità del terreno, percorsi insidiosi, brutalmente interrotti. Sono sequenze che insinuano già nello spettatore una certa inquietudine, un certo senso della morte. Intorno a queste empiriche riprese dall’alto, si susseguono immagini che parlano di cose, colori, persone contrastanti. È un thriller costruito sugli opposti. La luce accecante del giorno contro il buio pece della notte. La freddezza di Pedro contro l’emotività di Juan. Gli interni di case vuote e rovinate contro cieli completamente occupati da grossi stormi di uccelli viaggiatori. È un ossimoro continuo.

Le numerose critiche rivolte a Rodriguez si sono trasformate in premi e in sale piene. Perché mai dovreste perdere l’occasione di poter vedere un thriller così introspettivo e crudo? In programmazione questo weekend, a partire da stasera, presso il Cinema Teatro Galliera (pagina Facebook), che ringrazio per la recensione.

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