C’è stato un tempo della mia vita, invero piuttosto corto, in cui avevo deciso di guardare tutte le serie tv esistenti, da quelle brutte a quelle belle, e per l’occasione mi ero stilato la ormai celebre “lista delle serie da guardare prima di morire”. Quel periodo coincideva più o meno con quello in cui il cinema godeva ancora di ottima salute e non erano state fatte cagate come The Dark Knight Rises o Her, ma nemmeno capolavori come Holy motors e La grande bellezza. Insomma era un tempo della vita in cui i serial non avevano ancora raggiunto la posizione di spicco e prominenza di cui ora godono e che speriamo duri il più a lungo possibile. Poche serie tv per un mondo che ancora credeva che raccontare una storia in due ore fosse meglio che in qualche centinaio. All’epoca mi innamoravo di tutto, Nip/Tuck, Twin Peaks, Lost, OZ, Sleeper cell, 24 (!!!), titoli che per molti di noi rappresentano un periodo lontano, sfocato, impressionistico, il periodo in cui non credevamo possibile la realizzazione di cose come True detective e House of Cards, nonostante ne avessimo la prova lampante sotto gli occhi. Abbandonai le serie quando ero arrivato a uscire di casa pochi minuti dopo il mio rientro da scuola, fare incetta di dolciumi al Conad per poi ritrovarmi, sbavante e catatonico dopo otto ore di Lost a casa del mio amichetto Tommaso. Condividere la visione di una serie non è come il film che ci si spara annoiati nelle sere d’inverno, sempre a casa di Tommaso, ma non bastava a rendermi edotto del potenziale che queste bellissime tigri dell’immaginazione potessero avere per la nostra debosciata umanità. Da un po’ di tempo a questa parte, grazie a Breaking bad, sono tornato al lato oscuro, un po’ come tutti. Old fan, new fan, non importa. Tutti ormai, anche i più resilienti a questa forma complessa di intrattenimento, ne sono attratti. Complessa, perché se è vero l’adagio zagrebelskiano per cui per Dostoevskij bisogna sospendere la vita per due mesi, le serie, nel loro insieme enciclopedico, te la sospendono per la durata della vita stessa.

 

Da qualche tempo a questa parte, anche le testate italiane hanno prestato attenzione al fenomeno, e se la cosa ci permetterà di distogliere l’attenzione dalla colonna di destra di Repubblica.it ben venga. Il colpo grosso l’ha fatto Micromega, dedicando un numero al cinema e lasciando un certo spazio, finalmente, anche alle serie, la cui presunta competizione col cinema, mi piace pensare, sia in realtà inesistente. Non amo slogan come “Il cinema è morto”, “Le serie hanno sostituito il romanzo” e altri necrologi di questo tipo. Ogni format ha la sua specificità, e come amo ripetere spesso, ci sono cose che la tv non mi darà mai.

 

Ho deciso che come secondo articolo (abbiate clemenza: “è sempre il più difficile-e, nella carriera di un artista”) volevo proprio parlarvi di questo Almanacco del cinema 9/2014 edito da Micromega, che a dispetto delle apparenze è un gran pezzo di giornalismo e merita di essere sviscerato nei contenuti che veicola. Anche perché probabilmente sono l’unico che l’ha comprato.

MicroMega - l'almanacco del cinema uscito nei primi giorni di Gennaio
MicroMega – l’almanacco del cinema uscito nei primi giorni di Gennaio

 

Tralasciando la prima parte, che si occupa del rapporto tra cinema e politica, con interviste a Elio Germano e Ken Loach, l’Almanacco ospita quattro interventi sul mondo seriale, nonché una gradevole lista (visto?) di 10 serial da non perdere, con concise spiegazioni degli aspetti innovativi delle citate a corredare la lista. Orphan Black, Gomorra, Downtown Abbey, Homeland, Masters Of Sex, Black Mirror, Utopia, House Of Cards e Boss. Nulla che già non sapessimo, chiaramente, ma è bello vedere citati questi titoli in una rivista come Micromega, di solita devota a tematiche politiche, filosofiche e scientifiche. Le stesse opere consigliate sono accomunate da questi topic, come Black Mirror a metà tra politica e filosofia, o Orphan Black che tratta di clonazione. I serial a sfondo politico si sprecano, con la gradita presenza di Gomorra a rappresentare il nostro Paese, cinematograficamente da sempre all’avanguardia.

 

Ho aperto questo pezzo parlando dell’esiguità del numero di serial che una volta rappresentavano e sorreggevano il panorama del palinsesto mondiale, panorama di certo vasto, ma esiguo se rapportato alle produzioni degli ultimissimi anni. Un’immagine che personalmente trovo eccezionale per descrivere questa mostruosità ci è offerta da Mario Sesti, illustre critico cinematografico a cui è stato chiesto di aprire le danze per ciò che concerne la cinetelevisione odierna.

 

Una sorta di sterminata enciclopedia immaginaria per lo più disponibile in streaming e della quale nessuno, come in un racconto di Borges, conosce la completa estensione.

 

Il riferimento alle Finzioni borgesiane rende pienamente l’idea di questo tumore metastatico mediale che sta contagiando ogni parte del mondo. Siamo membri di una community di dimensioni bibliche, e in un giorno solo siamo capaci di assumere le più svariate identità, sentendoci detective sociopatici à la Rust Cohle, agenti segreti bipolari come Carrie Mathison o machiavellici majority whips come Frank Underwood alla scalata della Casa Bianca. Le nostre vite bolognesi ci permettono di identificarci con i coinquilini di Zoey Dechanel in New girl, e gli studenti di chimica sono ormai stanchi di sentirsi chiedere se avvieranno start up criminali come quella di Walter White. I serial ci sembrano un’oasi di verità in un mare di menzogne capitalistiche, espresse perfettamente dagli insight socio-storici di The wire o Mad men, senza contare che qualunque blogger che si rispetti vorrebbe un amico come Benedict Cumberbatch/Sherlock Holmes di cui narrare le imprese di consulting detective. Non guardiamo più a un impresa di pompe funebri con gli stessi occhi di prima, e sappiamo tutta la terminologia tecnica di quel settore in inglese, ma non in italiano perché serie come Six Feet Under vanno viste rigorosamente in lingua. L’interesse per laBBanda di Franco Giuseppucci ha assunto risvolti inquietanti, e più di un amico mi ha detto di aver sognato un apocalisse zombie dopo la visione della serie firmata Kirkman/Darabont. Sì, sono lontani i tempi in cui l’unico interrogativo che pressava le famiglie davanti allo schermo nero era il celeberrimo “Who killed Laura Palmer?”, ma un assai preoccupante vociferare internauta ci ricorda che i fatidici 25 anni sono scoccati, e Lynch non sembra più così lucido…

 

Fatto sta che lo stesso tentativo di enucleare una mappa tematica dei serial da parte di Sesti si rivela sforzo apprezzabile, ma gargantuesco, poiché queste creazioni della narrativa contemporanea parlano davvero di tutto, e i loro geniali genitori provengono dalle più diverse carriere. C’è chi come Charlie Brooker, creatore di Black Mirror, faceva il critico, le migliori serie italiane di oggi le hanno scritte un giudice e un giornalista (il nostro bisogno di distinguerci), ma lo stesso Matthew Weiner, che ci ha incantato con un ritratto indimenticabile dei mad men della New York anni ’60, è passato dalla veste di produttore a quella di Autore conclamato.

 

Prima o poi scriverò qualcosa a proposito del fatto che la necessità di avere un tema per raccontare una storia era alla base della concezione narrativa ottocentesca, un tema che spesso e volentieri era socialmente urgente, in un costrutto analitico ancora lontano dalla disgregazione che la filosofia e la psicologia novecentesche attueranno nella storia del romanzo. Lo stesso personalismo dell’autore era meno evidente, i deliri di Proust, Céline e Pynchon non potrebbero per forza trovare spazio nella narrativa seriale, proprio perché troppo dipendenti dalla creatività di uomini che hanno messo loro stessi nel proprio libro, fino ad arrivare a una totale e intima identità con esso. Il serial no. Deve arrivare a tutti, deve accattivare, non può creare quelle cosmiche e visionarie rappresentazioni filosofiche ed esistenziali che la grande letteratura del Novecento ha prodotto, per la gioia di tutti noi. Stesso dicasi per il cinema, che ha fornito alla tv cento anni di evoluzione del linguaggio cinematografico, e in questo sì, probabilmente ha ceduto la fiaccola alla propria domestica versione. Il cinema però poteva permettersi di accogliere nella sua storia menti straordinarie come Chaplin, Tarkovskij, Altman e Fellini. Non possiamo chiedere alla tv di darci quelle emozioni, perché proprie di una forma che prediligeva la visione personale dell’autore al rendiconto di fenomeni sociali complessi attraverso una rigorosa struttura narrativa fatta di antagonisti-personaggi-trama. Chiedete a Bergman di darvi un antagonista, ecco, e datevi una risposta. Può darsi che questo mio modello sia destinato a crollare, e True detective, la serie firmata dal fine romanziere Nic Pizzolatto, mi sembra possa spianare il sentiero verso questa osmosi di linguaggi e Weltanschauung narrative.

 

Ciò che ho trovato interessante della ricognizione di Mario Sesti è l’affermazione secondo cui “il rumore di fondo” di ogni serie televisiva contemporanea sia l’osservazione e la critica del Potere. Alcune lo fanno in modo esplicito (Boss, House of Cards), altre vi si accostano sotterraneamente, prediligendo la descrizione di ambienti adiacenti al potere politico, ma strettamente interconnessi. È il caso per esempio di Mad Men. Io credo che al di là di questo, ciò che davvero viene apprezzato di queste narrative sia la capacità di riflettere su mali odierni, sistemici, in qualche modo riflesso del male che è in noi. Già Soprano e Six Feet Under andarono in questa direzione, prediligendo l’aspetto interiore, senza toccare direttamente il fenomeno come componente sociologica della comunità, come invece accade per The Wire. Aldo Grasso dice di True Detective, “una nazione che sa riflettere sui propri mali ha ancora un futuro”. Il contraltare negativo è che questo compito sia demandato all’intrattenimento. La lezione di questi maestri della scrittura è in definitiva la rappresentazione del male e della sua pienezza. Chi non ha pensato che la vita di Walter White sembri in qualche modo più reale dal momento in cui abbandona la sua paura per gettarsi in un tentativo imperialista degno della sua intelligenza? L’ambiguità di questi personaggi viene disciolta in una spietata fenomenologia del potere criminale, dove il rischio da evitare è come sempre l’eccessiva fascinazione wertheriana per questi Innominati dell’immaginario letterario contemporaneo (tornano a rimbombare per Breaking bad le critiche mosse anni addietro ai Soprano). Passiamo oltre.

Un serial sul Potere della camorra, definito da molte testate internazionali "Il The Wire italiano"
Un serial sul Potere della camorra, definito da molte testate internazionali “il The Wire italiano”

Altro articolo fondamentale sono le tre pagine dedicate da Giancarlo De Cataldo (giudice, romanziere e drammaturgo italiano, noto per il best-seller Romanzo criminale) ad House of cards. Ma ne parlerò diffusamente nell’articolo che scriverò su questa grande serie statunitense, non appena sarà uscita la terza stagione (il 27 febbraio). Non meno interessante quello di Roberto Scarpinato, procuratore generale del tribunale di Palermo, e raffinato saggista politico.

 

Il magistrato riflette sul rapporto tra sapere e politica in Italia, un rapporto controverso e malato, con riflessi pericolosi che hanno toccato anche il mondo pulito del cinema. Una splendida ricognizione corsara della storia del cinema italiano di argomento mafioso fa da contrappunto alla proposta di tre trame adatte a una rielaborazione narrativa, per completezza più adatta alla tv. Le tre trame, fornite da illustri sentenze emesse negli ultimi trent’anni di attività magistratuale, sono nient’altro che la storia di Giuseppe Guttadauro, il chirurgo palermitano che, appena scarcerato, trasformò la sua magione in un coacervo di mafia di ogni livello, da quella borghese a quella militare, con un’ingente documentazione audiovisiva (viene in mente The Wire) a disposizione della polizia, ma i cui contatti col presidente della Regione non permisero alcuna ripercussione giudiziaria; la storia di Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, con la fissa per i rapporti trasversali tra mafia e Dc, fissa che costò a lui la vita, al celebre pool antimafia di Falcone e Borsellino (che seguirono la sua pista investigativa) l’inizio della fine; infine la storia di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia e fratello nel neo-P.d.R. italiano, che “si era messo in testa di cambiare il corso delle cose e di moralizzare la vita pubblica” attraverso ispezioni straordinarie sul sistema di assegnazione degli appalti. Non è solo la conoscenza dettagliata di queste storie che una loro riproposizione in chiave televisiva susciterebbe, a far sperare in una effettiva realizzazione, ma anche e soprattutto il loro essere diverse dalla fenomenologia criminale che la stessa serialità americana e italiana ci ha proposto in questi anni. Per quanto l’esercito del male sia sempre più grande (e affascinante) di quello del bene, sarebbe bello vedere rappresentate anche le storie di chi, facendo il proprio mestiere, ha cercato di portare la luce in un mondo di tenebre. Credo sia questo il punto di forza della innovativa proposta di Scarpinato.

Saverio Costanzo, figlio di Maurizio, oggi al cinema con "Hungry Hearts"
Saverio Costanzo, figlio di Maurizio, oggi al cinema con “Hungry Hearts”

 

Giungiamo infine alla pars destruens, ovvero all’unico momento di questo almanacco che non ho apprezzato completamente. Si tratta di un’intervista a Saverio Costanzo, noto per la versione cinematografica de La solitudine dei numeri primi, e recentemente alla regia della serie Sky In Treatment, con Sergio Castellitto. L’autore, com’è ovvio, spiega alcuni retroscena tecnici della realizzazione di questo serial, che personalmente non ho visto, suscitando un tiepido interesse per la propria creatura, che in più momenti dell’intervista definisce, molto umilmente, “geniale”. D’altronde il progetto di In Treatment non è specificamente italiano, ma declinato a seconda del paese in cui viene venduto. Costanzo ha la statura di un regista, e si vede quando parla solo del suo lavoro, ma non quella di teorico, specie quando lo leggiamo pontificare sulle presunte differenze tra cinema e televisione, in chiave polemica nei confronti del fenomeno seriale, verso cui ha una malcelata disapprovazione. Preferenze personali legittime a parte, le affermazioni di Costanzo sono a dir poco campate per aria. Leggiamone e commentiamone alcune:

 

(…) Tutto questo fa sì che In Treatment, alla resa dei conti, sia soprattutto uno show, uno spettacolo. Di qualità, ma sempre e comunque spettacolo. E come puro e semplice spettacolo non ha, non può avere alcuna pretesa intellettuale. Rimane televisione, non cinema. È molto diverso. Il cinema possiede di suo una missione intellettuale. La televisione no: questa caratteristica riguarda tutto ciò che fa, anche di buono, la televisione.

Il cast di In Treatment
Il cast di In Treatment

 

Tralasciando il fatto che Paolo Sorrentino, autore cinematografico (e presto televisivo, come una miriade di altri cineasti) di ben altro spessore, ha di frequente definito il suo cinema “spettacolo”, non è chiaro cosa intenda Costanzo con questa così rigida distinzione tra cinema e tv. Le missioni della tv sono sempre state molteplici, come quella di educare le masse italiane a partire dagli anni Cinquanta, con buona pace di Alberto Manzi se vi è riuscita. Che il cinema abbia avuto una missione intellettuale è chiaro per registi come Petri o Bellocchio, ma non sembra si possa applicare con la stessa facilità a un Fellini e allo stesso autore de La Grande Bellezza. Senza poi tirare in ballo il cinema di pessima qualità degli ultimi anni, i celebri “cinepanettone”, la cui missione peraltro non è lontana da quella che ogni film dovrebbe avere: intrattenere. L’intervistato rincara la dose rispondendo alla domanda se In Treatment, vista l’importanza semiotica del corpo umano nella serie, partecipi dello spirito del cinema.

 

Certo. Ma nella forma, non nella sostanza. Se il cinema, come dicevamo, ha un valore profondamente intellettuale e artistico, allora In Treatment, per quanto mi riguarda, non possiede né l’uno né l’altro. Per quale motivo? Perché il contenuto di In Treatment è profondamente volgare. Attraverso le immagini, il cinema può cambiare il punto di vista dello spettatore, la tv no.

 

A parte il fatto che affrontare contenuti così fumosi è davvero un’impresa titanica per un commentatore, una cosa la si può chiedere. In cosa, esattamente, il cinema è meno volgare della tv? Se penso al cinema, penso a certe scene tarantiniane, ai film di Stan Brakhage, a Russ Meyer, al Kubrick di Eyes Wide Shut, film eleganti, ma che non hanno mai disdegnato la volgarità. Marco Ferreri, l’Ettore Scola di Brutti Sporchi e Cattivi sono esempi di cinema sporco, ma artisticamente di valore. Se poi penso alla tv, dubito che Costanzo abbia visto opere come Downtown Abbey o Mad Men, in cui è arduo trovare tracce di volgarità. Personalmente è la prima volta che sento applicare questo controverso aggettivo a cinema e televisione, e perlomeno dovremmo capire se ci si è voluto riferire all’aspetto del popolare, del volgo, o alla sfera sessuale e sordida dell’esistenza. Ancora una volta, non riesco a rintracciare questa dicotomia così precisa. Tuttavia questo è nulla. La situazione, già gravemente compromessa, precipita quando il regista si lancia nel consueto e ignorantissimo adagio secondo cui il cinema “creerebbe ricordi”, mentre la tv si potrebbe riferire più alla dimensione del giornale, che il giorno dopo non ci sta più.

 

Col giornale del giorno dopo, come si suol dire, ci si incarta il pesce. Della televisione, infatti, non rimane niente. E non restano, né resteranno, per quanto mi riguarda, nemmeno le serie che hanno tanto successo, True Detective o Lost, che oggi appaiono come imprescindibili luoghi dell’immaginario contemporaneo e persino, sostiene qualcuno, più “cinematografici” del cinema stesso.

Democracy is so overrated.

 

Io non credo che la tv sia più “cinematografica” del cinema, semplicemente ne sfrutta il linguaggio, com’è normale che sia per un format che di fatto si propone di fare la stessa cosa in più tempo. Narrare una storia attraverso dispositivi audiovisivi e narrativi. Forse Costanzo travisa il senso delle parole di quel qualcuno: la superiorità delle serie televisive sta nello sfruttare appieno le potenzialità della letteratura in rapporto al cinema. Un romanziere ha più tempo e libertà di uno sceneggiatore per dar vita a personaggi reali, motivo per cui Amleto e Madame Bovary sono straordinariamente più complessi di un Charles Foster Kane. Lo stesso Orson Welles, negli ultimi anni della sua vita, in una indimenticabile (e infinitamente meno arrogante) intervista con André Bazin, lodava le potenzialità di questo medium, il suo rapporto intimo e domestico con chi ne guarda, la sua capacità, per usare le parole dello stesso Costanzo, di modificare il punto di vista dello spettatore. E la stessa lezione registica di Welles è mutuata dai registi televisivi proprio in True Detective, con effetti né più né meno efficaci di quelli di Quarto Potere (un esempio fra tutti? L’uso dei soffitti bassi per accentuare la statura degli attori in scene claustrofobiche). Si commenta da sé la profezia sulla morte e l’oblio di opere televisive che hanno l’unica colpa di “avere tanto successo”.

Malauguratamente, l’intervistatore domanda a Costanzo il perché di tanta sicurezza, nei confronti di Lost e True Detective.

Intanto, perché ci si mette tanto, troppo tempo per rivederle, e invece i film, anche i non bellissimi, si possono tranquillamente riguardare e subito scoprire qualcosa che ci era sfuggito la prima volta. E poi perché ritengo che queste celebratissime serie televisive non abbiano alcuna profondità intellettuale: in una parola, non riescono a diventare immagine. (…) Al massimo possono fare personaggio. La televisione infatti va considerata unicamente in questa chiave: quel personaggio, quella storia. Seguiamo il succedersi delle puntate perché vogliamo sapere come e dove va a finire quel determinato personaggio. Le immagini, in quanto immagini, non ci sono.

La mia espressione quando ho letto queste parole
La mia espressione quando ho letto queste parole

 

Eccoci qua. Il mito dell’immagine. A parte che non capisco il motivo per cui dovrei rivedermi un film non bellissimo, queste osservazioni perdono di vista un aspetto fondamentale del cinema: la parola e il personaggio. Concepire il cinema come solo immagine è un errore grave, specialmente se proviene da un cineasta. Recentemente riguardavo alcuni film di Kubrick: ciò che colpisce del suo cinema non è l’immagine in sé (che differenza ci sarebbe infatti con la fotografia o la pittura?), ma l’ideazione che vi sta dietro. Nello stesso numero di cui sto parlando, c’è una bella intervista a Vittorio Storaro, uno dei più importanti direttori della fotografia della storia del cinema, che chiarisce benissimo questo concetto: il direttore della fotografia, uno dei tre responsabili della costruzione dell’immagine cinematografica (gli altri sono lo scenografo e il regista), non fa immagine, altrimenti starebbe in laboratorio a sviluppare foto. Il direttore della fotografia è cinematographer, un termine che rivela la presenza del verbo greco grapho, ovvero “scrivere”. Storaro ha potuto realizzare Apocalypse Now perché scriveva il film, lo ideava a un livello precedente l’immagine. Stessa cosa vale per il personaggio: Barry Lyndon, il sergente Hartman di Full Metal Jacket, il Chaplin del discorso all’umanità ne Il Grande Dittatore non sarebbero nulla senza la parola, senza lo scorrere della loro vita pensata sullo schermo, nella storia. I film di Kubrick destano la nostra estatica meraviglia per un connubio perfetto tra parola e immagine, tra narrativa e immagine. E lo stesso vale per le serie. Se davvero dovessimo dimenticarci di un’opera d’arte poiché troppo difficile da fruire, Proust e Tolstoj non verrebbero ristampati, e non credo sia fitto così di gente che si sorbisce film colossali come Sacrificio di Tarkovskij o Fanny e Alexander di Bergman. Personalmente riguardo ogni serie che amo almeno una volta, e sono sicuro che rivedrò I Soprano e True Detective per tutta la vita, al fine di comprenderle meglio e di rievocare le splendide immagini che mi hanno accompagnato in questi anni. In questi mesi non ho fatto altro che vedere le foto copertine e profilo di Facebook con scene dalle più svariate serie tv, esattamente come si è sempre fatto per i film. Forse Costanzo ha un’eccessiva fiducia nelle sue doti di cineasta e indovino, noi possiamo solo sperare che non abbia ragione, e magari guardare In Treatment, un’opera guarda caso di televisione.

Al prossimo articolo!
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