Parte II: Le leggende –

Boccaccio 1

Se la parte I del presente articolo è stata incentrata sui legami tra la torre Garisenda ed alcuni componimenti dell’Alighieri, in questa Parte II l’attenzione si sposterà su un altro autore classico assai noto, Giovanni Boccaccio. Si tenterà qui di dar conto dell’ultima porzione del titolo scelto per l’articolo, ossia quelle “leggende” relative alla torre Garisenda.

Diverso autore, diversa interpretazione di quella medesima realtà. Pur non facendo il Boccaccio alcun riferimento diretto alla torre Garisenda – essa non è esplicitamente presente in nessuna opera del prosatore fiorentino – tuttavia, ed è ciò che qui più interessa, nel Decameron viene riportata una leggenda proprio su un membro di quella famiglia gentilizia bolognese che, in epoca medievale, decise di ergere la torre. La torre dunque, anche se indirettamente, costituisce materia di una novella, entrando così a far parte dell’opera più famosa del Boccaccio.

Boccaccio 4In una delle ultime novelle del Decameron (Giornata X, novella IV), il Boccaccio narra che ‹‹fu (…) in Bologna, nobilissima città di Lombardia, un cavaliere per virtù e per nobiltà di sangue raguardevole assai, il qual fu chiamato messer Gentil Carisendi, il qual giovane d’una gentil donna chiamata madonna Catalina, moglie d’un Nicoluccio Caccianemico s’innamorò (…)››. Anche se la novella non ha ad oggetto direttamente la torre Garisenda, essa è ugualmente meritevole di menzione in quanto il protagonista della stessa, “Gentil Carisendi”, non è altro che uno dei membri più conosciuti proprio di quella casata bolognese che volle e portò avanti la costruzione dell’omonima torre (pendente).

La novella prosegue riportando la morte della donna amata dal Carisendi, “madonna Catalina”; triste evento per cui il nobile protagonista bolognese ‹‹si dolfe molto, ultimamente dicendo: “Ecco, madonna Catalina, tu se’ morta: io, mentre che vivesti mai un solo sguardo da te aver non potei: per che, ora che difender non ti potrai, convien per certo che, così morta come tu se’, io alcun bascio ti tolga”››. Così, con il solito stile semplice, diretto ed ironico, il Boccaccio ci fa sapere che uno dei membri più in vista della famiglia dei Carisendi, disperato per la morte dell’amata, decise di rubare a questa un “ultimo” bacio introducendosi furtivamente nella sua tomba.

Perciò, continua la novella, ‹‹senza ristare, colà pervenne dove era sepellita la donna; e aperta la sepoltura in quella diligentemente entrò, e postolesi a giacere allato il suo viso a quello della donna accostò, e più volte con molte lagrime piangendo il basciò››. Ma Gentil Carisendi, dopo aver sperato, invano, di muovere a pietà la donna amata per una vita intera, una volta postosi a giacere con ella nella sua tomba, il nobil uomo bolognese scopre però di non potersi accontentare di un leggero ed effimero bacio.

È a questo punto della novella che emerge il grande talento del Boccaccio. Lo scrittore fiorentino riesce, allo stesso tempo, a giustificare messer Carisendi facendo ricorso all’ironia, senza però mai cadere nel volgare, e riuscendo a contenere tutta l’operazione in una sola frase, la quale rappresenta sicuramente il cuore della novella: ‹‹ (…) come noi veggiamo l’appetito degl’uomini a niun termine star contento, ma sempre più avanti desiderare, e spezialmente quello degli amanti (…)››.

Pertanto, ‹‹(…) avendo costui seco diliberato di più non starvi, disse: “Deh! Perché non le tocco io, poi che io son qui, un poco il petto? Io no la debbo mai più toccare né mai più la toccai”››. E quello che era iniziato come episodio di disperato romanticismo si trasforma, in poche righe, in una scena espressivamente forte ma tuttavia dipinta con ironia, una scena tale da far invidia al miglior Tarantino.

La leggenda su uno dei membri della casata legata alla torre Garisenda riserva ancora molti altri colpi di scena. Infatti, sempre seguendo l’istinto animale del nobil uomo bolognese Gentil Carisendi, il Boccaccio ci fa sapere che il messer, ‹‹vinto adunque da questo appetito, le mise la mano in seno: e per alquanto spazio tenutalavi gli parve sentire alcuna cosa battere il core a costei››. Madonna Catalina si scopre quindi essere ancora viva! E a partire da questo momento la novella prevede una complicata serie di eventi che conducono… Non è certo intenzione di chi scrive rovinare (“svelare” va bene per i film hollywoodiani) il piacere della lettura integrale della novella, riportando perfino la bizzarra ed inaspettata conclusione.

A questo punto però, caro lettore sin qui eroicamente giunto, imprudentemente correremo insieme il rischio di finire clamorosamente fuori tema: tu, mio compagno, non m’abbandonare proprio adesso! Si vorrebbe qui offrire, mettendo così in pericolo l’intera struttura dell’articolo, un breve aneddoto che testimoni l’opinione del Boccaccio sugli studenti della famosa Università bolognese. Boccaccio sicuramente non fu studente presso l’Alma Mater, ma ciò non gli impedì di essere a conoscenza della vita universitaria bolognese e di intuire l’influenza, sia a livello sociale che personale, degli studi universitari sui giovani dell’epoca.

Il prosatore fiorentino, come si evince dal passo estrapolato da una delle novelle del Decameron, già all’epoca fu capace di comprendere le conseguenze sociali date dalla presenza, all’interno della medievale Bologna, di una istituzione universitaria così importante e di livello europeo. Ti domandi perché caro lettore, perché divagare così? Ebbene è giusto che tu sappia che, dopo quasi un millennio, secondo la personale opinione di chi scrive, non molto è cambiato, e la riflessione del Boccaccio è quanto mai attuale. Ad ogni modo, questo il breve estratto da Decameron, Giornata VIII, novella IX:

Boccaccio 3‹‹(…) Un medico che a Firenze da Bologna, essendo una pecora, tornò tutto coperto di pelli di vai (“pelli preziose”). Sì come noi veggiamo tutto il dì, i nostri cittadini da Bologna ci tornano qual giudice e qual medico e qual notaio, co’ panni lunghi e larghi e con gli scarlatti e co’ vai e con altre assai apparenze grandissime, alle quali come gli effetti succedano anche veggiamo tutto giorno››.

Sperando che la lunga parentesi non abbia minato definitivamente la struttura dell’articolo, è giunto il momento di prender commiato. Ad esser sinceri, l’unica ragione che ha spinto a scrivere tutto questo, è stata la sola voglia di raccontare aneddoti e curiosità letterarie non troppo conosciuti (non oso dire ignoti!) sulla Bologna medievale. Aneddoti e curiosità che, secondo chi scrive, ancor oggi possono tornare alla mente quando, ad esempio, si incroci con lo sguardo la pendente torre Garisenda e risvegliare così un qualche interesse per i classici della letteratura italiana.

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