LA VIA EMILIA VISTA DAL 13 – Borgo Panigale

Il Pontelungo, il ponte che attraversa il fiume Reno e divide Santa Viola da Borgo Panigale, non è poi così lungo, e sebbene le quattro statue di sirene alle estremità ne ingentiliscano l’aspetto, non è nemmeno molto bello. Questo non significa che nelle vicinanze non si svolgano attività degne di nota. Infatti, nelle giornate di sole, dalle balaustre è possibile assistere alle partite di Rùzlôn (ruzzolone), che si svolgono su appositi percorsi chiamati treppi, tracciati nel sottostante terreno golenale. Tipico gioco bolognese simile all’hurling irlandese, rivaleggia col curling in quanto a stramberia.
Praticato già degli Etruschi, consisteva nel lanciare una forma di pecorino stagionato lungo una cavedagna. Obiettivo dei giocatori, divisi in squadre, era di lanciare il più lontano possibile il formaggio, senza farlo uscire dal tragitto stabilito, partendo dal punto in cui si era arrivati col tiro del precedente compagno. La squadra che terminava il percorso col minor numero di colpi si aggiudicava la forma di cacio utilizzata per il gioco. Oggi al posto del pecorino si usa un disco in legno di 26 cm avvolto da un spago di canapa, ma le regole sono le stesse. Praticamente, un gigantesco yo-yo ante litteram. Ingegno umarell batte multinazionale americana e scopettine scozzesi 2-0.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAGiocatori di Rùzlôn sui treppi. Il disco è stato appena lanciato.

Superato il ponte, il 13 entra nel quartiere Borgo Panigale, ex-comune autonomo, accorpato dal governo fascista alla città di Bologna nel 1937. Ben presto il quartiere si espanse sino a diventare il secondo più grande dopo Santo Stefano. Ai tempi del PCI, si trattava, insieme a Corticella, del quartiere più “rosso” della città, quindi d’Italia, quindi d’Europa e di tutto l’emisfero occidentale. Dai paesi del Patto di Varsavia, numerose delegazioni estere, dal Pcus ai Vietcong, si riunivano in convegno coi militanti locali nelle Case del Popolo e nelle sezioni.
Oggi di russi e vietnamiti non se ne vedono più, ma in compenso, almeno in questo primo tratto di via Emilia, abbondano i cinesi, gli slavi, gli indiani e tutti i rappresentanti di quei popoli che raggruppiamo a torto sotto il bonario nome di Pachi. Ignoranti (nel senso che ignorano, come direbbe Aldo) delle perdute atmosfere dei Bar Sport di periferia, dei CRAL, dei circoli ARCI e di quella criminalità locale spicciola, rude ma formativa, che era diretta espressione di adolescenze selvagge e forniva un ottimo esempio di educazione negativa, i trapiantati hanno portato con loro l’oggetto più nefasto che si possa immaginare: l’insegna in plastica, riverbero di un capitalismo asfittico e malato che ha svuotato di senso i loro paesi d’origine e ora, giustamente, si vendica su di noi.
Ne sono pieni i bar e gli alimentari al pianterreno delle case anni ’60, le pizzerie da asporto nelle vecchie case contadine del Seicento, alcune delle quali addirittura merlate, gli empori cinesi, i locali sotto i portici ottocenteschi dei palazzi signorili, i negozietti d’occasione, i BetNow. Si salvano le banche e le ville, abitazioni private di una grazia tale che solo in Italia possono passare ignorate. Le guardo dal finestrino dell’autobus e penso a come dovesse essere bello prima della guerra, tutto case basse rosse e ocra, case coloniche, ville turrite, fienili, bestie e intorno prati e grano. Poi penso ai calli sulle mani di mio nonno, e al progresso che essi stessi si costruirono per sfuggire alla miseria contadina e alla vita da solfanaio o da bracciante, mentre io mi lamento di un sedile scomodo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna delle ville signorili sulla destra del ponte

Mentre i vecchi si lamentano dei propri sedili scomodi, il 13 supera la sede storica della Distilleria Fabbri risalente al 1905 e affronta tisico la salita del secondo ponte verso la Borgo Panigale vera e propria. Il ponte oltrepassa la ferrovia Bologna – Vignola e per questo motivo è chiamato da tutti Ponte della Ferrovia. Le arcate più piccole sono state utilizzate negli anni come sede per magazzini, negozi, attività commerciali legate alla ferrovia e forse persino come case o rifugi temporanei. Su una vetrina è ancora visibile la scritta “fabbro”. Sotto alla più spaziosa ci sono i tavolini della Taverna dei Picari, dove le posate non esistono e si mangia a mani nude. Nel muro di mattoni che costituisce il corpo del ponte si aprono a intervalli regolari come dei pertugi, degli oscuri e angusti passaggi pedonali che sbucano dall’altra parte della strada. Sulla destra, a pochi passi dal ponte, si trova un pittoresco gruppo di case antiche disposte a rettangolo. Probabilmente si tratta di una vecchia frazione poi inglobata nel tessuto urbano dallo sviluppo postbellico. Le case serrate le une alle altre, gli affastellamenti di finestrelle, balconcini e muretti, le viuzze labirintiche, i muri screpolati e i cortili sterrati danno l’idea di essere in un borghetto a sé stante. Idea che non dev’essere lontana dalla realtà, se gli abitanti hanno apposto a una delle entrate una grande targa con scritto “Borghetto Panigale”.
Di fronte al “Borghetto” attirano l’attenzione i graffiti sui muri della stazioncina locale e su quelli dell’adiacente Parco dei Pini. Tra le altre si legge la tag Pazo, uno dei fondatori della crew PMC. La stazione, oltre ad altre zone del quartiere, è stata lo sfondo per alcuni video dell’Arena 051, uno dei collettivi hip hop attualmente più validi d’Italia (aka spaccano di brutto. Andate alle loro serate).

OLYMPUS DIGITAL CAMERAConiglio mannaro al Parco dei Pini

Oltre il ponte ch’è (non più) in mano nemica non si vede tutto il bene del mondo, ma un più prosaico cavalcavia dell’autostrada, sotto i cui piloni ai lati della strada languono auto rottamate e rifiuti vari. Alcuni anni fa vi fu ritrovato addirittura un cadavere.
Il 13 sfila accanto a concessionarie di auto, ristoranti, dimore signorili, case popolari e hotel, fino alla fermata della chiesa di Santa Maria Assunta, costruita nel 1632. All’interno si conservano opere dei Crespi, Andrea Sirani e del Mazza. A sinistra, tra la chiesa e i negozi dei fiorai, un viale alberato di cipressi conduce al cimitero di Borgo Panigale. Sulla strada si affacciano le case del nucleo storico del quartiere, della stessa epoca della chiesa. Il condominio prima dell’incrocio tra la via Emilia e via Cavalieri Ducati, in cemento armato e mattoni nudi, riassume in venti campanelli il carattere del quartiere e dà al passante quella invincibile, affascinante idea di trovarsi ad Harlem o a Isola Capo Rizzuto. Al piano terra una mesticheria, l’ Autoscuola Grandi, lo storico negozio di vestiti Pulga, la pizzeria kebabberia Italbangla e l’Osteria dei Quattro Gatti, che consiglio caldamente.
Dopo l’incrocio si entra nel Villaggio Ina Casa, una specie di “quartiere nel quartiere” sorto nel 1953, destinato agli sfollati delle campagne e delle zone collinari, come al nuovo flusso migratorio proveniente dal Meridione. Nel giugno del 1949 l’Ina-Casa destinò alla città di Bologna la somma di 300 milioni da adibire alla costruzione di case per lavoratori in base al piano casa Fanfani. Il progetto, prevedeva una “borgata autosufficiente” con oltre 900 appartamenti, edifici commerciali e ricreativi, il mercato, il centro sportivo, la chiesa, la scuola, l’asilo, il giardino pubblico. Il risultato è una zona ricca di verde e luoghi di aggregazione, coesa e unita.
Sulla strada, in pochi metri, troviamo l’entrata della Ducati Energia (che non è la Ducati Motori), la vecchia balera Drago Verde oggi ristorante, l’imponente palazzo di vetro della Twinenergy, la sede dell’IBM e la gigantesca scritta COOP della prima Ipercoop di Bologna.
Dopo l’Ipercoop il 13 descrive una curva a radicchio attorno alla baracchina dei gelati, passa affianco all’asilo e alla biblioteca e lentamente, vuoto di gente e pieno di sonno, si assopisce al capolinea di via Normandia. Gli autisti bevono un caffè veloce e comprano il giornale. Io scendo e prima di andare a casa getto un ultimo sguardo alla via Emilia. La strada del console Emilius Lepidus dove ancora ruggisce la Mille Miglia, taglio netto nel west campagnolo, Route 66 della Frontiera Padana.

Tanti e tanti anni fa, quando ero un ragazzino, si correva in Italia una gara automobilistica su strada aperta, la Mille Miglia. […] A Borgo Panigale, seduto tutto solo su un muretto, davanti al cancello di una villa molto vicina alla strada, aspettavo con emozione. […] Un ricordo. Un ricordo da niente, naturalmente. Ma anche allora ho pensato, con la infantile meraviglia che mi accompagnava in tante occasioni, che le macchine velocissime lì passavano perché Bologna era il centro del mondo. Era il centro del mondo. Un passaggio obbligato, dovuto alla signora del regno.

A quel tempo, da noi, c’era ancora un re.

Roberto Roversi, poeta bolognese.

2 Risposte

  1. 19 giugno 2016

    […] /n/ top. altri nomi del quartiere periferico Borgo Panigale, di cui abbiamo parlato in dettaglio qui, coniati dalla scena HipHop locale in riferimento al lauto consumo di droghe […]

  2. 29 luglio 2017

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