Al semaforo di Viale Pertini gli autisti si guardano dai casseri degli autobus, divisi da un braccio di carne, gomma, acciaio e vetro, immobile e luccicante. Li separa una bestemmia lunga dieci minuti. Come galeoni in manovra d’abbordaggio, per alcuni secondi i 13 si affiancano uno all’altro attraversando l’incrocio. I visi tesi di chi è in ritardo per il lavoro si riflettono in quelli stanchi di chi torna finalmente a casa. Le colubrine sparano linguacce di bambini, occhiate torbide e sorrisi di ragazza. Superata la marea rombante, il 13 entra nella zona di Santa Viola, parte insieme alla Barca del quartiere Reno. Il traffico procede placido e il profilo delle coste si staglia nitido oltre i finestrini.
Subito sulla sinistra si incontra la Sabiem, storica azienda bolognese produttrice di ascensori, che trasferì qui la sede centrale negli anni 30′ del novecento. Per quasi ottant’anni ha costituito un volano economico fondamentale per il territorio, sino all’acquisto da parte della multinazionale svedese Kone nel 2008. Dopo poco tempo l’azienda ha dichiarato fallimento a causa di una delocalizzazione della produzione. la Sabiem è stata smembrata, la sede storica chiusa e abbandonata. Chiunque prenda il 13 abitualmente ricorderà probabilmente gli striscioni appesi alla recinzione e i picchetti di operai davanti ai cancelli. Oggi, di quelle proteste resta solo qualche brandello di lenzuolo tra i rovi del viale alberato che dalla via Emilia conduce all’entrata principale. L’architettura anni ’30, gradevole agli occhi, costituisce un romantico esempio di archeologia industriale. I senzatetto vi hanno trovato rifugio e i ragazzini del luogo un modo eroico per sbucciarsi le ginocchia.
Fortunatamente, vi è un progetto di rigenerazione urbana per riqualificare gli spazi in disuso. Una parte dell’ex-stabilimento industriale è stata recentemente trasformata nell’Opificio Golinelli, una cittadella della scienza aperta alla cittadinanza tutta, contemporaneamente centro di ricerca e laboratorio didattico – formativo per bambini, studenti e insegnanti. I restanti quasi tre ettari (la parte che dà sulla via Emilia), saranno adibiti a verde pubblico e alloggi privati.

OpificioGolinelliEsternoIl nuovo Opificio Golinelli negli spazi dell’ex-Sabiem

Dall’altra parte della strada, poco prima della trattoria Zita, troviamo la via Berretta Rossa. Qui, nel 1975, nacque l’omonimo Berretta Rossa, primo centro sociale occupato di Bologna (poi demolito per fare spazio a viale Pertini), capostipite dei celebri Isola del Kantiere, Livello 57, TPO e Crash e dei recentemente sgomberati Atlantide e Bartleby (per chi voglia approfondire, consigliamo la lettura del libro Berretta Rossa – storia di Bologna attraverso i centri sociali di Serafino D’Onofrio e Valerio Monteventi).
Proseguendo, ci si imbatte nel forse unico blocco di edifici dichiaratamente e sfacciatamente moderno. Sulla sinistra, appaiono in successione il supermercato Esselunga (in terra di Coop, vissuto quasi come un’invasione Lumbard nella bolognesità), un gigantesco cubo bianco non meglio identificato e un condominio grigio rosso e giallo che sembra di lego. In un contesto di vecchie case contadine e popolari, caseggiati ottocenteschi, villette aristocratiche e palazzi anni ’60 (come in via Saffi), detta soluzione urbanistica spicca certamente, non sta a noi dire se nel bene o nel male.
Passando oltre la lumaca viola e i delfini rossi dell’Atlantide Restaurant, all’incrocio tra la via Emilia e Via Battindarno, ecco uno dei tanti palazzi notevoli affacciati sulla via Emilia. Dalla parte opposta della carreggiata, addossato alla chiesa di Cristo Re e all’asilo annesso, uno scorcio di sapore Andaluso. Pochi metri più in là, una delle forse due macellerie equine della città.

andalusiaUno scorcio di Andalusia in terra d’Emilia. Immaginatelo col sole

Deviando per alcuni passi su via Battindarno e svoltando a sinistra, poco prima della targa posta dove sorgevano le fonderie Parenti, prime fonderie di Bologna, ci si imbatte in un casamento di due piani lungo e basso. Sulla parete una targa ricorda i natali di un’antica gloria locale (e mondiale). Si tratta di Valla Trebisonda detta “Ondina”, prima donna italiana medaglia d’oro negli ottanta metri a ostacoli alle olimpiadi di Berlino 1936.

Torniamo sulla via Emilia. Il chilometro successivo è un susseguirsi di pompe di benzina, “chiuso per fallimento”, hair stylist, case coloniche, compro oro, vecchie case popolari e nuovi condomini e condòmini, pizzerie da asporto, banche, case cantoniere, fabbrichette. Nei bassifondi di una strada chiusa, uno strip club abusivo oggi abbandonato. Il 13 procede a singhiozzo, le zdaure si lamentano dei ragazzini e i ragazzini delle zdaure. Gli immigrati gridano “ferma capo”, ogni tanto sale un matto.
Se le radicali trasformazioni subite dalla via Emilia negli ultimi settant’anni hanno incrinato l’armonia, perlomeno estetica, tra mondo contadino, operaio e piccolo borghese, basta immergersi in una delle vie laterali (via Pinturicchio, via del Giglio, via del Cardo, via della Viola), per ritrovare l’aspetto che il quartiere doveva avere fino alla seconda guerra mondiale.
Come in via Montello tornano le villette, le case contadine, le cancellate liberty, i balconi fioriti e le foglie somme delle palme nei giardini silenziosi. All’angolo tra la via Emilia e via del Cardo ecco uno dei luoghi da tenere a mente nel nostro viaggio: si tratta di un palazzotto di inizio novecento, interessante sia per la sua architettura, innegabilmente bella, con quelle terrazze e il baldacchino esterno in ferro battuto, sia perché qui visse e lavorò per quasi dieci anni l’artista Andrea Pazienza, disegnatore, pittore, poeta minore. Dal 1975 al 1984 questa fu la casa, oltre che di Pazienza, anche del suo alter-ego Pompeo, protagonista della storia “Gli ultimi giorni di Pompeo – fino all’estremo”.

pompeoUna delle tavole de’ “Gli ultimi giorni di Pompeo”

La fioraia, il macellaio e il cinema non esistono più. Il bar è stato trasformato in una sala slot inaccessibile dall’esterno, attorno a cui gravita un microcosmo di disoccupati, nullafacenti, tossici, sbandati, immigrati, criminali veri o presunti tali.
Sui marciapiedi i moderni Pompeo, mescolati alla gente comune, si accalcano alle fermate. Dopo l’incrocio con via Agucchi e via Speranza (in fondo alla quale si trova il MAST: Manifattura di arti, Sperimentazione e Tecnologia), subito prima del ponte del Reno, si apre su entrambi i lati della via Emilia una specie di piazza, animata dalla presenza di numerosi negozi italiani e stranieri e da un mercato rionale.
Sulla destra, le finestre del nucleo storico di Santa Viola guardano quelle di un complesso residenziale costruito negli anni 2000, che si estende per alcune centinaia di metri parallelo al corso del fiume. La posizione delle abitazioni più antiche può dirci molto su quanto il Reno fosse fondamentale per la popolazione. Ancora fino agli anni quaranta birrocci trainati da buoi trasportavano la ghiaia dal fiume verso la città, i brozzai riposavano i cavalli nelle osterie prima del ponte e la canapa si coltivava abitualmente. Nel Reno si faceva il bagno e molti vi pescavano. Dopo la guerra, durante la quale il ponte fu pesantemente bombardato, attorno al fiume si creò un mercato nero di materiale bellici, armi abbandonate e metallo in genere. Sulle rive e sotto le arcate sorsero baracche e insediamenti provvisori di cui rimane ancora qualche traccia, del tutto simili alle baracche dei nomadi ruspate via qualche anno fa.

baracca

Baracca sulla riva del Reno

Da questo ponte sono passati tutti, dai romani ai tedeschi in ritirata. Noi, che non siamo da meno, lo attraverseremo ugualmente, ma non prima del prossimo articolo.

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