Quando ho comprato Lascia stare la gallina sono rimasta interdetta. Il primo approccio con un libro
avviene sempre attraverso la copertina, in questo caso morbida, in cartoncino, e con il suo peso: un
tomo. La copertina generava piacere tattile, poiché gli amanti dei libri portano i libri ovunque il
livello di flessibilità della copertina aumenta il grado di apprezzamento verso l’opera. Il peso invece
generava in me disappunto, mi ero immaginata un libro piccolo, ma consistente, simile alla prima
opera dell’autore della gallina.
Portato il libro a casa, cercando di non pensare alla schiena che già si vendicava contro
quell’acquisto, ho cominciato a sfogliarlo alla ricerca di succulente informazioni sul suo creatore.
Purtroppo anche questa volta sono rimasta delusa, la terza di copertina riportava solo qualche
notizia sporadica, non mi rimaneva che avventurarmi nella lettura per cercare di conoscere meglio
l’autore.
La storia narrata è quella di Salvatore Petrachi, scalatore sociale compulsivo, pappone o ristoratore
all’occorrenza; è il classico stereotipo dell’uomo meridionale, immagine che lui stesso alimenta
calcolando ogni cosa in base alle proprie misure anatomiche. Coprotagonista della vicenda è Adamo
Greco, amico di Salvatore con cui condivide diversi affari oltre che la proprietà del ristorante. Cocoprotagonista
sono i coetanei o ex coetanei dello scrittore: la gioventù affumicata d’Italia. Studenti
universitari in vacanza, spacciatori locali e forestieri, ragazze alle prese con relazioni inutili, altri
studenti universitari in vacanza, giornalisti ingenui convinti che digitare sulla tastiera di un
computer possa cambiare lo scorrere degli eventi, disoccupati. La descrizione di questa umanità
giovane è talmente pertinente che per le prime 100 pagine ero convinta fosse la vera protagonista
della narrazione.
La scenografia è il Salento, divenuto la Milano marittima meridionale attraverso l’unione di
tradizioni più o meno esistenti e divertimento notturno, ovvero pastina in brodo d’estate,
rotolacampo in inverno , risulta essere un ottimo punto di osservazione per descrivere le dinamiche
della penisola italiana. Mentre veniamo trascinati nella vita frenetica di Salvatore e Adamo, con la
scusa di risolvere un fatto di sangue, la narrazione si apre a uno spaccato d’Italia. Tematica cara a
Quit, di cui si era già occupato in alcuni articoli pubblicati per Linkiesta e Vice e nel suo primo
libro. Attraverso l’utilizzo del reportage e del longform journalism, due forme descrittive che
testimoniano la volontà dell’autore di allontanarsi dalla narrazione ufficiale che dedica le prime
dieci pagine dei quotidiani al gossip politico, niente di più lontano dalla vita degli italiani.
Con Lascia stare la gallina Quit passa dal reportage al romanzo, ma conserva la sua capacità
d’analisi delle vicende italiane e sfrutta la narrazione coinvolgente del genere per parlare di
tematiche poco gradite e per questo meno note, ma che fanno parte della storia italiana. Dalla
corruzione al traffico d’armi, dalla politica alla ‘ndrangheta, fino al regionalismo che sembra
trasformare l’Italia da repubblica parlamentare a repubblica federale.
Grazie alla narrazione travolgente e la pregnanza delle tematiche trattate ho terminato di leggere il
libro in una settimana (anche se non mancano pagine dedicate all’amore, ma non pensate a sbrodoli
vadovediportailcuore), quindi non c’è da preoccuparsi, è un finto tomo.
Ma chi è Quit? La prima volta che l’ho incontrato è stato sulle pagine di Vice, scriveva degli articoli
satirici in cui esponeva cause ed effetti del tema trattato, insomma traduceva in ragioni e
motivazioni quelle che per me erano solo sensazioni. Purtroppo si firmava come Quit the doner,
pseudonimo che aumentava il fascino intorno alla sua figura, come minimo doveva possedere un
paio d’ali e saper volare (l’origine dello pseudonimo risale a un periodo di carestia in cui si nutriva
solo di kebab, fatto che gli causò seri problemi intestinali, la fonte è l’autore stesso). In seguito,
grazie alla fama acquisita con l’articolo 5 buone ragioni per non votare Grillo, che vinse
Macchianera Italian Awards 2013, cominciarono a emerge maggiori notizie, si chiama Daniele
Rielli, è laureato in filosofia, vive a Bologna (notizia che mi causò lo strabuzzo delle orbite per
almeno una settimana mentre giravo sotto i portici), non ama apparire, preferisce che i suoi scritti
vengano letti senza pregiudizi.
Buona lettura, il costo del libro equivale a tre birre da Lortica.

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