Liberi di non credere? Meglio farlo sottovoce!

0
285

silenzio-565x250

Afferma che “Dio non esiste” e rischia una condanna per vilipendio.

Sembra una di quelle vicende da caccia all’eretico, relegata nei libri di scuola, eppure ciò è successo poco tempo fa a Papozze, un comune in provincia di Rovigo.

Nel giugno del 2009 Manlio Padovan, referente provinciale dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), fece affiggere, regolarmente, dei manifesti con uno dei tipici slogan dell’associazione. “La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno”, recitavano i cartelloni. Tutto questo non è andato giù ai residenti della zona che si affrettarono a renderlo noto alle forze dell’ordine, le quali intervennero tempestivamente a defiggerli e a trasferirli all’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Rovigo. Ne scaturì un’azione penale a carico di Padovan, sottoposto alle indagini per i reati di cui all’art 403 cp (“Offesa ad una confessione religiosa mediante vilipendio di persone”) e all’art. 404 cp (“Offesa ad una confessione religiosa mediante danneggiamento di cose”). Il caso, dopo alcuni anni, venne archiviato e Padovan, prosciolto. Ciononostante nella sentenza di archiviazione il pm, che con riguardo all’art 404 cp, inevitabilmente ha dovuto ammettere l’assenza della condotta, per mancanza di danneggiamento alle cose, in relazione all’art. 403 cp ha mostrato una presa di posizione sconfortante per tutti i visionari di un’Italia laica ed estranea a favoritismi di tipo religioso.

Nonostante non fosse dimostrabile che Padovan volesse offendere direttamente i cattolici, quei manifesti avevano “un indubbio contenuto offensivo nei confronti della popolazione di Papozze di culto cattolico”. Secondo il pm tendevano “indubbiamente a rappresentare il religioso come un ingenuo credulone, così ledendo l’intimo diritto di ognuno a sentirsi libero di professare, anche in pubblico, la propria fede”.

Ebbene, dopo quanto successo c’è da chiedersi chi dei due dovrebbe sentirsi più offeso: i cattolici, per un cartellone che neppure li interpellava direttamente? Oppure gli atei e agnostici, che si sono visti strappare (nel vero senso della parola) il diritto a manifestare liberamente le proprie opinioni in materia religiosa, poiché, come dimostrano i fatti, ritenute aprioristicamente offensive? Ma si sa, come anche fa notare Michele Serra, su Repubblica, “credere in Dio munisce i fedeli di un bonus di suscettibilità dei quali l’ateo non dispone”. E non bastano le norme costituzionali sull’eguale libertà di tutti i cittadini senza distinzione di religione (art. 3 Cost.) e di eguale libertà di tutte le confessioni davanti alla legge (art. 8, 1° co., Cost). Non bastano neppure le pronunce della giurisprudenza costituzionale, che da tempo sottolinea l’inaccettabilità di ogni tipo di tutela differenziata basata “soltanto sul maggiore o minore numero degli appartenenti alle varie confessioni religiose” (Sent. 925/1988) . Neppure ci si può nascondere dietro la “maggiore ampiezza e intensità” delle “reazioni sociali” che potrebbero scaturire da un’offesa alla religione, visto che il sentimento religioso “non è divisibile” (sent. 329/1997).

Si palesa, senza eccezione, un meccanismo giuridico perverso che consente di sottomettere il principio di uguaglianza, da sempre guarentigia della tutela delle minoranze, alla protezione delle religioni più potenti. Un’incoerenza che consente di ammutolire tutte quelle voci minoritarie (rispetto alla cattolica e chi se no?), tagliate fuori dalla vita pubblica con la scure di un diritto sempre più politicamente orientato alla tutela della sola “religione di maggioranza”. Perseverando questi episodi, la democrazia in Italia continuerà ad essere la solita ombra che tremola dietro un vetro, offuscato dalla discriminazione e dal soliloquio delle maggioranze.

di Erika Malatini