Oltre 100 anni dopo, la grande rivincita di Puccini.

Laura Pedersoli 

17 febbraio 1904. 28 maggio 1904. 4 dicembre 2016.

Sono tre date di altrettante prime teatrali che vedono in scena la medesima opera: Madama Butterfly di Giacomo Puccini.

La sua prima rappresentazione assoluta, nel febbraio 1904 al Teatro alla Scala, si rivela un fiasco. «Pubblico ha accolto male Butterfly, io però sono tranquillo nella mia coscienza di artista. Saluti. Puccini» recita un telegramma spedito dal compositore lucchese all’indomani dell’insuccesso. «Stetti sul palcoscenico come su di una graticola rovente,» racconta il librettista Luigi Illica in un’intervista del 1908, ricordando quell’infausta serata «e quando il pubblico dal loggione si abbandonò ai più feroci sghignazzamenti, misti da voci […]per poco Puccini non mi svenne tra le braccia.»

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Uno dei manifesti per la prima rappresentazione di Madama Butterfly (1904)

E’ così che l’autore, con il suo editore Ricordi, fa ritirare la Butterfly in calendario alla Scala, la modifica parzialmente e la ripresenta pochi mesi dopo al Teatro Grande di Brescia. E’ il solenne evento inaugurale dell’Esposizione bresciana del 1904 e ad esso presenziano anche i sovrani italiani Vittorio Emanuele III e Elena del Montenegro. Scrivono le cronache bresciane dell’epoca: «…Puccini ha avuto ieri sera causa vinta, trionfalmente vinta. Sette bis, venticinque chiamate… […] poche volte ci si è trovati di fronte ad un successo così immediato…» E il compositore rivolge alla Deputazione del Teatro Grande parole piene di gratitudine: «Già due volte Brescia, la colta e gentile, mi ha fatto accoglienze che saranno per me incancellabili. Con animo commosso vorrei pur far sapere al pubblico i miei sentimenti e ringraziare di tutto cuore[…] tutti infine coloro che vollero gentilmente darmi un ricordo carissimo e prezioso per me.»

Com’è possibile che in soli tre mesi la reazione del pubblico sia completamente cambiata?

Diverse testimonianze attendibili dell’epoca sembrano sostenere che l’insuccesso sia stato architettato a tavolino dai detrattori del compositore che hanno voluto, con gli schiamazzi e le grida, impedire al pubblico di ascoltare la sua musica. Non si tratta peraltro di un episodio isolato, visto che anche Il Barbiere di Siviglia di Rossini è stato stroncato da un fiasco preordinato alla sua prima rappresentazione.

E il 4 dicembre di quest’anno?

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Locandina dell’Anteprima riservata ai Giovani di Madama Butterfly (4 dicembre 2016)

 

Madama Butterfly è il titolo della Prima della stagione scaligera 2016/2017 che si è tenuta il 7 dicembre. Il Maestro Riccardo Chailly e il regista Alvis Hermanis hanno voluto scommettere nell’intrinseco valore della prima versione di Butterfly, quella scaligera del febbraio del 1904, riproponendola in quest’occasione e concedendole una possibile rivincita, proprio nel teatro che la vide cadere.

E l’atmosfera che si respira in sala domenica 4 dicembre, in occasione dell’Anteprima riservata ai giovani della Prima, è davvero difficile da esprimere. Non è facile descrivere lo “spettacolo nello spettacolo” di duemila under 30 che al termine della recita si alzano in piedi e cominciano, con foga, a battere le mani. I minuti passano, le mani un po’ dolgono, ma bisogna ringraziare degnamente ciascuno degli artisti. Una rappresentazione davvero emozionante, con scenografie capaci di trasportare lo spettatore in un “vero”  Giappone di inizio Novecento; le coinvolgenti e immortali note di Puccini e la struggente aria “Un bel dì vedremo”. Tutti questi elementi, mirabilmente fusi insieme, danno vita al “miracolo”. Quel “miracolo” che accade ogni volta che una storia messa in scena colpisce così profondamente l’anima e ci sembra così ben costruita, da far nascere in noi la smania di accorrere sul palcoscenico in difesa degli eroi, dei “buoni”. In questo caso, della bistrattata protagonista.

E’ lei, Butterfly, geisha di quindici anni, illusa nella sua candida ingenuità dall’arroganza e dalla spavalderia del tenente americano Pinkerton che finge di amarla, raggirandola sui propri sentimenti. E una volta soddisfatti i piaceri della carne l’abbandona a una vita  solitaria e di stenti per tornare in patria e unirsi a una “vera sposa americana”. Cio-Cio-San (questo il vero nome della protagonista) continua a sperare, nonostante passino gli anni, che Pinkerton torni a farle visita e così effettivamente accade. Ma il tenente è già convolato a nuove nozze ed è tornato solo per strapparle l’unico bene che le rimane, il figlio che hanno avuto insieme, e crescerlo con lui. Per compiere la triste incombenza non ha nemmeno il coraggio di presentarsi di persona a Butterfly, ma manda in ambasciata Miss Pinkerton. Cio-Cio-San vede sgretolarsi in un colpo solo vita, passioni e desideri. La sua ingenuità da “bambina” lascia il posto a un risoluto coraggio. Col pugnale usato dal padre per compiere l’harakiri pone fine ai suoi giorni, dopo aver raccomandato al figlio: «guarda ben fiso, fiso di tua madre la faccia!… che te n’ resti una traccia!»

Una grande storia d’amore e una grande storia di morte, quella che va in scena nella magnifica serata del 4 dicembre. Non solo. Anche il racconto di due mondi, quello occidentale, rappresentato da Pinkerton, colonialista e alla fine vincitore, seppur in modo in vile, e quello orientale, incarnato dalla fragile Butterfly, che esce sconfitto, ma con onore. La protagonista arriva per amore a rinnegare le sue origini, la religione, le tradizioni e i rituali della sua Patria. Si occidentalizza in modo quasi esasperato. Il suo è un lento sgretolarsi e perdersi, consumandosi nella vana attesa dell’amato, che la soprano Maria Josè Siri, sua interprete sul palco, sa rendere molto abilmente.

L’uomo in cui Butterfly ha riposto ogni fiducia e affetto la rinnegata, abbandonandola al suo destino. Ma a questo punto, la ragazza mostra, per così dire, gli artigli. Sveste gli abiti americani e con la sola vestaglia inizia il suo harakiri. Si riprende ciò che è suo, le sue origini, la dignità e il coraggio di scegliere. In scena, volute dal regista Hermanis, diverse figure vestite di bianco, figure immaginarie, la aiutano nell’arduo compito di porre fine ai suoi giorni.

Le scenografie e i costumi si rivelano di scelta squisita e raffinata. La decisione del regista di ricostruire il più fedelmente possibile il Giappone di inizio Novecento si dimostra in pieno accordo con il verismo che Puccini ha sempre cercato di conferire alle proprie opere, a partire dal colore musicale. Per il primo atto di questa tragedia, ad esempio, il compositore ha inventato diversi temi utilizzando scale orientali. Nella serata del 4 dicembre sul palcoscenico si dispongono, in modo da formare una tradizionale abitazione giapponese, diversi pannelli scorrevoli costituiti da una struttura esterna di legno e da carta di riso, materiale che rimanda alla fragilità di Butterfly. Il gioco sapiente dei pieni e dei vuoti creato spostando di volta in volta i pannelli nonché l’alternanza di buio e luci proiettate su di essi genera effetti sorprendenti e innovativi. Talvolta, per accompagnare ciò che accade in scena e scandire il tempo, vengono proiettate sui pannelli immagini ricavate o ispirate a quelle delle stampe ukiyo-e. Si tratta delle xilografie che comunemente chiamiamo “stampe giapponesi” e al cui genere appartengono le celebri trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai.

Ma non finisce qui. Per rendere con ancor maggiore aderenza storica quel Giappone, il regista compie un’altra scelta fondamentale. Tutti i personaggi nipponici, durante lo spettacolo, si muovono continuamente, assumendo pose ogni volta diverse e sottolineando con l’espressione del viso e la disposizione del corpo i propri sentimenti. Essi diventano così parte di un “mondo fluttuante” (che è appunto il significato italiano del termine ukiyo-e). Hermanis riprende questa gestualità e il moto continuo dal teatro Kabuchi, uno dei divertimenti irrinunciabili della popolazione urbana giapponese (i chonin) del periodo in cui è ambientata l’opera.

A questo profondo studio della cultura nipponica non può non accompagnarsi un’importante ricerca sulla prima messa in scena di Butterfly, nel febbraio del 1904. Un solo esempio su tutti. Maria Josè Siri, l’interprete di Butterfly, verso la fine del secondo atto si dispone a dormire, ormai stanca per la veglia in attesa di Pinkerton. E così facendo assume la stessa posa della Cio-Cio-San disegnata da Metlikovitz per una delle cartoline prodotte nel 1904 a presentazione dell’opera.

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Una delle cartoline di Metlikovitz per Madama Butterfly (1904)

Ottima infine la direzione di Chailly, grande appassionato di Puccini, e toccanti le interpretazioni della sopracitata Siri per Butterfly e di Annalisa Stroppa per Suzuki, serva della protagonista.

Ritornando a quegli applausi del 4 dicembre, vi dico che sono durati almeno dieci minuti abbondanti.

Ed ora immaginiamoci tra quei ragazzi in piedi, tra le luci sfolgoranti del Teatro alla Scala, verso le nove di sera del 4 dicembre 2016. Viene applaudita l’uscita dei comprimari, seguono una prima standing ovation per l’interprete di Suzuki, una seconda per l’interprete del console Sharpless. Gli applausi calano un po’ per Pinkerton (più per i difetti del personaggio che per mancanze del cantante, credo). Poi un nuovo scrosciare di battiti di mani e di grida “Bravo” e “Brava” all’ingresso sul palcoscenico di Maria Josè Siri e del Maestro Chailly. E con ancora il frastuono nelle orecchie e l’emozione nel cuore ci si avvia verso il foyer della platea e quindi all’uscita del teatro. Con buona pace di Puccini che ha finalmente avuto, nel “Tempio della lirica”, la sua meritata rivincita.

Come scrive Pascoli, dopo quell’infausto 17 febbraio 1904: “Caro nostro e grande Maestro/la farfallina volerà…”

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