Dopo avervi raccontato per sommi capi come ho vissuto la Thailandia (per chi volesse saperne di più: http://bolognabloguniversity.it/thailandia-the-road/ ) ritorno a scrivere del mio viaggio in Asia, che è proseguito verso sud, verso la Malesia e Singapore. Scesi dallo scomodissimo minibus che ci ha portato arrancante da Surat Thani (Thailandia) a Georgetown (Malesia), abbiamo avuto l’impressione di aver viaggiato per anni, arrivati in un paese lontanissimo e nemmeno riconducibile a quello che ci siamo lasciati alle spalle. Io e miei compagni di viaggio non ci saremmo mai immaginati che una linea immaginaria e qualche guardia alla dogana potessero dividere culture così diverse. Come insegna il saggio Tiziano Terzani, questo è uno dei numerosi vantaggi del viaggiare su terra, ritornare ad intendere le distanze, pazientare e abituarsi alle buche della strada e al sole che ti secca la bocca passando dal finestrino, e a passare come un corpo estraneo dai luoghi in cui si consumano le consolidate routine di culture talvolta molto lontane dalla tua. Tutto ciò si perde viaggiando in aereo. Un aereo non può sbagliare strada, non può bucare né fare incidenti, non si ferma in villaggi sperduti e dai suoi oblò non si può cogliere l’imprevedibile mutare del paesaggio, la sua morfogenesi. Chiudi gli occhi a Roma, li riapri e sei a Pechino. Le prime avvisaglie che stavamo lasciando la libertina Thailandia ci sono arrivate vedendo che per strada iniziavano a camminare donne con il velo, che la fisionomia delle persone era diversa, la pelle più scura e le barbe più lunghe.

 

La Malesia è una terra che è stata storicamente contesa da molti popoli, che hanno lasciato le tracce del loro passaggio rendendo il paese è fortemente multietnico, anche se la popolazione è formata principalmente da malesi e cinesi. Nelle grandi città in particolare, è evidente che le attività commerciali siano in gran parte gestite dai cinesi, mentre l’organizzazione amministrativa e la gestione politica sta nelle mani dei malesi. E’ interessante come queste due culture convivano, pur non amandosi per niente. Prima che la diaspora avesse inizio, la religione islamica era praticata in modo decisamente moderato dai malesi. L’immigrazione dei vicini di casa ha messo in discussione le loro origini, le loro tradizioni e il loro modo di vivere, motivo per il quale il governo ha deciso di promuovere politiche che radicalizzassero il culto musulmano, legandosi in questo modo alla propria diversità culturale ed evidenziando la loro distanza dalla quella cinese. Questa forzata estremizzazione del culto ha tuttavia portato ad un inevitabile arretramento sociale, e secondo alcuni la Malesia è, a oggi, uno dei paesi in cui opera capillarmente il Daesh con vere e proprie scuole di indottrinamento.

 

Georgetown
Arte di strada, Georgetown

La città di Georgetown si trova nello stato federale di Penang, un’isola affacciata sullo stretto di Malacca. Il centro della città mi è sembrato un incrocio stradale dove proseguendo dritto ti trovi nel bel mezzo dei souk di Marrakech, girando a destra sei catapultato nel retro bottega di un negozio di souvenir cinesi a Shangai , e andando a sinistra sei avvolto dai colori delle spezie di Nuova Delhi. L’arte di strada che ti segue per tutte le vie della città ti fa risentire un po’ l’odore d’Europa, infatti qualche anno fa il governo inglese ha delegato ad un artista lituano, Ernest Zacharevic, di dipingere i muri della città con l’obiettivo di rappresentare quest’ultima. Lo street-artist ha deciso di fare ciò pensando a disegni raffiguranti persone del posto che interagivano con l’architettura della città, il suo indubbio talento ha portato questi angoli di strada ad essere una vera attrazione per i turisti.

Il nostro viaggio è poi proseguito verso sud, verso il parco nazionale Taman Negara, passando per le Cameron Highlands, dove abbiamo risentito dopo mesi il fresco salire da sotto i vestiti. E’ incredibile fino a che punto, in così poco tempo, ci eravamo completamente dimenticati dell’esistenza del freddo, lobotomizzati da umidità e alte temperature. La cosa assurda di questa esperienza nel parco naturale, è che l’unico luogo in cui puoi prenotare una visita sono le Cameron Highlands, per interderci è come se per fare un tour guidato dei musei vaticani potessi prenotare solo da Reggio Emilia. Questa burocratizzazione è senza dubbio diretta a far conoscere questo posto, a permettere che piano piano diventi una meta conosciuta ai turisti e venduta bene dalle agenzie. Le Cameron sono facilmente riassumibili in piantagioni di tè, fragole e miele; questi tre prodotti infatti sono il simbolo dell’isola e ritornano puntualmente stampate sulle magliette che vendono nei fatiscenti bazar. Come il loro nome lascia intendere, si trovano a 1500 metri di altezza, e sono immerse in una fitta giungla che si arrampica lungo i lati delle alture. La ricca vegetazione che circonda il piccolo centro abitato offre ai più curiosi molti sentieri da camminare, non troppo faticosi, che rappresentano forse l’unica attività che si può praticare nel villaggio. Passati 3 giorni, dopo aver prenotato il trasporto e l’alloggio al parco Taman negara, siamo saliti su un furgoncino bianco con una simpatica famiglia Olandese e abbiamo lasciato il freddo per ributtarci nell’umidità della foresta pluviale.

 

Percorso sospeso tra gli alberi, Taman Negara
Percorso sospeso tra gli alberi, Taman Negara

Il parco nazionale Taman Negara é una bellezza della natura, gestita malamente dall’uomo. Per arrivare al nostro alloggio è stato necessario fare 3 ore di viaggio su quella che definirei una zattera a motore che trasportandoci rumorosamente lungo il fiume spezzava il suono irrequieto della vegetazione che ci avvolgeva. Nonostante le accattivanti premesse, se non fosse stato per la visita ad un villaggio indigeno locale e ad alcuni bei paesaggi, sarebbe stato una totale perdita di tempo, visto che gli animali esotici non sono pervenuti (tranne un tapiro domestico, 1 maiale e 3 gufi) e la meravigliosa cornice naturale non sembrava diversa da quella già vista in Thailandia e nelle stesse Cameron Highlands. Un’ottima pubblicità a volte fa la differenza. Salutato il parco, con il portafogli decisamente più leggero, siamo arrivati nella capitale del Paese: Kuala Lumpur.

Il primo marciapiede sopra al quale siamo scesi dal minibus apparteneva ad una strada del quartiere di China Town. La sensazione era quella di essere in un’altra Bangkok, street food, contrattazioni alle bancarelle e fiumi di persone.
La prima impressione viene schiacciata però dai grattaceli di downtown, le cui regine, le Petronas Towers, sono quelle che vedono più da vicino i soli mattutini e i fulmini pomeridiani, e ancora dalla pulizia delle strade e dall’impressionante efficienza delle reti di trasporto, invidiabili alle migliori città occidentali. Abbiamo trovato la capitale nel suo centro molto snob, viziata da un lusso non accessibile a backpackers o viaggiatori low-cost. Lontano dal modernissimo centro e dai grattaceli di vetro, si può visitare il posto, a mio avviso, più bello della città: le Badu caves. Caverne profonde decine di metri, incorniciate dalla classica vegetazione della giungla pluviale, che arriva a strapparti la borsa attraverso le mani dei macachi che la popolano.

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Parco botanico di Singapore


Il viaggio da Kuala Lumpur a Singapore è stato lungo, ma non particolarmente faticoso. Le nostre schiene e le nostre penzolanti teste addormentate avevano ormai preso confidenza con i minibus ed il loro intercedere inarrestabile. Entrare nella città-stato via terra è psicologicamente provante, infinite attese, dubbi sulle direzioni da prendere e centinaia di persone costipate in fila per poter accedere agli sportelli delle guardie che devono controllare documenti e valigie. Singapore è un gomitolo di grattaceli che non ha nulla a che fare con l’Asia per come l’ abbiamo vista noi, ci sono molti, troppi, uomini occidentali in giacca e cravatta e il prezzo della vita sale di cinque volte rispetto alla più costosa città incontrata finora. Le regole vengono rispettata rigorosamente, non si fuma per strada, non si mangiano gomme da masticare, non si può fare uno spuntino mentre si è in metro e sei un fuorilegge se attraversi la strada al di fuori delle strisce pedonali. Ci sono telecamere in tutta la città che tengono monitorata l’attività dei cittadini, un grande fratello che punisce con multe salatissime e con la violenza anche la più piccola trasgressione. Certo le strade sono pulitissime, il traffico assente e l’organizzazione meticolosa, ma a che prezzo? Ci eravamo prefissati di spendere 60$ per 3 giorni, non considerando che solo per l’ostello ne abbiamo dovuti spendere quarantacinque. I quindici dollari rimasti li abbiamo centellinati andando avanti pranzando e cenando con banane comprate nei supermercati. Una sfida lanciata a Singapore e ai suoi prezzi. Una sfida vinta.

 

Affamati abbiamo poi volato sul Mar Cinese Meridionale verso le lontane isole Indonesiane, salutando la Malesia dall’alto e dirigendoci, impreparati, verso le bellezze che avremmo scoperto nei luoghi e nelle persone che stavamo per incontrare nell’ultima fase del nostro viaggio.

 

Tommaso Bassi

 

 

 

 

 

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