AVVISO: Spoilers galore

È tempo di bilanci. Homeland si è concluso a pochi giorni dal Natale e si riaprirà nel 2015, probabilmente trascinandosi dietro la consistente marea di polemiche che la serie ha suscitato per la terza e la quarta stagione.

Se le prime due stagioni della serie avevano lasciato col fiato sospeso, senza mancare mai all’appuntamento col binge-watching e con l’ossessività tipica degli addicted al fenomeno seriale, è con la terza e la quarta che Homeland si è trasformato in un animale più complesso da gestire e apprezzare, sia per i creatori che per il pubblico. Per quanto occorre che denunci già da subito il mio amore incondizionato per le vicende di queste spie americane, non mi sento di negare alcuna legittimità ai molteplici disagi che l’evolversi della storia tra Carrie e Brody e per la storia di Homeland in generale hanno suscitato nella critica giornalistica.

Vari dubbi: la mossa spionistica che permette a Saul di “piazzare un’importante risorsa dentro un governo che è stato una scatola nera per trent’anni” e di guadagnarsi così l’appellativo di “Maestro” da parte degli stessi colleghi che poi lo scaricheranno peggio che uno stagista qualunque, l’epilogo senza rumore di vari affluenti ed emissari narrativi (la famiglia Brody, la storia degli avvocati e delle banche coinvolte nell’attentato a Langley della seconda stagione, il dilemma morale di Fara, l’affair di Mira con l’agente del Mossad) e soprattutto il bipolarismo di Carrie, condizione patologica che in nessun romanzo, in nessun mondo possibile renderebbero possibile non solo missioni ad altissimo rischio come quella a Teheran, ma in generale una qualsiasi operazione per conto della CIA, senza contare le sue immancabili insubordinazioni e improvvisate per salvare il suo amato o semplicemente fare di testa sua. Non solo Carrie è l’unica risorsa sul campo a Teheran, oltre all’ovvio Brody, incasinando un po’ tutto ma senza mai tradire una sorta di schema che esiste nella sua testa, ma ottiene anche in premio una posizione di preminenza a Istanbul (che poi diventerà magicamente Kabul, all’inizio della quarta stagione e Islamabad durante la quarta stagione) a differenza del ben più meritorio Saul Berenson, finissimo architetto dell’intera operazione e personaggio che incarna la classe e la spregiudicatezza di una vera spia da Guerra Fredda.

In un thriller politico di matrice spionistica come si deve questi sarebbero errori gravi, se Homeland si limitasse a essere solo questo. Tuttavia la serie è molto di più e in un certo senso molto di meno di questo. E’ una storia d’amore tra due incongrui personaggi che si trovano a essere immersi in un panorama politico decisamente più grande di loro. Fin da quando gli sceneggiatori hanno deciso di propugnarci questa linea narrativa mi sono trovato a chiedermi (probabilmente non sono il solo) dove avrebbe portato tutto ciò. E mi sono stupito di aver finito col ringraziare gli autori per aver creduto in questa discutibilissima scelta. Sinceramente non condivido alcuno dei disagi che la critica italiana (e straniera, visti i punteggi di Metacritic alle ultime due stagioni) ha pur legittimamente espresso nel considerare la validità narrativa della trama di Homeland. Ho il difetto di disinteressarmi alla logica e alla coerenza del racconto, se la forza emotiva dei personaggi e l’interesse che loro contraddizioni e i loro temi mi suscitano sono per me motivo di catarsi e riflessioni intorno a questioni che non avevo mai prima considerato – credo la chiamino originalità – e che in qualche modo trovo congruenti con la mia vita, o perlomeno con la mia visione del mondo prima e della narrativa poi. Senza contare che Homeland mi ha inchiodato al divano del mio amico Federico (con cui ho guardato la serie qui a Bologna, siccome lui ha una splendida tv, uno splendido salotto e una casa tutta per sé) come pochi altri show, film, libri hanno saputo fare. Non amo il genere (se non quando lo faceva Hitchcock) e probabilmente il mondo è pieno di altre storie anche più adrenaliniche e accattivanti, ma questo non toglie forza ai molteplici momenti in cui ho pensato Cazzo voglio diventare una spia.

Non credo che la logica e la coerenza di un racconto non siano importanti, ma credo che di questo passo si arrivi a una guerra tra posizioni che sembrano riferirsi a elementi di presunta oggettività pura, e in realtà sono alla base viziati da un pregiudizio che attiene più alle impressioni soggettive che alla reale consistenza logica di una trama. L’impressione che ho avuto nel leggere la maggior parte delle critiche rivolte a Homeland è che ciò che sotterraneamente non sia davvero piaciuto, o perlomeno abbia giocato un ruolo non secondario nel giudizio globale sulle ultime due stagioni, sia stato l’evolversi della storia d’amore tra i due protagonisti. È legittimo richiedere a una spy story di essere tale, al di là di ogni trama amorosa, ma non penso sia legittimo omettere dall’analisi qualunque rimando a essa storia e ai contenuti che veicola. Contenuti che ritengo fondamentali alla comprensione dell’intero progetto. Un giudizio di generale scontentezza si è portato dietro molte più cose di quelle che mi sarei aspettato. Non serve nemmeno tirare in ballo la relazione sentimentale tra Brody e Carrie. Homeland racconta una storia, una storia di uomini, non solo di spie. Prendiamo Saul: si è argomentato che il direttore ad interim della CIA non avrebbe mai continuato un progetto come quello che coinvolgeva Javadi, dal momento che sapeva che il posto sarebbe comunque andato all’inetto senatore Lockhart. Io credo invece che l’operazione di Saul sia il frutto di una vita votata al servizio della propria patria (non per nulla il titolo della serie), non di questo o quel governo. Oltre al fatto che Saul spiega in modo piuttosto chiaro il senso dell’intero progetto (Per anni – dice, parlando a Javadi – io e te abbiamo fatto il lavoro sporco, dietro le quinte, mentre uomini di poco spessore si prendevano gli applausi. E aspettavamo che arrivasse il nostro momento, ma col passare del tempo capimmo che non sarebbe mai arrivato. Ma adesso è arrivato, inaspettatamente…), non è per la gloria che vi attende. E non è solo il potere. Saul è un uomo pragmatico, un calcolatore spietato, ma attento all’aspetto umano delle cose complicate di cui si occupa. È un intrico di sogni continuamente disattesi, l’interrogarsi su una vita spesa a colpire e a essere colpiti, senza che nulla cambi, per l’insania ideologica dei vari governi avvicendatisi a Washington. Questo lo spinge a una maestria spionistica che ha dalle sue le ragioni del romanzo, non quelle della realtà (“We’re not making a documentary” – si è difeso Alex Gansa, e giustamente), ma che non discordano con le ragioni del personaggio, spinto da motivazioni che possiamo capire pur collocandoci anni luce dalla cultura in cui esso opera. Con questa breve analisi non intendo screditare chi ha storto il naso di fronte alle scelte dei creatori per la terza stagione, ma mostrare come possono vedersi in un’ottica diversa e altrettanto valida sul piano razionale.

Quinn e il giochetto col coltello
Quinn e il giochetto col coltello

Bene, ora che mi sono scrollato di dosso la pars destruens di questa recensione, posso passare a ciò che realmente mi interessa, ovvero alcune considerazioni in merito al personaggio che più mi ha colpito di questa serie, ovvero Nicholas Brody. In chiusura invece, parlerò brevemente dell’ultima stagione di questo capolavoro, visto che nel 2015 ci aspetta la quinta ed è bene tirare le somme sulla piega che Homeland sta prendendo e prenderà nei prossimi anni.

“I think Carrie Mathison is a strong enough character to be more of a single lead in a show” (Alex Gansa)

Qualunque considerazione in merito alla decisione degli autori di uccidere Brody mi pare oziosa. Alex Gansa ha spiegato bene le motivazioni sottese alla durata dell’ex-marine nella vita della serie. Originariamente scritturato per sette stagioni, Nicholas Brody (interpretato dallo straordinario attore britannico Damien Lewis) si è fermato alla terza, uscendo di scena senza rumore, ma lasciando ben più che un segno nella memoria degli eventi e specialmente in quella degli spettatori. Un mood, una malinconia particolare hanno sempre caratterizzato questa bizzarra figura, un uomo per certi versi dall’eco tragica, una figura fin da subito problematica, ma in maniera non semplicistica – l’uomo contro la sua nazione – piuttosto in maniera esistenziale. Senza troppi dialoghi autoreferenziali e metatestuali, la prima e la seconda stagione erano riuscite nell’intento di mostrare il complesso esistenziale sospeso di quest’uomo trovatosi, da semplice soldato, ad assumere molteplici ruoli, totalmente idiosincratici, e svariate identità, sempre sul filo dell’indecisione per scelte più grandi di lui, comunicando in definitiva un continuo senso di straniamento rispetto a quello che doveva essere il protagonista, il fulcro della narrazione. Stessa sorte, ça va sans dire, per Carrie – alle prese coi demoni del bipolarismo e di un’intelligenza ribelle. I due, specchiandosi, si trovano e si innamorano. Un amore strano, patologico, ma furiosamente tendente all’azione. Il loro lato politico li divide, ma è una condizione di similarità esistenziale che li unisce, in continui allontanamenti e riavvicinamenti sapientemente dosati all’azione, al sesso e ai rispettivi giochi da adulti – la politica, il terrorismo, la famiglia per lui, la caccia all’uomo per lei. Nonostante l’immagine del marine che prega in arabo sia effettivamente disturbante e inquietante – ha giustamente osservato Mario Sesti su “Micromega” – essa è anche un’immagine della pace di Brody, costretto a trovare rifugio in Allah non solo durante la terribile prigionia in Iraq, ma anche durante l’insostenibile bugia della sua vita al ritorno in Occidente. “La pace che hai trovato nell’Islam è una falsa pace?”, gli domanda Abu Nazir nella prima stagione e chiaramente questa è una domanda irrisolta che arriva direttamente alla terza stagione con il meraviglioso dialogo tra Carrie e Majid Javadi, ormai che la fine di Brody è segnata. “He’s in his cell now, at peace. A kind of peace” – conclude Javadi. L’ultima pace che il protagonista delle prime tre stagioni di Homeland deve trovare è quella dalla donna che (forse e in una forma disperata) ama, Carrie. Dagli Stati Uniti d’America ad Abu Nazir fino all’unica persona che dubitando di lui ha creduto in lui, per quello che veramente era (non il terrorista che tutti gli altri alla CIA, persino il saggio Saul, comunque continuano a vedere, ma un uomo alle prese con la complessità di più mondi perennemente e conflittualmente sovrapposti) il tema dominante di Brody sembra proprio essere la pace sottratta all’eroe, quella continua tensione a una guerra non sua (simboleggiata dal cadavere di Issa) che gli viene richiesta. Ma nemmeno Carrie, pur nell’amore sconfinato e folle che riversa su di lui e sulle sue piaghe esistenziali, sembra davvero aver conosciuto la profondità oscura di questo strano individuo. È ancora Javadi a chiarirci il senso dell’intera vicenda:

Who Brody is, that’s for Allah to know. But what he did, there can be no debate. It was astonishing and undeniable, and what you wanted. Which was for everyone to see in him what you see. That has happened. Everyone sees him through your eyes now. Saul, Lockhart, the president of the United States. Even me.”

Nick Brody (Damien Lewis)
Nick Brody (Damien Lewis)

È solo nell’ottica della donna che lo ama che accettiamo questo senso. Brody è un assassino, un traditore, e per tre stagioni siamo costantemente indecisi se fidarci di lui (grazie anche al volto imperscrutabile e ammiccante di un ottimo interprete, il volto dell’ambiguità); ma Homeland ci propone l’eterna via d’uscita dello scetticismo. Solo Dio conosce il cuore dell’uomo e la nube della non conoscenza che lo avvolgerà per sempre è la condanna degli esseri umani. Ma è l’interpretazione ciò che alla fine della vita di un uomo conta. Sono millenni che la letteratura ci propone questa via d’uscita, una sospensione del giudizio che però profuma di vittoria, possibile solo nei limiti morali indistinguibili della finzione. Lo diceva Virgilio e lo diceva Omero, con i loro eroi perennemente affidati alle braccia dell’atopia (la stranezza, l’incollocabilità greca), ma così affascinanti per noi. Nella crudezza dell’impiccagione di Brody c’è comunque un senso di vittoria, di nitore ritrovato in una vicenda dai tratti oscuri e terribili. Sappiamo che ora le persone che contano vedono Brody con gli occhi della donna amata, ed è l’unico riscatto che un amorale come Brody può trovare. E la morte ne suggella la pace ritrovata e il riscatto tanto agognato (tema dominante della terza stagione, dalla vicenda di Caracas – le parole del dottor Graham sull’appartenenza a un posto abietto come segno della propria abiezione morale e sull’impossibilità di un riscatto dovuta al criticismo crudele e spietato del mondo esterno – fino all’ultimo dialogo tra lui e Carrie, in cui finalmente l’eroe prende coscienza della sua irredimibilità: In what universe can you redime one murder by committing another?); per questo la morte dell’eroe è tanto necessaria, ed è la fine che nemmeno una mente come quella di Carrie aveva previsto, la superiorità degli eventi terreni, della loro logica, rispetto al potere e l’abnegazione che la spia della CIA riesce a mettere in campo per rovesciare una fine già scritta. Alla sua disperazione pone un limite il deus Javadi, distaccato e machiavellico omicida, ma simpatetico verso la vicenda sentimentale di Carrie:

The plan was a success. You and Brody pulled it off.

But not if he dies!

More so if he dies.

Majid Javadi (Shaun Toub)
Majid Javadi (Shaun Toub)

Quello che a un mero livello di scrittura e non di analisi (benché le due cose siano intimamente collegate) ci rende concordi con la scelta di uccidere Brody è proprio l’osservare questo percorso. “We wouldn’t have as richly portrayed this man, and where he was emotionally.”, dice Gansa in proposito. Tre stagioni per delineare questo personaggio così affascinante, per tracciare un tema dell’eroe che al di là delle coordinate comuni con la letteratura epica trae forza proprio dalla forma di questa storia, il format seriale e le implicazioni con il contesto contemporaneo in cui è inserita. Nonostante l’ideologismo governativo di fondo, Homeland si configura come una creatura originale, in cui non tifiamo per nessuno, se non per ragioni che fanno della letteratura il loro metro di giudizio. Costruire opere narrative così complesse in tempi ideologicamente e culturalmente bui è un atto di coraggio.

Ho rimarcato le congruenze con l’epica greca perché credo che Homeland sia fino a un certo punto il frutto culturale di un Paese ad alto tasso di ideologia. La serie è un’opera sulla guerra, la guerra in senso contemporaneo, fatta principalmente attraverso i giochi perversi delle spie (verso i quali la serie ha spesso un atteggiamento di riluttante accettazione, nel nome del pragmatismo politico, un’accettazione sofferta simboleggiata dalla vicenda della morte della moglie di Javadi e dal personaggio scissorio di Quinn, nel racconto, e dalle recenti reazioni dell’opinione pubblica statunitense alla desecretazione dei rapporti sulle torture della CIA, nel contesto socio-politico in cui si colloca la trasmissione dello show); anche l’Iliade era una opera sulla guerra, tesa a celebrarne l’utilità, ma anche a scandagliarne i molteplici risvolti morali e umani. Prima o poi mi metterò seriamente a delineare in che punti, a mio parere, la serie ricalca i nodi concettuali rilevanti dell’opera di Omero, ma va da sé che l’intento esula dai limiti di questo articolo, già fin troppo esteso. Mi permetto però di rilasciare in calce un’osservazione che un omerista italiano, Vincenzo Di Benedetto, inseriva in un suo saggio del 1986 e che mi sembra pregnante:

“La grandezza di Omero (e anche ciò che rende difficile capire appieno la sua opera) consiste nel fatto che egli fa un poema che racconta una guerra, e questo racconto è realizzato con pieno gusto del narrare e con un prodigioso senso del fattuale; e, nello stesso tempo, però, il poeta svela una fascia di realtà profonda, che va al di là della guerra, come svuotandola. Nel mentre fa poesia, il poeta dell’Iliade ha il coraggio di mettere in discussione quella che in origine appare come la base stessa del suo poetare.”

Alla base del poetare di Alex Gansa e Howard Gordon c’è il rapporto tra serie tv e potere politico, un rapporto che spesso non posso che intende come il più sofisticato prodotto della pubblicità odierna, ma vi è anche l’onestà di elaborare un progetto interamente narrativo, autonomo e da cui imparare per arrivare a un grado più consapevole di realtà. Ben lungi dall’essere semplicemente il prodotto ultimo e raffinato di una cultura autoreferenziale e ideologica, Homeland mi ha stupito per la grandezza dei contenuti che ha saputo veicolare, non dissimilmente da come Omero fece per la cultura arcaica e il suo ostinato e consustanziale bellicismo. A mostrare in definitiva che le cose degli umani sono sempre, invariabilmente più complesse.

Due parole, infine, sulla quarta stagione: Carrie è andata avanti, portandosi dietro il dolore e l’elaborazione di un lutto. Nonostante un inizio un po’ zoppicante, culminante nel rapporto simil-sentimentale tra lei e il giovane Ayan, la stagione spicca finalmente il volo, proprio a partire dal sacrificio del giovane studente pakistano. La brutalità dei signori della guerra orientali trova un degno prosecutore in Akkani, leader delle frange tribali che vogliono riprendersi l’Afghanistan. Punti di forza di questa nuova serie (perché è di questo che fondamentalmente si tratta, una volta tolto di mezzo Brody) sono il rapporto tra Bunny, generale dell’ISI votato a una causa giusta, ma inconcludente e Carrie, più machiavellica e matura in questa fase dei giochi. Indimenticabile la sequenza in cui la nostra eroina viene drogata con un allucinogeno potentissimo e altrettanto forte il ritorno del fantasma di Brody, evocato dallo stupefacente e micidiale nella sua carica illusoria ed emozionale. La maestria della serie (quel gusto del fattuale e del narrare di cui parla Di Benedetto per Omero) nel creare la tensione e nel mostrare i disastrosi effetti della guerra si riconoscono nei tre episodi dedicati all’operazione di Akkani all’interno dell’ambasciata USA ad Islamabad, dove perde la vita in modo orribile il personaggio di Fara, e dove la crudezza del realismo va di pari passo con l’alta tensione dell’accompagnamento musicale, con pezzi di elettronica semplicemente magnifici. Degna di nota è anche la presenza di Mark Moses, attore che già avevamo apprezzato in Mad Men nella figura del mitologico Duck Philips, come l’inetto traditore che porta alla disfatta americana sul terreno pakistano. Ma è sicuramente l’elaborazione del lutto di Carrie a fare da solista nella stagione, con il tentativo da parte degli autori di far riannodare al personaggio i rapporti con la famiglia, la sua privata e personale homeland sentimentale, un fulcro narrativo che nelle precedenti stagioni, ingombrate dalla figura di Brody, non aveva trovato la giusta apertura. In generale si osserva un continuo tentativo di controbilanciare la disumanità di Carrie sul terreno di guerra (non a caso la prima puntata si intitola “La regina dei cloni”) e il tiepido ritrovamento di un equilibrio umano con la ripresa dei rapporti con gli individui dell’oikos famigliare. Un nuovo romanzo, un nuovo personaggio.

Carrie Mathison (Claire Danes)
Carrie Mathison (Claire Danes)

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