Eccomi su questo treno che mi riporta da te. Sono stati solo pochi giorni però già mi manchi. È bello stare a casa, andare al mare e sentire il calore della famiglia. Però quando sono con te è diverso, è come ritrovare un tassello di me e metterlo nel posto giusto, nel cuore.
Guardo fuori dal finestrino e penso a quante volte ho fatto questo viaggio, a quante volte mi sono allontanata da te per poi tornare. Lo sai che torno sempre, vero? Ormai sono quasi cinque anni che ci frequentiamo, è la storia più duratura che abbia mai avuto.
Mi ricordo quando ti vidi per la prima volta. Non so cosa mi colpì, forse i tuoi capelli rossi sciolti nel vento che davano un grande senso di libertà e quelle lentiggini appena accennate, piccoli difetti trasformati in pregi su di te. Una rossa, una bellissima rossa. Io, piccola provinciale, mi rintanavo nella mia timidezza eppure tu continuavi a parlarmi di te. A farmi scoprire i tuoi lati nascosti, a farmi cogliere le profonde contraddizioni che ti distinguevano dagli altri. Eravamo sedute in Piazza Verdi ed eri perfettamente a tuo agio tra le bottiglie di birra, gli ubriachi, i drogati e tutto quel degrado “amatodiato” da noi tutti. Riuscivi a passare dall’aria trasandata delle serate nei centri sociali con gli studenti e i collettivi, a quella ricercata e puntuale al mattino a lezione. Parlavi della tua università con così tanto orgoglio da invogliare anche me a sedermi su quegli stessi banchi, poco importava se fossero lezioni di diritto, analisi o fisica. Ti appartenevano tutte e le sfoggiavi con noncuranza, mostrandoti così colta, così dotta oserei dire.
Prima di conoscerti ero convinta che la “gente del nord” fosse fredda e poco confidenziale. Già dalla prima sera tu mi dimostrasti il contrario, invitandomi da te. Lungo il tragitto mi facesti da guida sostenendo che insieme a te, non si sarebbe perso neanche un bambino e raccontandomi delle Due Torri, di Piazza Maggiore e mostrandomi la celebre prospettiva del Nettuno. Ero ormai a mio agio e senza pudore o vergogna, mi cullasti tra i portici come una mamma. Percorremmo ancora qualche metro su via del Pratello e mi raccontasti di quando in quella strada ascoltavi Radio Alice e volevi cambiare il mondo. Poi il mondo non cambiò e cambiasti tu, ma come sempre a modo tuo.
Dopo la passeggiata mi facesti salire e in men che non si dica mi ritrovai a mangiare tortellini e bollito, con antipasto di mortadella e tigelle, ovvio. Bagnammo la nostra serata nell’ottimo Lambrusco che tirasti fuori, dimostrandomi ancora una volta quanto mi sbagliassi sulla “gente del nord”. Continuavi a riempirti il piatto e a mangiare di buon gusto, con tale naturalezza da farmi apparire attraente anche il tuo essere leggermente grassa.
Mi raccontasti anche di tutti i tuoi amanti, quelli passati per qualche giorno e quelli rimasti per sempre e io mi chiedevo se il nostro sarebbe stato un veloce flirt o una storia seria.
Non potevo certo sapere che oggi sarei stata su questo treno per tornare da te. Arrivare in questa cicatrice che è la Stazione e sentire su di me il male che ti è stato fatto tanto tempo fa. Anche il tuo dolore mi appartiene.
Lo vedi? Sono proprio innamorata di te, Bologna.
So di non essere né la prima né l’ultima a dichiararti il mio amore, Guccini ti ha scritto addirittura una canzone. Ma quello che so è che a modo tuo, come sempre, anche tu ci ami. Dimostrando ogni giorno la tua capacità di accoglienza al di là del degrado e delle difficoltà, offrendoci il tuo meglio e il tuo peggio. È per questo che a volte verrebbe voglia di lasciarti per cercare qualcosa di diverso, ritrovandosi poi a cercare qualcosa di te altrove.
Un altro dei tuoi amanti, un certo Carboni, sostiene che tu sia una regola e non riesco a smettere di rispettarti. Allora metto su le cuffie con la sua, la nostra canzone e mi ricordo che la vita è bellissima con te, sotto questi portici.
(La foto “Amore senza tempo” è di Francesco Camassa)

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